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21 novembre 2018

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14.08.2018

Interviste

«Gesù è rock, interpretarlo
all’inizio mi terrorizzava»

Una rock opera che affascina ancora. Un musical entrato nella storia. Un luogo perfetto per uno show di enorme impatto. È ancora tempo di “Jesus Christ Superstar”, oggi in Arena, con il texano Ted Neeley nella parte di Gesù per la regia di Massimo Romeo Piparo, su musiche di Andrew Lloyd Webber e libretto di Tim Rice (presente in anfiteatro). E con un’orchestra dal vivo diretta dal maestro Emanuele Friello, e ancora cantanti, acrobati, trampolieri, mangiafuoco e ballerini. Inizio alle 20, biglietterie aperte dalle 11. Neeley ieri è passato dall’Arena per un sopralluogo.

Mister Neeley, com’è stata la prima volta in Arena nel 2014?
Fantastica! Abbiamo dovuto raddoppiare lo show per le richieste. E così la scena della crocifissione è arrivata nel momento esatto del tramonto. Atmosfera da brividi. Quei due spettacoli sono stati un’esperienza magica anche per il pubblico.

Lo show sarà tutto in inglese, giusto?
Sì, è quanto più vicino possibile al film di Norman Jewison. E meno male per me: sono texano e di italiano so appena due parole!.

Lei ha detto che il successo di questo musical deriva anche dal fatto che ci fa vedere «Cristo come una persona che cammina tra noi… e tutto in musica». Ed è questo il motivo per cui è amato da così tanti anni?
Sì. Non ci sono prediche nello spettacolo. Più che i dialoghi, funzionano le musiche e le canzoni. È una music celebration attraverso il rock. E con noi ci sarà un orchestra che suonerà dal vivo. È l’essenza di uno show.

La parte più difficile nel recitare Gesù qual è?
Vivere con la paura di essere percepito come Gesù. Gesù vero, intendo. All’inizio non volevo nemmeno avvicinarmi all’idea di interpretare il figlio di Dio. Tutti nel mondo hanno un’idea dell’uomo chiamato Cristo, ed è difficile entrare nei sandali, diciamo così, di un personaggio del genere. Il mondo, tutto il mondo, avrebbe potuto criticarmi. Non fosse stato per il regista Jewison, non ce l’avrei fatta. All’inizio ero terrorizzato. Anzi, pietrificato.

E stasera lei canterà davanti a Tim Rice che ha scritto il libretto. Un vero gigante del musical, già autore de “Il Re Leone”, “Evita” e tanti altri successi. Come si sente?
Bene. Rice è venuto a vederci altre volte. Lui e Andrew Lloyd Webber, l’autore delle musiche, sono stati tra il pubblico varie volte, spesso in incognito. Ormai è parte della famiglia.

La cantante di un gruppo rock veronese, appassionata di Janis Joplin, dice sempre che Gesù è rock. Lei è d’accordo?
Assolutamente sì. Nel 1971 a New York, fuori dal teatro dov’eravamo per Jesus Christ Superstar, c’era una protesta ogni sera. Erano fondamentalisti cristiani che volevano fermare il nostro show. Una volta che sono riusciti a vederlo, il film, l’hanno accettato. Tutto grazie a un’idea di Jewison: il regista ha portato il lungometraggio a Roma dal papa di allora, Paolo VI, che alla fine della proiezione gli ha detto: Sir, I love your film.

Ma la gente secondo lei oggi percepisce il messaggio cristiano o apprezza le canzoni e canta?
Entrambe le cose. C’è qualcosa di magico nelle canzoni di Webber e Rice; toccano il cuore e riescono a emozionare.

E dei giovani fan che vengono a vederla, cosa pensa?
Strepitosi! Li adoro. Sono cresciuti guardando il film e imparando le canzoni. Dal 1973 ogni generazione ci è passata in mezzo.

Giulio Brusati
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