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21 novembre 2018

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10.09.2018

Interviste

El Diablo ritrova
i vecchi amici
«Qui ho lasciato il cuore»

L'abbraccio tra Granoche e Pellissier (sopra) e con Sorrentino (sotto)
L'abbraccio tra Granoche e Pellissier (sopra) e con Sorrentino (sotto)

Due campionati al Chievo e quattro gol non raccontano tutto di Pablo Granoche. Riduttivi i numeri per quelli come lui. Le statistiche d’altronde non tengono conto della generosità, del coraggio, del lavoro per gli altri. A Veronello c’è tornato per l’amichevole di sabato. Come se non se ne fosse mai andato. Le strette di mano con Sorrentino e Pellissier, l’abbraccio con l’amico Radovanovic e con tutti gli altri. Mandelli e Squizzi li ha ritrovati a fianco di D’Anna, Sardo da team manager, Marcolini in tribuna a vedere anche lui col suo quaderno degli appunti dalla copertina rossa, Luciano chissà dove col suo nuovo compito da osservatore. Di nuovo alla Triestina lui, lasciata nel 2009 per provare il salto al Chievo dopo 24 gol in Serie B. Tutto maledettamente complicato da un infortunio grave e da una Serie A impietosa. «Fa sempre piacere stare a Veronello, a cui mi legano ricordi profondissimi. Ho avuto l’onore di conoscere il mondo Chievo e di farne parte. Una famiglia», la foto di Granoche, «prima che un gruppo di ottimi giocatori. Con molti di loro mi sento ancora. Con Sorrentino soprattutto. Mi auguro possano salvarsi bene, in bocca al lupo davvero».

 

Più sorpreso di vedere in campo Pellissier o Sorrentino?
«È una gara a chi smette prima, ma mi sa che la storia non finirà così in fretta. A Pellissier ho detto che sto aspettando smetta perché non posso farlo prima io a trentacinque anni che lui a trentanove. Scherzi a parte, mi fa piacere per lui. Era chiaro già quando c’ero io che Pellissier avrebbe continuato per tanto tempo ancora. Era ed è in grande condizione. Sorrentino di sicuro andrà avanti un bel po’, è ancora un portiere di ottimo livello».

Resta un suo rimpianto il Chievo?
«Il mio rammarico è quello di non aver avuto pazienza quando non trovavo molto spazio. Volevo giocare a tutti i costi, senza capire che c’erano attaccanti forti e che avrei dovuto attendere il mio momento. Otto anni fa la pensavo così. Non mi rimprovero niente però, ho solo seguito il cuore. Avrei dovuto forse tenermi un po’ più stretta la Serie A, ma non credo di aver sbagliato nel ragionar diversamente. Non mi rimprovero nulla. Ovunque sono andato mi sono divertito».

Il gol che non dimenticherà?
«Il 2-2 con la Roma al Bentegodi e quello nel 4-3 con San Siro strapieno e l’Inter che stava vincendo lo scudetto. Trovai una deviazione sul tiro di Marcolini, fu un’emozione davvero grande. Bellissimi ricordi che mi sono stati regalati da una società seria, un presidente come Campedelli che stimo tanto e ragazzi eccezionali».

Davanti alla porta se la cava ancora piuttosto bene...
«Col Chievo un gol l’ho anche segnato. Forse in fuorigioco, forse no. Ero al limite. Il guardalinee poteva farmi felice, invece loro le giornate spesso ce le rovinano. È una battuta, quel che importa è la crescita collettiva. Abbiamo perso 3-0 ma il risultato è ingiusto. Spero solo che il campionato cominci presto».

Il suo prossimo traguardo?
«Riportare la Triestina dove l’ho lasciata tanto tempo fa, quindi in Serie B. Come sempre hanno deciso i sentimenti. Contento di chiudere a Trieste, ma solo quando lo farà anche Pellissier. Quindi non certo a breve…».

Il ritratto del Chievo di oggi?
«Una rosa di qualità, frenata solo dai problemi extracalcistici che non le hanno fatto trascorrere un’estate serena. Per il resto al Chievo non manca nulla. Con giocatori esperti e giovani bravi. Stepinski, ad esempio, mi piace molto».

Perché il polacco assomiglia a Granoche?
«Soprattutto perché ha la mentalità giusta. A me piace osservare non solo le qualità tecniche. Al di là dei colpi è l’atteggiamento a far la differenza. E lui dimostra di avere tanta fame. Ecco perché farà tanta strada».

Rinascerà Djordjevic?
«Veronello è il posto ideale per rilanciarsi. Anche se per un attaccante è soprattutto importante giocare, l’ho provato sulla mia pelle. Quando Djordjevic ne avrà l’opportunità farà certamente bene. Al Chievo viene facile esprimersi al meglio».

Come ha ritrovato Radovanovic?
«Parecchio cresciuto caratterialmente rispetto ai tempi in cui eravamo compagni al Novara. Poi c’è Giaccherini, poi Birsa, poi Tomovic, Cacciatore, Sorrentino e tutti gli altri. Tanti elementi di valore capaci di formare un blocco unico. Questo è il Chievo. Per questo è superiore a tante fra quelle che lotteranno per la salvezza».

Che le resterà del Chievo fra vent’anni?
«L’ambiente unico di Veronello, ma anche l’amore mio e di mia moglie per una città spettacolare. Noi abitavamo a Verona anche quando giocavo a Modena. E poi la società, fatta di gente perbene e di tanti amici. Non posso non rimaner legato a chi mi ha sempre rispettato fino in fondo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandro De Pietro
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