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Salute

12.03.2012

Se il medico ascolta il paziente la terapia funziona meglio

Foto emblematica di un medico mentre ascolta un paziente
Foto emblematica di un medico mentre ascolta un paziente

Quanto conta la comunicazione tra medico e paziente? Moltissimo, perchè se il medico, ad esempio, non sa ascoltare il paziente e quest'ultimo si fa un'idea sbagliata del proprio stato di salute, alla fine si può arrivare anche in tribunale. Negli Stati Uniti, tanto per fare un altro esempio, ogni anno il 7,7 per cento dei medici viene denunciato dai propri pazienti per i motivi più diversi, ma spesso per insoddisfazione circa le cure ricevute, e nell'1,6 per cento dei casi si arriva a un risarcimento. È stato appurato che il 60 per cento di queste denunce sono dovute a fallimenti comunicativi e in particolare perchè i pazienti pensano di non essere ascoltati e capiti. In Italia non esiste una casistica precisa di questo fenomeno, che pesa non poco sulle casse della Sanità, come ricorda anche il Forum che si tiene oggi in Gran Guardia centrato sulla «Sicurezza in sala operatoria e responsabilità professionale», dove verrà sottolineato come la spesa assicurativa della sanità veneta ammonti a 65 milioni di euro. E si parla solo del rischio operatorio. Ma qualcosa per migliorare l'informazione tra medico e paziente si può fare con una preparazione adeguata fin dai banchi dell'università. A Verona questo tema è uno degli elementi inseriti nel corso di psicologia clinica tenuto dalla professoressa Christa Zimmermann, del Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica, Sezione di Psichiatria, Servizio di Psicologia Medica dell'università di Verona al Policlinico di Borgo Roma, e dalla sua collega, il professore associato Lidia Dal Piccolo. Spiega la professoressa Zimmermann: «Facciamo molta formazione sulla comunicazione non solo ai medici ma a tutti i futuri operatori della Sanità, infermieri, fisioterapisti, tecnici, affinchè riescano a costruire un buon rapporto con i loro pazienti, in modo da creare e mantenere una relazione terapeutica. Perchè è ormai appurato che se il paziente si sente compreso e sostenuto dal medico, libero di esprimere le sue preoccupazioni, le sue attese e le sue opinioni, il paziente partecipa e collabora al programma terapeutico». Gli studenti del corso di psicologia clinica sono circa 500 per anno accademico. «Purtroppo le ore a disposizione non sono molte, 12 in tutto l'anno», precisa la professoressa Dal Piccolo.  Che aggiunge: «Molti problemi, e anche molte denunce, nascono dal fatto che i pazienti si rivolgono al medico avendo già delle aspettative sulla terapia o sull'intervento, ma che non sempre vengono chiarite. Così possono scattare la delusione o la sfiducia. Invece l'abilità del medico è proprion quella dia cquisire la fiducia del paziente, standolo a sentire e chiarendo bene cosa si dovrà fare, quali saranno i vantaggi e anche i limiti della terapia». In definitiva, il paziente deve essere messo in grado di capire a che cosa va incontro e il medico deve saper spiegare bene quale sarà il percorso terapeutico, stabilendo così una buona relazione con il paziente. Cosa che non è così scontata. Tant'è, spiegano le due docenti, «che può accadere che i pazienti non vogliano sottoporsi a una terapia. Il medico deve capire perchè, deve indagare sui motivi di questo rifiuto, capire come il programma terapeutico interferisca con la qualità della vita del paziente. Il medico deve fare domande e ricostruire la necessaria alleanza tra lui e il paziente». Le denunce di «malpractice», di cattive pratiche in medicina, di solitoscaturiscono dagli esiti negativi delle cure, dall'insoddisfazione dei pazienti e, nel 70 per cento dei casi, da cattiva comunicazione. Sarà anche per questo che l'interesse per questo tipo di formazione è comunque molto cresciuto negli ultimi anni, confermano le due docenti, impegnate anche nell'organizzazione di convegni e training per l'interazione tra medico e paziente.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

Elena Cardinali
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