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19 settembre 2018

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5ª puntata

25.08.2010

È il tavolo su cui Da Vico serviva gli gnocchi

L’ingresso della tomba di Pipino
L’ingresso della tomba di Pipino

Nel giardino a prato fra la basilica di San Zeno e la chiesa di San Procolo, in epoca romana parte della grande necropoli cittadina, vi sono una tomba romana, addossata alla parete della basilica, alcuni reperti della stessa epoca, un monumento rinascimentale e una tavola di pietra.
Due di questi erano assai cari alla Verona popolare di un tempo, ma oggi sono del tutto dimenticati: la presunta tomba di re Pipino e il tavolone di marmo di Tommaso da Vico, il leggendario ideatore del nostro carnevale.
La tomba, secondo un'antica tradizione, risale agli inizi del V secolo e conterrebbe il corpo di Pipino, figlio di Carlo Magno, re d'Italia del 781 all'810. È costituita da una stanza sotterranea, in cui si scende, per una scaletta a due rami. C'è un sarcofago romano, senza iscrizione, col coperchio rotto, a due spioventi. Sopra l'ingresso della seconda scaletta, chiuso da un cancelletto di ferro, si legge questa frase in caratteri pseudo gotici: Sepulcrum Pipini in Italia regis Caroli magni imperatoris filii piissimi (Sepolcro di Pipino, re in Italia, figlio piissimo dell'imperatore Carlo Magno).
Ve le fece scolpire un sacerdote assai credulone, a quanto riporta lo storico delle chiese di Verona del Settecento, Giambattista Biancolini, cioè Antonio Rodolfo, arciprete di San Procolo, nella prima metà del Settecento, abbellendo l'ingresso con colonnine, prese dal chiostro antico di Santa Anastasia.
Questa tomba di Pipino vanta testimonianze antiche: un inno inedito del Quattrocento, che riprende un testo poetico sulla città, prima del Mille, il Versus de Verona e poi Francesco Corna ne parla nel Fioretto delle antiche cronache. Del resto, re Pipino aveva mostrato, nei suoi frequenti soggiorni, di amare molto Verona e in particolare la chiesa di San Zeno, della cui costruzione nell'807, sarebbe stato promotore e finanziatore. Ma è noto che il sovrano carolingio morì a Milano, a 33 anni, l'8 luglio 810 e fu sepolto nella chiesa di Sant'Ambrogio.
Questo monumento è, in realtà, una tomba romana a camera ipogea, cioè sotterranea, riutilizzata e in parte modificata nel medioevo. È di forma quadrata, alta circa 4 metri, con pareti foderate di pietra e soffitto a volte, sostenuta un tempo da quattro colonne e conclusa da un lucernario.
Al centro, ospita un sepolcro profanato, in passato sempre pieno di acqua purissima che si riteneva dotata di proprietà curative o addirittura miracolosa, in quanto di provenienza ignota. Si trova in questo prato un altro curioso monumento: è la tavola, in origine collocata sul sagrato della basilica di San Zeno, su cui, dal Cinquecento, venivano serviti gli gnocchi a 12 poveri della contrada il venerdì gnoccolar, cioè l'ultimo venerdì di carnevale. È composta da tre elementi in pietra di età romana: una grande tavola di marmo su un basamento formato da una trabeazione rovesciata, mentre il piedistallo è costituito da un'ara cilindrica decorata a bassorilievo con tre vittorie alate con trofei, accostate a fiori a sei petali e alternate a coppie di figure in tre edicole. È evidente che si tratta di reperti romani, riutilizzati per farne una tavola pubblica, a scopo benefico.
Dietro la tavola, addossato al muro perimetrale di San Procolo, c'è anche il mausoleo di Tommaso da Vico del 1531. È in pietra bianca a edicola, con il busto del defunto a tutto tondo e una mensa in marmo rosso. È stato lo stesso Tommaso a richiederne la costruzione nel suo testamento. Un testamento importante per Verona, in quanto vi sarebbe riportata l'origine del carnevale. Era uno stimato medico e un'insigne personalità del rione di San Zeno. Il 15 gennaio 1528, era alla testa di una famosa cavalcata di gentiluomini, che andò incontro al vescovo Giammatteo Giberti, quando entrò a Verona.
Poi, il 18 giugno 1531, in seguito a una rivolta popolare, con l'assalto ai forni, provocata da una terribile carestia, dovuta a frequenti inondazioni dell'Adige e ai saccheggi dei Lanzichenecchi, Da Vico, per far tornare tranquilla la gente, esasperata dalla fame, avrebbe distribuito pane, farina, burro, formaggio e vino, lasciando per testamento di ripetere questa donazione l'ultimo venerdì di carnevale. Ma questa è leggenda: il testamento di Tommaso da Vico, fu Bartolomeo, dettato il 13 maggio 1531, presso il notaio Bonifacio di Sebastiano Dalla Mano, quando era degente a letto, ma sano di mente, redatto in tre pagine con scrittura minuta, fitta, quasi illeggibile, è conservato all'Archivio di Stato, con il numero 128. Non si trovano, però, disposizioni in merito al carnevale; c'è scritto che vuole essere sepolto vicino alla chiesa di San Zeno, adiacente al grande tavolo di pietra dove banchettavano i poveri, nel giorno di venerdì gnocolar e indica come unico erede il figlio Marcantonio.
Tornando al prato di San Zeno, ci sono altri due frammenti romani: uno, ritrovato vicino alla facciata della chiesa di San Procolo, costituisce la parte anteriore di un cippo votivo, in pietra rossa di Sant'Ambrogio, con un'iscrizione: un tale Lucio Rudincasius del pago degli Arusnati, in Valpolicella, dedica l'ara al padre Dite, divinità degli inferi, che corrisponde a Plutone.
Ci sono anche un altro sarcofago romano con coperchio a doppio spiovente e un frammento di architrave sempre romana, rinvenuto nella cripta di San Procolo, durante i lavori di restauro del 1986: si legge che una donna della gens Valeria, innalza il monumento probabilmente funebre per i figli, uno dei quali aveva il cognome Niger.

Emma Cerpelloni
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