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12.09.2017

Interviste

«Prigioniera
della strage
da 37 anni»

Cristina Caprioli mostra l’ultima foto del fratello Davide, scattata al mare, a Sirolo, il giorno prima dell’attentato alla stazione di Bologna in cui perse la vita
Cristina Caprioli mostra l’ultima foto del fratello Davide, scattata al mare, a Sirolo, il giorno prima dell’attentato alla stazione di Bologna in cui perse la vita

di STEFANO LORENZETTO

 

Ci diamo del tu: alle superiori è stata mia compagna di scuola. Le consegno una foto che scattai a Como il 10 aprile di 45 anni fa, durante una gita delle classi seconde, sezioni A e C. A destra c’è lei, sorridente; al centro, Claudia; a sinistra, Nadia, che sarebbe diventata mia moglie. Dietro di loro, Corrado. Ah, lui sì che ci sapeva fare con le donne! Defunto, come altri cinque amici di quella seconda A. Affogato nel 1998, in trappola dentro la sua Mercedes finita in un fosso, e le chiamano cinture di sicurezza. Sono finiti tutti e sei così, incidenti stradali o malattie. Cristina Caprioli è ancora viva, ma è come se fosse morta il 2 agosto 1980 insieme con il fratello Davide, che oggi avrebbe 57 anni. A lui capitò molto peggio di uno scontro in auto o di un tumore: fu carbonizzato dalla bomba esplosa alla stazione di Bologna, 85 vittime, il più grave attentato nella storia dell’Italia repubblicana. Ogni volta che c’è una strage di matrice islamica - praticamente quasi ogni mese, già sette dall’inizio di questo 2017 - non riesco a evitare di pensare a lei. Spesso mi dico che anche la mia vita sarebbe potuta cambiare irrimediabilmente. Perché ero innamorato di Cristina. Cercavo di farglielo capire accompagnandola tutti i lunedì in una palestra di via Duomo a Verona. «Lo sai che non me n’ero mai accorta?», si stupisce, schioccandomi altri due baci sulle guance, a titolo di risarcimento. Che ti scortavo a fare ginnastica o che mi piacevi?, replico io. E per la prima volta riesco a strapparle un sorriso.

 

Rivedendola dopo una vita, penso che fu una benedizione quel passare inosservato ai suoi occhi per il tempo di un diploma. Non è toccata a me la disgrazia di doverla sorreggere all’obitorio di Bologna. E oggi non ho né un cognato da piangere, né due suoceri da consolare, né funesti anniversari da commemorare. Ricordo solo che io e Nadia, dopo aver letto sul giornale la notizia del fratello ucciso, ce la sbrigammo con un desolato telegramma di condoglianze, spedito dallo scalo ferroviario di Porta Nuova. Allora gli uffici postali erano aperti anche la domenica lì dove arrivano e partono i treni e muoiono i ragazzi di 20 anni. Che nemesi.

Cristina Caprioli in quel tragico 1980 rimase incinta. Il suo primo figlio si chiama Davide, come lo zio ammazzato. È sposato e l’ha già resa nonna. Nel 1983 nacque Daniele. Ma sono inauditi gli effetti maligni che un attentato dispiega sulla vita dei sopravvissuti anche a distanza di tanti lustri. «Allora abitavo ad Ancona. Dovetti traslocare a Verona per stare accanto ai miei. Mio marito non s’è mai adattato a quel brusco cambiamento. Il nostro matrimonio è andato a rotoli, ci siamo separati da una decina d’anni. Studiavo per diventare medico e mi sono ritrovata centralinista nell’ospedale di Borgo Trento». Oggi lavora presso il centro di simulazione Practice dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata, che addestra chirurghi, infermieri e tecnici.

Quando ti arriva la notizia di un attentato jihadista, come reagisci?

«Sento un colpo qui». (Porta la mano destra all’altezza del cuore). «Subito dopo mi viene da vomitare. Ogni volta».

