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13 novembre 2018

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Salute

01.11.2018

A cura del dottor Federico Mereta

Per il cuore, il tempo è vita. In caso di sospetto infarto, quanto prima si arriva in ospedale tanto maggiori sono le possibilità di “riaprire” la circolazione ostruita e ridare sangue al muscolo più importante del corpo, con conseguente minor danno e miglior prognosi a distanza. Il “palloncino” che dilata i vasi, peraltro, è sempre più una realtà insieme alle altre cure in urgenza. Ogni anno in Italia si registrano circa 150.000 sindromi coronariche acute; l'angioplastica primaria, trattamento principale per questa patologia in fase acuta, nel 2017 ha subito un incremento pari al 3,9 per cento per un totale di 36.876 interventi, vale a dire 609 per milione di abitanti. «L’angioplastica primaria ha realmente rivoluzionato la cardiologia perché permette di effettuare al tempo stesso la diagnosi e l’immediato trattamento dell’infarto miocardico acuto, che è la prima causa di morte nei Paesi occidentali – commenta Giovanni Esposito, Presidente del Congresso della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise). Il primo intervento di angioplastica è stato eseguito in Italia nel 1981 e, da quel momento, l’incremento e la diffusione di questa tecnica sono stati costanti e progressivi». Alcune aree e regioni del nostro Paese rappresentano un modello per l’organizzazione della rete per l’infarto, con una riduzione della mortalità che si aggira intorno al 3-5 per cento. In particolare nelle regioni che hanno aderito al progetto “Stent for Life” per assicurare a tutti i pazienti con infarto miocardico il rapido accesso all’angioplastica primaria (Piemonte, Veneto, Sicilia, Puglia e Campania), è stato raggiunto un importante obiettivo legato ad un incremento del numero di angioplastiche coronariche.

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