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Salute

28.02.2012

«Valutare di più i malati prima dell'operazione»

Intervento chirurgico nel reparto di Neurochirurgia
Intervento chirurgico nel reparto di Neurochirurgia

Soltanto due malati su dieci riprendono una vita normale dopo l'asportazione chirurgica di un tumore maligno (glioma) al cervello, anche se per i neurochirurghi l'intervento è - come si suol dire - tecnicamente riuscito. Un'apparente contraddizione, dalle molteplici e profonde implicazioni etiche e deontologiche, che è stata affrontata e approfondita nell'ultimo numero, l'edizione numero 100, della rivista specializzata Journal of Neuro-Oncology. Un numero speciale che è stato concepito in riva all'Adige, poichè il text editor (il curatore dei testi) è il dottor Andrea Talacchi, professore aggregato di Neurochirurgia, esperto di gliomi in aree critiche e trattamento delle malformazioni vascolari endocraniche e della patologia spinale. «Il numero speciale, cui hanno collaborato colleghi delle Università di Padova e Trento», illustra il dottor Talacchi, «è il tentativo di dare una risposta alla domanda che l'anno scorso è stata al centro di un importante congresso di Neurochirurgia. Ci si domandava, in pratica, se non fosse arrivato il momento di mettere a punto nuovi strumenti di valutazione del paziente. Una necessità rafforzata dalla consapevolezza che spesso ci si ferma a valutare il risultato di un intervento solo guardando al tumore, analizzando cioè se è stato tolto completamente e in maniera pulita, mentre si guarda poco al paziente. E siccome a Verona ci vantiamo di fare una neurochirurgia molto accurata, non abbiamo avuto paura di indagare le conseguenze del nostro atto operatorio».
Le conclusioni cui sono giunti i ricercatori veronesi analizzando le esperienze cliniche degli ultimi anni sono indicative. «L'asportazione del glioma maligno, che da solo costituisce il 50% dei tumori al cervello, incide sulla sopravvivenza del malato, che comunque va incontro a morte pressochè certa, ma non sui problemi causati direttamente dalla massa tumorale. Gran parte dei pazienti trattati chirurgicamente presentano invalidità a livello cognitivo che noi neurochirurghi non siamo in grado di valutare, proprio perchè la valutazione dell'efficacia dell'intervento si basa solo su prove strumentali, mentre manca lo studio degli esiti sul paziente. Riteniamo fondamentale, quindi, un approccio multidisciplinare a questi malati. Prima e dopo l'intervento si potrebbero effettuare dei test neuropsicologici per valutare le facoltà cognitive e affettive, da seguire poi nel tempo. Questo approccio servirebbe sia al paziente per una eventuale riabilitazione, sia agli stessi chirurghi anche nei test clinici. Se ad esempio ci sono due farmaci chemioterapici che hanno lo stesso effetto sul tumore», conclude il dottor Talacchi, «potrebbe essere scelto quello che dà i minori effetti sulle capacità cognitive del paziente. È una battaglia nobile da combattere». P.COL.

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