Pensi che i terroristi di matrice islamica prima o poi colpiranno anche in Italia?

«Possono colpire ovunque».

Che precauzioni adottare?

«Non ce ne sono. L’unica potrà applicarla la generazione dopo la nostra, se imparerà che valore inestimabile ha la vita. Insieme con Davide, io mi sono sentita carne da macello. Tu ti metterai a ridere, ma bisognerebbe che l’amore per gli altri fosse materia di studio nelle scuole di tutti i Paesi».

Ai tuoi figli hai imposto qualche regola per non precipitare in un altro dramma?

«No. Mi dico sempre che ho vinto una lotteria alla rovescia. Quanti sono gli italiani, 60 milioni? Ed è capitato proprio a me di perdere un fratello in quel modo. Ste’, non è possibile che venga estratto un altro biglietto della morte a mio nome, vero? Sarebbe contro le leggi della statistica».

La notizia dell’attentato a Bologna come ti giunse?

«Davide era stato in vacanza a casa nostra ad Ancona con la fidanzata Ermanna, 19 anni, e la futura suocera. Alle 5.35 di quel sabato io e mio marito li mettemmo su un treno che arrivava da Lecce. Alle 11 mi telefonò allarmata Ermanna da Bologna: “È scoppiata la stazione. Le caldaie, pare... Non troviamo più Davide”. Lei e la madre si erano salvate fermandosi sul primo binario. Mio fratello invece era andato a informarsi sugli orari dei treni per Verona. Quella è l’unica cosa che mi resta di lui». (Indica una chitarra). «L’aveva lasciata in custodia a Ermanna. Fu investito in pieno dall’esplosione».

Questo tu ancora non lo sapevi, mentre ti precipitavi in auto da Ancona a Bologna con tuo marito.

«No. Però a metà strada avvertii un colpo fortissimo al torace e cominciai a urlare: Davide è morto! Fabio si arrabbiò: “Basta, smettila, non devi dire così”. In quell’istante l’irreparabile era già entrato dentro di me per sempre».

Una volta giunta a Bologna che accadde?

«Un poliziotto mi scortò fra le macerie. Mi gridava: “Lo vede? Lo vede?”. Io vedevo solo fumo, e sentivo urla disumane, feriti che imploravano aiuto. Su tutto, l’odore del sangue. Attorno al cratere della bomba, la temperatura era altissima, ma io tremavo di freddo. In quella nebbia mi aggrappai alla cintura dell’agente, per paura di perderlo. Mi mostrarono una lista. Vicino al cognome Caprioli c’era un segno “+”».

Una croce.

«Io mi rifiutavo di capirlo. Per me era solo un “+”. Non volevo rendermi conto che invece era il simbolo della morte, del martirio. Mi fecero salire su un’ambulanza e mi accompagnarono in ospedale».

C’era qualcuno ad aspettarti?

«Nessuno. Salii all’undicesimo piano, rianimazione. In ascensore trovai un infermiere. Fu dolcissimo. Vedendomi sconvolta, mi chiese: “Chi cerca?”. Davide Caprioli, mio fratello, risposi. Interruppe la salita: “Dobbiamo andare da un’altra parte”. Scendemmo. Percorsi con lui i sotterranei. Mi ritrovai da sola in una stanza della morgue. Studiando medicina, avevo assistito a una decina di autopsie, credevo d’essere preparata a tutto. Invece... Davide era coperto da un telo verde. Sul petto un cartello con il numero 8, mi sto ancora chiedendo che cosa significasse. Lo scoprirono. Emanava ancora il calore dell’esplosione. Aveva il cranio spaccato a metà come una noce, dal naso alla nuca, e la pelle orribilmente ustionata. Era tutto rosso. Dopo qualche ora sarebbe diventato tutto nero, come un tizzone spento tolto dal camino».

Non serve che tu vada avanti.

