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19 novembre 2018

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12.07.2018

Interviste

Ulisse, l’ultimo degli eroi
che racconta il presente

Saba Anglana, Vittorio Cerroni e Marco Paolini durante le prove al Romano FOTO BRENZONIMarco Paolini, protagonista di «Il calzolaio di Ulisse»
Saba Anglana, Vittorio Cerroni e Marco Paolini durante le prove al Romano FOTO BRENZONIMarco Paolini, protagonista di «Il calzolaio di Ulisse»

«Noi troveremo i luoghi / delle peregrinazioni di Ulisse / il giorno in cui rintracceremo il calzolaio / che cucì l’otre dei venti di Eolo». Parte da questa frase di Eratostene di Circe, dalla quale deriva anche il titolo, il viaggio attraverso e intorno a Omero che debutta stasera alle 21.15, secondo appuntamento con la prosa dell’Estate Teatrale: appunto, Il Calzolaio di Ulisse - Oratorio di Francesco Niccolini e Marco Paolini, protagonista lo stesso Paolini con la regia di Gabriele Vacis. Lo spettacolo è prodotto da Jolefilm. In scena, insieme a Paolini, Saba Anglana, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi ed Emanuele Wiltsch. Come spiega uno dei due autori del testo, Francesco Niccolini, che da tempo lavora con Paolini, «si parte da Omero ma con uno sguardo “allargato“. Fin da subito ho proposto a Marco di non accontentarci dell’Ulisse già famoso, cioè l’Ulisse del ritorno ad Itaca, ma di cercare altri episodi, segnati da grande bellezza e sconfinata poesia, eppure meno noti».

Quella del calzolaio è un’immagine suggestiva: ma quale Ulisse rappresenta, come avete immaginato il protagonista di questa narrazione?
Un Ulisse che nasce da una nostra ricerca a tutto campo, appunto anche oltre l’Odissea, e che guarda per esempio all’Ulisse dell’Iliade (non solo la straordinaria invenzione del cavallo di Troia) ma che apre poi pure a tutti i poemi classici. Ecco il limite era questo, restare fermi alla classicità, non allargarci alle letture moderne (nessun accenno all’Ulisse di Dante per esempio), e in questo vasto repertorio andare a cercare tutte le informazioni possibili su Ulisse, compresa la sua morte. Poi è servito un grande lavoro per capire che cosa, di tutto questo materiale, fosse destinato a restare: è, del resto, il modo di lavorare che io e Marco seguiamo da tempo.

Non, dunque, gli episodi più noti dell’Odissea, ma un nuovo racconto sul suo protagonista. E da dove si parte?
Incontriamo Ulisse 30 anni dopo la sua partenza. In verità, quando Marco si è trovato di fronte al massacro dei Proci si è posto un dubbio: come posso interpretare un personaggio che ha avuto una reazione così violenta e smodata, che ha compiuto una vendetta così terribile? Come faccio a stare dalla sua parte? Ma Ulisse paga dolorosamente per questa sua azione: dopo una sola notte con Penelope deve ripartire per altri dici anni di “esilio“ e lontananza. Ecco, noi lo prendiamo il giorno che ha finito di scontare questa sua pena, e questo diventa il giorno fondamentale. Ne nasce una storia di profonda solitudine, in cui non c’è più nulla del mondo degli eroi: quando infatti Ulisse torna finalmente a casa trova un mondo completamente cambiato, più gretto e abbruttito, l’epoca degli eroi si è chiusa con lui, c’è un’Itaca imbruttita dalla speculazione edilizia.

Ma allora alcune scene, alcuni incontri fondamentali, da Circe a Calipso, non compaiono nello spettacolo? O si adotta il flash back?
Quando Ulisse va nell’Ade, incontra Tiresia che gli predice che dovrà patire altri dieci anni di esilio, poi viaggerà verso terra portando in spalla un remo. Quando troverà un uomo che gli chiederà che cosa sia quel legno, potrà finalmente tornare in patria. Noi abbiamo immaginato che l’incontro sia quello con un giovanissimo capraio al quale Ulisse racconta la sua storia, e di qui la narrazione dei passi più famosi. Ma c’è di più. L’incontro con il capraio avviene alla base del monte Olimpo, dove ci sono uomini-formica che come sherpa salgono portando ricchezza agli dei per scendere carichi di rifiuti. Un’immagine di divinità che consuma la bellezza che allude alla pretesa di immortalità e alla fame di giovinezza a tutti i costi del nostro mondo occidentale.

Dunque, anche riferimenti all’attualità, al nostro tempo. Il regista Vacis ha affermato ad esempio che Ulisse incarna la “zona grigia“, colui che fa il lavoro sporco in questa epoca che grida alla trasparenza. E poi Ulisse è un uomo in mare che viaggia tra accoglienza e respingimenti: come non pensare al Mediterraneo oggi?
I richiami all’attualità ci sono tutti ma come una sorta di controcanto, senza alcuna accentuazione che li renda preponderanti e al limite scontati. È giusto il riferimento alla zona grigia, Ulisse non ha paura di sporcarsi le mani, fa anche cose efferate ma perchè sa che sono, alla fine, il male minore. Diciamo che Ulisse ha visto così tanto e sperimentato così tanto che il suo è uno sguardo che attraversa il tempo per arrivare fino a noi: con i suoi occhi possiamo vedere (e rileggere, ripensare) anche il nostro presente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandra Galetto
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