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30.01.2018

«Così ho filmato
orrori e sporcizia
nell’allevamento»

C’è l’iniziativa di chi scrive dietro il sequestro dell’allevamento Amico Cane di Isola della Scala e la richiesta di rinvio a giudizio a carico dei titolari, Mattia Munari e Valter Munari e del veterinario, Daniela Monzini. Un’iniziativa presa due anni fa, per dare una risposta ai cittadini che segnalavano alle associazioni animaliste del veronese cani provenienti da quell’allevamento che presentavano gravi problemi di relazione, comportamentali o con malattie di vario genere.

Dopo un consulto con Mariella Zamperlin, della Lega per la difesa del cane di Legnago e Lorenza Zanaboni della Lav, all’inizio del 2016 decisi di verificare di persona, per raccogliere le prove necessarie per incastrare i responsabili dei maltrattamenti. Così ho coinvolto una volontaria e ci siamo presentati all’allevamento di via Doltra 63, fingendoci genitori alla ricerca di un cucciolo per il compleanno della figlia. Un uomo di mezza età ci ha accompagnati in un capannone, dove erano sistemati decine di cuccioli di varie razze. In quei piccoli box, sporchi e maleodoranti, non c’erano le ciotole per l’acqua e tanto meno il cibo. Con una tranquillità disarmante il signore ci spiegò che ai cani davano da bere solo al mattino e alla sera per evitare che facessero troppa pipì, così da ridurre il lavoro per pulire i recinti. Abbiamo chiesto di vedere altri cani. Nel frattempo scattavo foto e registravo.

L’uomo ci portò in un altro capannone, una baracca priva di finestre, dove l’unica luce che filtrava era quella poca che proveniva dalla porta di ingresso. All’interno si sentivano cani abbaiare, ululare e piangere. È bastato un colpo secco inferto dall’uomo sulla lamiera della porta a zittire tutte le bestiole, facendo calare un silenzio irreale. L’uomo è uscito con alcuni cuccioli di Pincher, ma noi volevamo vedere altro e quindi ci ha fatto attendere all’esterno, mentre lui faceva uscire in un recinto ricoperto di escrementi quattro bellissimi Pastori scozzesi. I cani non erano abituati alla luce ed erano spaventatissimi. Nei loro occhi si leggeva il terrore.

Quegli sguardi sono stati la molla per decidere che dovevano toglierli da quella condizione inaccettabile e dare loro una vita migliore. Non vedevamo l’ora di uscire da quel posto orribile, ma allo stesso tempo avremmo voluto portare con noi tutti quelle creature. Pochi giorni dopo nella sede della Forestale ho riferito quello che avevo visto e alla domanda se fossi sicuro di voler fare denuncia, risposi semplicemente: «Lo devo fare. Bisogna porre fine alle sofferenze di quei poveri cani, che non hanno mai calpestato l’erba». E firmai la denuncia.

Riccardo Mirandola
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