«No, devi sapere. Le ciglia e i capelli erano bruciati, i vestiti sfrangiati. Solo l’elastico sintetico degli slip e il portafogli con i documenti erano ancora integri. “Non si disperi. È giunto già in coma, suo fratello non ha sofferto”, tentò di consolarmi quell’infermiere. L’ho cercato per anni, ma non sono riuscita a rintracciarlo».

Davide giunse in ospedale ancora vivo pur con la calotta cranica aperta?

«Era tosto mio fratello, sai? Non gli andava di morire a 20 anni. Il suo cuore continuò a battere dalle 10.25, ora dello scoppio, fino alle 12.30. In breve tempo la camera mortuaria diventò una bolgia di parenti che strillavano e singhiozzavano. Arrivarono anche i miei genitori. Mia madre abbracciò Davide, non voleva più staccarsi dal cadavere. Io invece non lo toccai mai. Per me non era lui, non era mio fratello».

E dopo che accadde?

«Ci assalirono i galoppini delle imprese di pompe funebri. La mamma li supplicò: “Voglio riportarlo subito a casa”. Lei neanche sapeva che cosa fossero i funerali di Stato».

Com’è cambiata la tua vita dopo l’attentato?

«Non ho mai pianto per dieci anni, neppure quel giorno all’obitorio. Poi ho pianto per i successivi dieci». (Si asciuga le lacrime). «Ho perso Davide. Ho perso tutto. Anche il lavoro. Ero impiegata alle Poste di Ancona: sono stata costretta a dimettermi per tornare a Verona ad assistere i miei. In quei giorni dovevo sostenere un concorso come tecnico sanitario di neurofisiopatologia: niente. Solo dopo otto anni e mezzo ho riavuto un posto. Per concorso. Al centralino. Ho ricominciato ogni cosa daccapo».

E la vita dei tuoi genitori?

«Una prigione. Non è vero che in carcere ci sono gli assassini: ci siamo noi. La pena peggiore da espiare è la nostra. Per 36 anni mia madre ha pianto tutte le notti, chiedeva a Dio di farla morire per ricongiungersi al suo Davide. Adesso non piange più. Le è venuto il morbo di Alzheimer. È una benedizione questa malattia, senti che enormità arrivo a dire. Almeno le lascia un vago ricordo di suo figlio e non deve soffrire, come invece tocca a mio padre e a me. Da un anno e mezzo la mamma non mi chiede più d’accompagnarla in cimitero tutti i giorni. Si accontenta se la porto ogni tanto nella trattoria Begnoni a San Zeno di Mozzecane, dove si sente in famiglia».

Che tipo era Davide?

«Un figo della malora, inseguito dalle ragazze, innamoratissimo di Ermanna. La notte prima dell’attentato, lei sognò che le diceva: “Se un giorno io non ci fossi più, chiama questo numero di telefono”. Era quello dell’uomo che poi avrebbe sposato. Ha avuto due figli. Ogni tanto ci sentiamo. Mi dice: “Davide non me lo può più portare via nessuno”».

Suonava la chitarra.

«Basso elettrico nel complesso Dna group. Dopo la sua morte s’è sciolto. Quel 2 agosto doveva tornare in fretta perché la sera aveva un concerto in un paese della Bassa. Lui avrebbe voluto ripartire il venerdì. Sono stata io a insistere perché rimanesse a casa nostra fino al sabato mattina. Un’ultima giornata al mare, a Sirolo. Un’ultima foto di lui sullo scoglio. Un’ultima cena insieme, dalla Quinta a Fano. La più bella serata della mia vita. Dodici ore dopo non c’era più. È tutta colpa mia, dovevo lasciarlo andare il giorno prima. E pensa che beffa: avrebbe voluto scendere ad Ancona con la sua Fiat 500 L, ma poi preferì il treno perché gli sembrava più sicuro».

