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06.05.2010

Verona, siamo nella storia. E ci resteremo

Il gol di Elkjaer: il discorso è chiuso FOTO ARCHIVIO MALAGUTTI
Il gol di Elkjaer: il discorso è chiuso FOTO ARCHIVIO MALAGUTTI

20ª PUNTATA. Può una partita di calcio durare 51 minuti e passare alla storia? Può, se è Atalanta-Verona di domenica 12 maggio 1985; può, se quella data rimarrà per sempre scolpita nella storia gialloblù e nell'albo d'oro del campionato italiano. Andate a rileggerevelo: incastrato tra la Roma di Falcao dell'83, la Juve di Platini e Boniek dell'84, ancora la Juve dell'86 e il Napoli di Maradona dell'87, c'è il Verona di Osvaldo Bagnoli, di Elkjaer e Brigel, Tricella e Fanna ma anche di Garella, Ferroni, Fontolan, Volpati, Sacchetti, Bruni, Turchetta...
Chi ci avrebbe scommesso? E allora ti ritorna in mente quella frase di Volpati, che molti hanno attribuito all'Osvaldo per il semplice fatto che a lui si deve tanto di quell'impresa: «Oggi no, ma un giorno ci renderemo conto di che cosa abbiamo fatto». E 25 anni dopo siamo ancora qui a ripensarci, a darci un pizzicotto per essere certi di essere svegli, di non avere sognato. È tutto vero.
La partita la chiude al 51' non l'arbitro Boschi di Parma, ma Preben di Danimarca. Un tiro rabbioso dopo sei minuti di occupazione della metacampo nerazzurra, un sinistro che fulmina Piotti e riporta in parità il Verona, trafitto a due minuti dalla fine del primo tempo da Perico. Giù negli spogliatoi Bagnoli è ancor meno loquace del solito, a Tricella e compagni basta uno sguardo: sanno già tutti che cosa fare. È l'atteggiamento che hanno mantenuto per 28 giornate di campionato e, mal che vada, anche una sconfitta potrebbe consegnare al Verona il tricolore.
All'incontro di Bergamo l'Hellas arriva infatti con quattro punti di vantaggio su Inter e Torino che giocano in casa della Roma e della Fiorentina: non è detto che ce la facciano a vincere e infatti Altobelli e compagni usciranno dall'Olimpico sconfitti 4-3 e i granata torneranno a casa con un solo punto (0-0).
Può anche perdere a Bergamo, il Verona, ma non lo vuole fare. Si è portato appresso migliaia di tifosi, altre migliaia si sono radunate in piazza Bra a seguire la radiocronaca di Roberto Puliero. Le radio sono accese anche nei seggi dove quel giorno si vota per le elezioni amministrative e nelle auto in viaggio verso il centro in attesa di una festa annunciata ma ancora da venire. Dalle poche finestre aperte (sta piovendo), nelle strade deserte si percepisce solo la voce di Puliero, fino a quel liberatorio «Reteeeeeeee!!!» che sancisce la fine del campionato: con una giornata e venti minuti di anticipo il Verona è campione d'Italia, unica squadra di una città non capoluogo di regione ad avere compiuto l'impresa da quando c'è un campionato vero, quello a girone unico. Ci sono riuscite Torino, Bologna, Milano, Roma, Firenze, Napoli, anche Cagliari e Genova. Ma una città come la nostra, mai.
Il 12 maggio il cuore di Verona batte a Bergamo, dove all'ingresso in campo la panchina di Bagnoli è circondata da fotografi e cameramen, dove sugli spalti c'è fin troppa tensione, dove l'Atalanta di Sonetti ha deciso di dare battaglia almeno per un tempo, fino al gol di testa di Perico.
Da lì in poi è solo Verona, ma quando Elkjaer si fa largo in area e supera Piotti le furie si placano.
Sulle gradinate comncia la festa, sventolano le bandiere, piazza Bra è il luogo del raduno in attesa che alla sera arrivino gli eroi da Bergamo. Il Verona, la squadra nata in un liceo e chiamata Hellas in onore della classicità, è nella storia. Definitivamente.

Andrea Sambugaro
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