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18.07.2018

Interviste

Dall’Argentina fino all’Arena
Aida è l’opera dei miei debutti

Il soprano Maria José Siri
Il soprano Maria José Siri

Se sul palco incarna eroine destinate alla tragedia, fuori dalle scene Maria José Siri trasmette un’immediata carica di allegria. Forte dei successi riscossi nei teatri e nei festival più prestigiosi, l’artista uruguayana (Oscar della Lirica 2017 come Miglior Soprano) è Aida in Arena per il quinto anno consecutivo. E ci racconta qualche dietro le quinte della sua vita personale e professionale, così ricca di soddisfazioni e avventure.

Da quanti anni vive a Verona?
Ormai da tredici. Io e questa bellissima città ci siamo adottate a vicenda: la considero casa mia.

E dal 2013 lo è anche l’Arena.
Ho avuto il piacere di debuttare in Arena in occasione del Festival del Centenario ed è stata una splendida esperienza. Da allora non posso assolutamente mancare all’appuntamento estivo: nel 2015 ho festeggiato proprio sul palco areniano la mia centesima recita come Aida.

Come è nato il sodalizio con Aida?
È stata la seconda opera che mi hanno proposto in teatro dopo «La bohème», ma la storia è iniziata in modo molto particolare. Nel 2003 vivevo in Uruguay e, purtroppo, soffrivo di sonnambulismo. Una mattina, mentre stavo ancora dormendo, ho ricevuto una telefonata. Ho risposto e sono tornata a letto. Quando mi sono svegliata, il mio fidanzato mi ha fatto i complimenti per essere stata ingaggiata come Aida in Argentina. Pensavo che mi prendesse in giro, ma sul telefono c’era il numero del Teatro Rosario. Mi avevano proposto quattro recite e avevo accettato! Ho preparato il ruolo da sola al pianoforte e, siccome mi sembrava ci stesse bene, ho inserito un mi bemolle nel finale del secondo atto: solo dopo ho scoperto che l’aveva fatto anche Maria Callas in Messico. Terminate le recite ho messo da parte «Aida» per un po’, quindi l’ho ripresa a Stoccarda nel 2008. La prima esibizione italiana è giunta senza preavviso. Avevo accompagnato mio marito a Palermo per un’opera e, durante la pausa, il direttore del Teatro Massimo Lorenzo Mariani mi ha detto «Cantaci qualche aria di Aida» e io ho intonato «O cieli azzurri» e «Ritorna vincitor». Da lì è arrivata «Aida» con la regia di Franco Zeffirelli, prima a Palermo, poi alla Scala. È un’opera che mi ha donato e continua a donarmi moltissime soddisfazioni: l’ho eseguita anche al Cairo davanti alle piramidi.

Sarà alla Scala anche l’anno prossimo come Manon Lescaut.
La Scala è un teatro che mi ha accolto sempre bene e dove ho avuto la fortuna di lavorare con maestri come Daniel Barenboim e Riccardo Chailly, il quale mi ha dato la straordinaria opportunità di aprire la stagione 2016/2017 con «Madama Butterfly». Una cosa simile rimane nel cuore davvero per sempre. Invece non avrei mai pensato che mi affidassero «Francesca da Rimini» perché non conoscevo la parte, ma durante i mesi di studio me ne sono innamorata.

Quali ruoli le piacerebbe riprendere al più presto?
Norma, perché mi ha aperto un mondo, e Francesca. Possono sembrare parti agli antipodi, ma l’aver fatto Norma a Macerata nel 2016 mi ha reso un’interprete migliore per Butterfly e Francesca.

Nel suo repertorio c’è anche «Tosca», opera che tornerà in Arena nel 2019: ci ha già fatto un pensiero?
La «Tosca» di Hugo de Ana è il mio sogno. È stata la prima opera che ho visto in Arena nel 2006: ne sono rimasta folgorata e ho subito comprato il dvd. Adoro quell’allestimento e quel magnifico abito rosso!

Angela Bosetto
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