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29 marzo 2017

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08.03.2017

Interviste

«È la burocrazia
il fiore in bocca
del teatro italiano»

Gabriele Lavia protagonista de «L’uomo dal fiore in bocca»
Gabriele Lavia protagonista de «L’uomo dal fiore in bocca»

Gabriele Lavia è protagonista al Teatro Nuovo da stasera a dominica de «L'Uomo dal fiore in bocca», ultimo lavoro del drammaturgo di Girgenti dopo aver interpretato anche «La trappola» e «Sei personaggi in cerca di autore».

Perché continua a incuriosirsi a Pirandello?

Sono legato anche da questioni di carattere affettivo e infantile: avevo una nonna che mi leggeva quando ero piccolo «L'uomo dal fiore in bocca».

Un testo che recitato durerebbe un quarto d'ora.

Si, con lunghe pause! Siccome il testo è tratto da una novelletta intitolata «Il caffè notturno» con sottotitolo «La morte addosso», mi sembrava giustificato prendere altre novelle e interpolarle secondo una logica interna ravvisata da me per farne uno spettacolo di un'ora e venti E siccome tutte le interferenze afferiscono all'idea della donna e della morte, il pubblico ha l'impressione e io stesso, di aver recitato «L'uomo dal fiore in bocca».

Il binomio morte e donna. Mi ricorda «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi».

Pavese è un poeta e la morte è uno dei suoi temi. Per Pirandello il binomio morte-donna e donna-morte è un binomio inscindibile per motivi complessi, che hanno a che vedere con la sua giovinezza e la sua maturità.

«L'uomo dal fiore in bocca» porta la morte dentro la vita per renderla più vigile. Una contraddizione?

È un'opera, è grandissima da un punto di vista poetico e filosofico perché racconta la presenza costante della morte dentro al vita. Questa aporia insanabile, questa contraddizione interna. Si tratta di armonia classica, in senso greco, unione dei contrari.

Perché ha ambientato la vicenda in una stazione?

Perché non volevo che assomigliasse all'uomo che tutti coloro che l'hanno visto conoscono e si ricordano.

E l'avventore?

Il pacifico avventore nell'atto unico viene solo narrato, noi invece lo vediamo fisicamente. Il treno che se ne va via, lui è disperato e finisce la sua giornata in una stazione abbandonata in qualche paesino sperduto della Sicilia.

La critica ha ravvisato note ironiche, buffonesche nel vostro dialogo.

Pirandello dice che la vita è una grande pupazzata, non una tragedia. Capisce? Burattini. Poi attori importanti nel passato hanno voluto restituirci un Pirandello filosofo senza comprendere la struttura del suo linguaggio. Si pensi che Pirandello a Bonn scopre l'espressionismo e si accorge che le persone di Porto Empedocle sono quelle persone sbieche e sbilenche dipinte dagli espressionisti.

In scena ci sono dei pacchetti.

Sono gli impicci della vita, l'uomo non ha nessuna possibilità di toglierseli. Sono gli impegni della vita, l'esistenza è fatta di impegni. Ora devo fare l'intervista, prendere il treno per Verona, pagare le tasse, se si analizza la propria vita è una serie di impegni, talmente tanti, uno per dito.

Qual è il fiore nella bocca del teatro italiano?

La burocrazia. Mortale e io non lo vedrò guarire.

Le sue produzioni sono state molto impegnative da un punto di vista economico.

Certo. Con pochi soldi si fa una cosa che costa poco ma non è detto che equivalga al bello. Scene e attori costano. Non è una pellicola che gira da cinema in cinema, il teatro sono uomini che si muovono. I miei spettacoli costano, forse altri sono più bravi di me, ma non mi sembra che il pubblico sia aumentato nelle rassegne.

Che idea si è fatto dell'interpretazione di sua figlia nel Romeo e Giulietta?

Ho visto la “prima” al Romano (che non è più come ai miei tempi) gli attori erano tesi, non posso esprimermi. In queste sere tornerò a vederla.

Simone Azzoni
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