18 gennaio 2019

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Salute

10.01.2019

Pisolino dopo pranzo
«Un toccasana
per il cervello»

Benedetta siesta
Benedetta siesta

Non sappiamo se sia «politicamente corretto». Ma è certo che la pennichella dopo pranzo non è un’abitudine da disprezzare, anche e soprattutto per il cervello. Grazie al classico riposino, infatti, il sistema nervoso si libera delle scorie che ha accumulato in una mattinata di studio o lavoro, trovandosi più pronto nel momento in cui diventa necessario riprendere al massimo. Sia chiaro: non bisogna esagerare con il cibo e le calorie appesantendosi troppo, altrimenti il peso che avete creato sullo stomaco con il «furto» del sangue destinato al cervello diventa un meccanismo che assopisce. Ma se vi siete tenuti leggeri, ricordate che basterebbe infatti un’ora e mezza di riposo dopo il pasto (difficile per tutti, ma comunque anche un periodo minore potrebbe avere effetti positivi!) per rinfrescare ed aiutare la memoria a lungo termine, quella che si «deposita» e ci consente di portare immediatamente alla mente i nomi delle persone, la capacità di guidare o la possibilità di suonare uno strumento musicale. A dare il tempo del riposino è una ricerca condotta da Avi Karni e Maria Korman del Centro per lo Studio del Cervello e del comportamento dell’Università di Haifa, pubblicata su Nature Neuroscience. Gli scienziati hanno valutato due gruppi di persone: in uno i soggetti riposavano regolarmente dopo pranzo, nell’altro rimanevano attivi costantemente fino a sera. Il risultato? Sottoponendo tutti i partecipanti a prove di abilità manuale connesse con il ricordo di una precedente istruzione, si è visto che chi riposava regolarmente il pomeriggio migliorava costantemente nelle prestazioni, che invece rimanevano immutate in chi proseguiva nella propria attività. Insomma: lo studio conferma una volta di più che il sonno facilita i processi di apprendimento e di consolidamento della memoria perché i ricordi sembrano fissarsi meglio quando si riposa. In particolare si è visto che durante il sonno ad onde lente, il cosiddetto sonno non Rem, i neuroni stimolati in veglia nel corso di un processo di apprendimento sembrano riattivarsi e rinforzare i loro collegamenti, favorendo i processi di memorizzazione. È per questo che la pennichella è una sorta di «rigenerante» per le cellule nervose, che nel corso della giornata si riempiono di informazioni come i cassonetti della nettezza urbana e creano quindi nuove connessioni. Con il riposo verrebbero invece eliminati i collegamenti inutili che durante il giorno si creano tra le cellule nervose. Il sonno, quindi, potrebbe essere un valido meccanismo perché il cervello metta in ordine le sue competenze: ed è particolarmente utile considerando che non tutte le aree cerebrali si impegnano allo stesso modo nel corso di una giornata. Studiare impegna zone particolari, diverse rispetto a quelle prioritariamente impegnate durante l’attività fisica. Quindi non bisogna pensare che la pennichella sia roba da anziani. Anche i giovani sono a rischio: sempre più spesso hanno una quantità di riposo insufficiente – per non parlare della qualità - specie se si trovano in fasi di intenso stress.

Federico Mereta
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