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Salute

01.03.2012

«Così l'attività fisica combatte il diabete»

Controlli per la glicemia durante una campagna di prevenzione
Controlli per la glicemia durante una campagna di prevenzione

L'attività fisica, non solo aerobica ma anche di sforzo muscolare, è l'arma migliore per combattere il diabete. Lo dimostrano i risultati della ricerca sugli «effetti metabolici dell'allenamento aerobico e di resistenza nel diabete di tipo 2», diretta dal professor Paolo Moghetti dell'Unità operativa di Endocrinologia e Malattie metaboliche dell'Azienda ospedaliera universitaria integrata (diretta dal professor Enzo Bonora) con la collaborazione dei dottori Carlo Negri ed Elisabetta Bacchi e della Facoltà di Scienze motorie. Risultati che sono stati pubblicati su «Diabetes Care», organo della società americana di diabetologia e rivista scientifica diabetologica più diffusa al mondo.
Questi risultati sono stati presentati nei giorni scorsi in un incontro con i pazienti che hanno partecipato allo studio. L'indagine, condotta interamente con fondi dell'Università e dell'Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, ha visto coinvolti 40 diabetici di tipo 2, non insulinodipendenti, divisi in due gruppi, che hanno effettuato, per alcuni mesi e poer tre volte alla settimana, un'ora di lavoro in palestra presso la Facoltà di Scienze motorie, chi svolgendo attività aerobica, chi esercizi di forza muscolare con apposite macchine e pesi. I partecipanti sono stati sottoposti ad una serie di misure e analisi (comprendenti la composizione corporea, la sensibilità all'insulina, la misura del grasso addominale, la produzione di sostanze da parte del muscolo misurata su agobiopsie). L'obiettivo era capire quali differenze vi fossero tra i due tipi di esercizio: il risultato principale è che, sotto moltissimi profili, queste due modalità di allenamento producono effetti simili e sono ugualmente efficaci per le persone con diabete. Ed è una novità per il mondo scientifico.
Chi si è allenato con il gruppo aerobico è riuscito a migliorare di più, rispetto al gruppo di forza, il proprio consumo di ossigeno, mentre chi si è allenato alla forza ha migliorato molto di più la forza muscolare degli arti superiori e inferiori. In entrambi i gruppi è, però, migliorata in modo significativo, e simile, l'emoglobina glicata, un indicatore importante nella persona con diabete perché permette di valutare la glicemia media sull'arco di alcuni mesi, così come simile è stato il miglioramento nei due gruppi per quanto riguarda il peso corporeo, la circonferenza vita, l'aumento della massa muscolare, la riduzione del grasso addominale (in media meno 47 centimetri quadrati nella superficie del grasso viscerale) e del grasso all'interno del fegato (diminuito del 12 per cento in entrambi i gruppi). Su un parametro molto importante come la sensibilità insulinica, che misura la capacità dell'insulina di far usare ai tessuti lo zucchero, si è registrato un miglioramento del 30 per cento nel gruppo aerobico, del 15 per cento nel gruppo di forza. «Non si pensava - riferisce la dottoressa Bacchi - che anche il training di forza potesse determinare miglioramenti così simili sotto tanti profili a quelli del gruppo aerobico».
I partecipanti sono stati sottoposti a Holter glicemico, uno strumento che misura la glicemia ogni cinque minuti, per più giorni e invia il risultato wireless ad uno strumento che registra questi risultati. «In questo modo - fa presente il dottor Negri - abbiamo potuto verificare le differenze di glicemia tra i giorni di allenamento e quelli senza. Nelle persone che hanno svolto lavoro aerobico, la glicemia scendeva significativamente durante l'attività fisica, mentre in quelle del gruppo di forza, si manteneva costante. L'Holter ha, inoltre, rilevato differenze anche durante la notte, nelle ore di sonno. I risultati su un arco di 48 ore erano, invece, simili. Questo ci aiuta a capire dove e quando si può verificare l'ipoglicemia e come evitarla, ad esempio riducendo la terapia per il diabete nei giorni dell'attività fisica, ma con modalità diverse a seconda del tipo di esercizio».
«I risultati con i due tipi di esercizio - conclude Moghetti - sono quindi, nel complesso, simili, ma con alcune differenze tra i due gruppi, piccole ma da tenere presenti». R.P.

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