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11.10.2018

Troppo selettivi
Disturbo alimentare
che colpisce i bimbi

Il disturbo alimentare che colpisce i bimbi
Il disturbo alimentare che colpisce i bimbi

«Mamma, non mi piace!». Quante volte il bambino si trincera dietro ad una scelta alimentare che a volte ci sembra del tutto irrazionale. Nella maggior parte dei casi è solo schizzinoso. Ma ci sono situazioni in cui quest’abitudine assume caratteristiche davvero curiose, con il piccolo che magari punta solo ad alimenti morbidi e cremosi come il budino o lo yogurt o basa le sue scelte solamente sul colore dell’alimento. Se ama il rosso, ad esempio, sceglie esclusivamente pasta al pomodoro, fragole, pomodori e magari si lascia andare solamente con una fetta di pizza. I gusti sono gusti, si dirà. Ma non bisogna dimenticare che quando l’abitudine appare incontrollabile bisogna parlarne con il pediatra, visto che si potrebbe configurare una sorta di alimentazione «selettiva». Oppure, ancora peggio, si arriva a quella che in termini anglosassoni viene definita Arfid, che in italiano si può tradurre come disturbo evitante/restrittivo nell’assunzione di cibo. L’incidenza del disturbo è ancora da definire perfettamente, visto che di Arfid si parla ufficialmente solo dal 2013, ma ricerche americane stimano che il 14 per cento degli adolescenti con disturbi alimentari potrebbe presentare caratteristiche tipiche del quadro. Il problema colpisce soprattutto i maschi, sei bimbi su dieci che ne soffrono sono di sesso maschile. La sua insorgenza si concentra dall’età prescolare fino al termine delle scuole medie. Quando bisogna mettersi sul chi vive? Secondo gli esperti mamma e papà dovrebbero prestare particolare attenzione quando il bimbo assume scelte alimentari molto selettive in termini di consistenza del cibo (magari vuole solo alimenti morbidi) di colore (tende a privilegiare cibi di una stessa tinta) o in base al sapore o all’odore. In questo caso viene coinvolto il sistema sensoriale, ma possono essere presenti anche altri problemi: ad esempio il piccolo sembra voler evitare i cibi semplicemente perché nutrirsi non gli pare importante oppure ancora manifesta precise preoccupazioni nel momento di sedersi a tavola. In questi casi, magari mangiando, dice di temere determinati alimenti (soprattutto in base alla loro consistenza) perché teme che lo facciano soffocare. Il problema, oltre che sul piano fisico perché può influire sulla crescita, si può ripercuotere sulla vita sociale del bimbo. Le difficoltà nel rapporto con il cibo possono manifestarsi ad esempio a scuola, quando in mensa proprio non vuole mangiare insieme ai coetanei, o nella rinuncia a situazioni conviviali come ad esempio le feste o la vita in comunità, come in un campeggio. Se il bimbo segnala queste forme di malessere occorre, insieme al pediatra, studiare le migliori strategie di sostegno. E bisogna ricordare che le teorie psicologiche di approccio a questa situazione prevedono una sorta di processo di «riavvicinamento», simile a quello che si fa nella dieta di esclusione in chi è allergico quando piano piano si reinseriscono nella dieta specifici alimenti, secondo una scala ben precisa. Poi occorre puntare su un approccio psicologico, per riabituare il bimbo a non scartare a priori certi alimenti.

Federico Mereta
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