18 gennaio 2019

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Salute

10.01.2019

A cura del dottor Federico Mereta

Le cure per i tumori sono sempre più efficaci. Ma non bisogna dimenticare l’importanza della «parola» come strumento per aiutare chi soffre. A volte il termine giusto, impiegato al momento appropriato, può avere un effetto fenomenale. A confermarlo sono le donne che hanno partecipato alla campagna #leparolechevorrei, lanciata su Facebook da ACTO – Alleanza contro il Tumore Ovarico. La campagna ha raccolto suggerimenti e stimoli per comprendere quali parole dire o utilizzare con chi è colpito da questa neoplasia, che in Italia interessa 50.000 donne e che registra 5.200 nuove diagnosi/ ogni anno. «Il futuro delle donne colpite da tumore ovarico sta migliorando in termini di sempre maggiore sopravvivenza e crescente qualità di vita. Due fatti importanti che ci hanno suggerito di lanciare questa campagna per cominciare a parlare e a far parlare della malattia in modo diverso», spiega Nicoletta Cerana, presidente di Acto, «tralasciando parole che evocano scenari di lotta e di guerra, perché collegate alla severità della malattia, trovandone invece delle nuove e più positive perché le parole danno cambiano i comportamenti e, a seconda di come vengono usate, possono essere frecce da scagliare o scialuppe di salvataggio». Qualche esempio? «Mi ha fatto piacere sentirmi dire che ero bellissima con questo vestito rosso…», «…avrei voluto che il mio medico mi dicesse che non dovevo sentirmi sola…» o «… sono qui per te; dimmi cosa posso fare per aiutarti». Ma importanti sono anche «i gesti che parlano»: gli abbracci, i sorrisi (anche quelli del medico), le chiacchierate che aiutano a far scorrere quei giorni e quelle ore che sembrano non finire mai.

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