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21 novembre 2018

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La Posta

15.06.2018

Che acrobazie ai caselli
quasi tutti self service

La Posta della Olga
La Posta della Olga

Ormai sono pochi i caselli autostradali in cui si paga all’operatore - scrive la Olga - e questo è un guaio per il mio Gino che non ha i brassi longhi. Gli dico sempre: «Gino fate el telepass, così te infili el buso giusto sensa fermàrte». E lui mi risponde che per le poche volte che prendiamo l’autostrada non ne vale la pena. «Se te piàse tribolàr - gli dico - fa come te vol». Il problema è che il sistema di pagamento automatico non è adatto per chi ha le braccia normali o corte, a meno che non si allunghi fuori dal finestrino con tutto il busto, operazione che richiede un’elasticità da orangutan che il mio Gino non ha. L’altra domenica siamo andati all’ "Outlet Village" di Bagnolo che è attaccato all’uscita di Mantova Sud. Già durante il viaggio di andata, il mio Gino mi aveva detto: «Tìreme fora da la scarsèla le monedìne parché te sè che quando rivémo a Verona no gh’è mai l’omo o la dòna a la cassa e bisogna che se rangémo». E io ho fatto come mi ha chiesto, anche se non mi piace rumàr nelle scarsèle delle sue braghe quando le ha indosso, specie se è seduto in macchina e mi devo buttare sopra di lui, inducendo all’equivoco i camionisti che ci superano perché non facciamo mai più dei 90 all’ora. Al ritorno, come sempre, al casello di Verona Sud funzionavano solo le casse self service e c’erano le code come se San Martìn fosse una località balneare. In realtà tutti gli automobilisti che avevamo davanti avevano i brassi curti e molti, nel tentativo di ritirare i schei del resto dalla vaschetta, gli cadevano per terra e cercavano di raccoglierli buttandosi di testa dal finestrino e restando sospesi grazie al passeggero a fianco che gli teneva le gambe. Quando è toccato al mio Gino, le monetine gli sono cadute ancora prima di metterle nella vaschetta. Gli ho dato allora una banconota da 5 euro che avevo nel tacuìn ma non riusciva a infilarla nella fessura perché, prendendo lo slancio, come doveva fare, non era facile. «Gh’è ’na cóa de du chilometri» ci gridavano dalle auto dietro. Ci insultavano e suonavano i clacson. Alla fine, non senza fatica, il mio Gino ha schissato el botòn ed venuto l’ operatore. «E i schei che m’è cascà?». Gli ha chiesto il mio Gino. «Ogni note passa un moréto a catàr su la monéda» è stata la risposta.

Silvino Gonzato
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