Che cosa pensava di fare da grande?

«Il commercialista. Aveva già dato i tre esami principali del primo anno nella facoltà di economia e commercio. Lo ha fatto mio figlio Davide, al posto suo».

È un peso per lui, portare il nome che gli hai dato?

«Sì, penso che lo sia. Però è anche convinto che il suo defunto zio lo abbia aiutato in molti modi. A volte mi dice: “Mamma, non credere che agli altri interessi qualcosa del nostro dolore. Resta nostro, e solo nostro”».

Che idea ti sei fatta dell’eccidio di Bologna? La pista mediorientale, il terrorista Carlos, i palestinesi, i libici... Nelle indagini è entrato di tutto.

«Non credo alle piste straniere. Da una parte c’erano le Brigate rosse, dall’altra i neofascisti. Tutto qui».

Sei convinta che gli esecutori materiali siano stati Valerio Fioravanti e Francesca Mambro?

«Sì. E pensare che lui mi era anche simpatico, quando da bambino recitava in tv nella Famiglia Benvenuti con Enrico Maria Salerno».

Hai mai provato l’impulso di scrivergli?

«No. Quei due mi fanno schifo solo a vederli. Durante uno dei processi hanno persino mimato un rapporto sessuale dietro le sbarre. Me l’ha riferito la moglie del giudice Mario Amato, assassinato dai neri dei Nuclei armati rivoluzionari 40 giorni prima della strage di Bologna. Lui era stato l’unico a prevedere l’attentato, ma fu lasciato solo dallo Stato. Manco l’auto blindata gli diedero. Lo ammazzarono su un autobus. Ricordo che aveva un buco nella suola delle scarpe».

Sei in contatto con familiari di persone morte in attentati?

«Sì. Con Matteo Dendena, che nel 1969 ebbe il nonno dilaniato dalla bomba nella Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana a Milano. Con Manlio Milani, che nel 1974 ebbe la moglie disintegrata a un metro da lui in piazza della Loggia a Brescia. Con Elisabetta Lachina, una dei quattro fratelli che nel 1980 persero entrambi i genitori nella strage di Ustica».

In che modo hai cercato di superare il trauma?

«Nel 2001 sono andata volontaria con gli stimmatini a Msanga, in Tanzania, dove la mortalità infantile è del 30 per cento. Un giorno ho messo il mio fazzoletto pulito sulle piaghe vive di un bimbo. L’indomani fuori dalla porta avevo la fila di mamme con i figlioletti, per loro ero diventata il medico. È un’esperienza che mi ha lasciato dentro la voglia d’accontentarmi di ciò che ho».

Attestati di solidarietà?

«Durante l’ultima sfilata in ricordo delle vittime di Bologna, una signora mi è venuta incontro piangendo, si è tolta questa spilla e l’ha appuntata sul mio vestito. Pare che sia stata fusa con l’oro sequestrato a Licio Gelli, il burattinaio della loggia P2 che fu condannato per i depistaggi nell’inchiesta sulla strage». (Riproduce l’orologio fermo sulle 10.25 e la scritta «Per non dimenticare il 2 agosto 1980»).

In che cosa hai trovato più conforto in questi 37 anni?

«Non ho trovato nessun conforto. Il matrimonio, la nascita dei figli, le loro lauree... Tutto inutile. In fondo al cuore resta sempre l’incapacità a essere felici».

Non credi che un giorno tuo fratello lo rivedrai?

«Chi può dirlo? Vorrei sperarlo. So solo che è sempre vicino a me, anche adesso, mentre ti parlo».

Il dolore si attenua o s’ingigantisce con il passare del tempo?

«Un po’ e un po’. Mi sento addosso tutto il peso della crudele vecchiaia dei miei genitori. Se almeno ci fosse stato Davide ad aiutarmi... Ma sono sola, sono sola».

www.stefanolorenzetto.it

di STEFANO LORENZETTO
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