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17 novembre 2018

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09.08.2018

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Dalla Vecchia e quell'abbraccio storico: «La maglia? In eredità alle figlie»

A sinistra Roberto Dalla Vecchia festeggia con Rudy Keys, a destra Gloria Dalla Vecchia abbraccia Jasmine Keys in ricordo dei due padri eroi
A sinistra Roberto Dalla Vecchia festeggia con Rudy Keys, a destra Gloria Dalla Vecchia abbraccia Jasmine Keys in ricordo dei due padri eroi

Gloria e Jasmine hanno cristallizzato la sacralità di un momento forse irripetibile. Dalla Vecchia abbraccia Keys. La notte del Pionir ha sentenziato. La Scaligera vince la Korac a Belgrado. Era il 1 aprile ’98. E fiumi di leggenda. Lo scatto che idealmente diventa sintesi di un trionfo dalle mille sfaccettature aveva avuto come protagonisti Roberto e Rudy. Vent’anni dopo «quella foto è tornata a vivere» racconta proprio Dalla Vecchia «grazie a mia figlia Gloria e a Jasmine, la figlia di Rudy. L’idea è stata quella di riprodurre lo stesso scatto indossando, però, le mie due maglie». Un modo originale per celebrare l’impresa. E riviverla in maniera diversa. «Si può raccontare anche così. E al camp di Caorle abbiamo ricreato quel momento».

 

Uguale ma diverso. Sempre carico di energia inesauribile Dalla Vecchia, l’avrà raccontata mille volte questa storia, eppure...
«Ricordo le casse»

Le casse?
«Le casse di vino fuori dallo spogliatoio con sopra le maglie celebrative per la vittoria della coppa Korac».

Vostre?
«No, di quelli della Stella Rossa. Avevano pensato a tutto. Non a noi».

Tre secondi dalla fine. Un finimondo
«Si è scatenata la bolgia. Pioveva di tutto dagli spalti. Siamo corsi dentro allo spogliatoio. Ci siamo rimasti per un’ora. A piangere, a ridere, a festeggiare. Arrivati in aeroporto non si partiva più. Mancava il personale, mancavano le hostess. Volevamo solo tornare a casa».

Il resto è già stato consegnato agli archivi. La maglia di quella partita?
«In eredità alle mie figlie. Conservata con tutte le altre della mia storia alla Scaligera. Ne ho regalate, certo. Ma quella proprio no».

I muri di casa Dalla Vecchia parlano di lei?
«No, non amo queste forme di auto celebrazione. I cimeli si impolverano e vanno spolverati. E a me non piace. Mi sono concesso come soprammobile una riproduzione rimpicciolita della Coppa Italia. Basta e avanza».

Quando l’avete vinta quella partita?
«Scarico di Keys, io che tiro da tre dall’angolo. Ma anche i rimbalzi di Boni sotto canestro hanno fatto la differenza. Noi non avevamo più nulla da perdere. La festa era loro. Ma non l’hanno mai iniziata. Perché quel giorno la Stella Rossa, anche per merito nostro, non è mai riuscita ad entrare in ritmo. Li abbiamo spenti».

La notte prima del trionfo?
«Ho un’immagine confusa. Ricordo solo l’arrivo delle pattuglie della polizia per disperdere i tifosi della Stella Rossa che erano venuti a far rumore sotto le finestre dell’hotel dove alloggiavamo».

E la notte della festa? Dopo aver lasciato il Catullo?
«Tutti a casa mia, dove mia moglie ha preparato la carbonara. O forse era aglio, olio e peperoncino».

Certi trionfi partono da lontano, quanto lontano?
«L’arrivo di Dado Lombardi a Verona ha aperto le porte di un nuovo mondo. La Scaligera ha fatto un passo in avanti. Ha capito che poteva crescere. E non si è più fermata. A volte serve il pugno di ferro per fare la storia. E quello è stato il punto di inizio».

Le altre facce?
«Andrea Fadini è stato perfetto direttore d’orchestra. Alberto Bucci un grande tecnico ed una persona speciale. Franco Marcelletti un maestro di campo. Uomini che hanno cambiato la storia della pallacanestro veronese. Per sempre».

I nomi dei campioni che hanno segnato la sua carriera?
«Ho visto passare tanti campioni. Penso a Oscar, Kukoc, Dawkins. Avverti che addosso hanno qualcosa di diverso. Oscar era immarcabile. Kukoc pronto ad esplodere. E il “gigante buono“ Dawkins giocava all’uno per cento delle sue potenzialità. Ma gli bastava per essere una spanna sopra tutti».

I campioni che ha vissuto sulla pelle?
«Dalipagic, Williams, Iuzzolino. Ma Henry aveva qualcosa in più. E resterà sempre sopra tutti».

Simone Antolini
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