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23 settembre 2018

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30.08.2018

Interviste

Mogol:
«Battisti?
Genio immortale»

Mogol: «Battisti? Genio immortale»
Mogol: «Battisti? Genio immortale»

Che ne sai tu di un campo di grano? Mi sono informato, c’è un treno che parte alle 7.40… Vorrei sapere chi ha detto che non vivo più senza te. Quel gran genio del mio amico… In un mondo che non ci vuole più… La donna è donna, e tu una donna sei. A te che sei il mio presente… Ti amo, forte e debole compagna.. L’amore è qualcosa di più del vino e del sesso che tu prendi e dai. Amarsi un po’, è come bere – più facile è respirare. Ah, donna tu sei mia, e quando dico mia… Neanche un minuto di non amore, questo è il risultato dei pensieri miei. Parlar di tutto per non parlar di amore. E parlar di surgelati, rincarati. E la cantina buia dove noi respiravamo piano… Ma che colore ha una giornata uggiosa? Ma che sapore ha una vita malspesa? I versi di queste e altre canzoni di Lucio Battisti sono parte della cultura italiana, ormai viaggiano nel nostro Dna. Fa impressione che ad averli composti sia stato, insieme al cantautore di Poggio Bustone, un unico uomo. Mogol parlerà di Battisti a Verona il 9 settembre alle 21 al teatro Romano, sul palco con il gruppo Canto Libero, a vent’anni esatti dalla scomparsa di Lucio, in una serata benefica per la campagna “Napenda Kukua – Vorrei studiare” della onlus Voci e Volti. Obiettivo: la costruzione di una scuola primaria all'interno del Villaggio Sole di Speranza in Tanzania.

Mogol, com’è stato il primo incontro con Battisti?

Lucio me l’aveva presentato un’amica. Ho ascoltato le sue canzoni e subito, in maniera diretta, gli ho detto che non mi piacevano. Poi, per mitigare il mio giudizio un po’ duro, l’ho invitato a lavorare insieme a me. Attenzione: la mia opinione non era sbagliata! Le prime canzoni, scritte parole e musica solo da lui, non erano granché. Noi, insieme, al terzo brano abbiamo composto “29 settembre”, che ancora oggi mi pare moderna.

E adesso, a vent’anni dalla sua scomparsa?

Eh, adesso lui non c’è più. Purtroppo. Abbiamo perso un grande compositore. Se ascoltate l’album “Anima latina” e quegli arrangiamenti meravigliosi… Ah, quanta bellezza! È musica pop, ma potrebbe essere classica, da tanto è perfetta.

Un disco del genere potrebbe uscire oggi e sarebbe contemporaneo, no?

Sì, potrebbe uscire anche domani. È un capolavoro e come tale va al di là del tempo. Le canzoni che abbiamo scritto insieme hanno superato le epoche. È un fatto: la gente le canta ancora oggi.

Distruggiamo un po’ di pregiudizi intorno a Lucio, soprattutto intorno ai testi delle canzoni? Partiamo da “Battisti è sessista e maschilista“.

Chi dice questo non ha capito una cosa: se io scrivo “Motocicletta, 10 HP, tutta cromata, è tua se dici sì” non parlo di me. È come dare dell’assassino a Shakespeare perché ha scritto, chessò, Macbeth dove il protagonista uccide e dà ordine di uccidere. È folle! Ne “Il tempo di morire” racconto la storia di un ragazzo di paese che darebbe la sua moto, il bene per lui più prezioso, per un’illusione d’amore. Non è che sono io a dare la mia moto in cambio dell’amore di una ragazza! Un autore non è responsabile della condotta dei personaggio delle sue opere.

Un suo verso paritario è “Senza trucco tu sei molto bella e più giovane/Non discuto però le tue scelte più libere”, in “Donna selvaggia donna”.

Ma io da sempre ritengo superiori le donne agli uomini! La donna ha il 99 per cento della responsabilità della procreazione: è ovvio che lei sia superiore, in tutto, all’uomo! E comunque sono discorsi che fanno le donne mature, magari di un’altra epoca. Ora le ragazze cantano Battisti e lo capiscono.

Altro pregiudizio: “Battisti era neofascista” (anche se in un covo delle Brigate Rosse a Milano c’erano tutti i suoi album).

Falso. È che negli anni ’70, se non eri “falce e martello”, allora eri fascista. Né io né Lucio eravamo contraddistinti politicamente: andavamo a votare scegliendo il meno peggio. A quell’epoca, dal ’68 in poi, se non eri comunista, eri fascista. Anzi, eri peggio: un qualunquista. La canzone compatibile con il pensiero di quell’epoca era “Contessa”. Ma l’avete risentita? ‘Na roba… Io di solito non parlo male delle canzoni, ma parliamone di “Contessa”! E comunque l’abbiamo capito, adesso, che le ideologie contano fino a un certo punto. Il massimo della politica? Quando è fatta da gente onesta e capace. Punto e basta.

Ma tenendovi lontano dal vostro tempo, avete composto canzoni eterne, no?

Il pensiero legato a un tempo ha una scadenza. La musica del Trovatore ha un testo di una bellezza inimmaginabile. Ma le parole, le parole… Per carità! È un contrasto spaventoso, perché è frutto di quel tempo. È poesia storica: ha funzionato allora, ma non sopravvive ora. Nelle nostre canzoni si parla dell’uomo e della donna, delle loro fragilità e del loro eroismo. Esploravamo i sentimenti umani e i cambiamenti dei rapporti tra uomini e donne.

Smontiamo anche il pregiudizio: “Battisti era stonato”. Eppure solo Mina, forse, riesce a superarne l’interpretazione…

Altra follia! La voce di Lucio non era solo bella: seguendo l’onda di nuovi interpreti del suo tempo, si è avvicinato alla verità della vita. Più canti, cioè più dai sfoggio di capacità vocali, e più ti allontani dalla vita vera. Meno canti, cioè più ti avvicini al senso delle parole, e più trasmetti emozioni. Sempre che le parole delle tue canzoni abbiano questa qualità. Lucio l’aveva capito: non serve mostrare la potenza vocale – e lui, occhio!, ne aveva! – ma trasmettere emozioni. •

Giulio Brusati
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