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01.06.2009

A Villa Buri in diecimila
sognando l'integrazione

Verona. Tante famiglie, con tanti bambini tenuti per mano o in braccio, e tanti giovani. Una fiumana di persone di colore, lingua e modo di vestire diversi. La diciottesima edizione della Festa dei Popoli, organizzata dal Centro pastorale immigrati, il Centro missionario diocesano (Cmd), la Caritas diocesana veronese, i missionari comboniani, il Cestim, le associazioni degli immigrati, i Focolari e l'onlus Villa Buri, lascia negli occhi un'immagine forte. Diecimila persone sono confluite nel parco di Villa Buri, a piedi, in bici o con il servizio di bus navetta, com'era stato richiesto dagli organizzatori, per non creare intasamenti.

Varcato il cancello, il benvenuto era affidato alla musica tradizionale di vari Paesi, suonata dal vivo, e all'enorme striscione appeso sul muro della villa: «Pace». «Per sentirsi tutti a casa», come ha detto don Giuseppe Pizzoli, direttore del Cmd. Le bandiere delle nazioni presenti sono state alzate sopra il palco. Tutto intorno, una quarantina di stand, ciascuno con l'insegna di una nazione: si assaggiavano i dolci e le bevande tradizionali, si ammiravano l'artigianato e i costumi tipici, ma soprattutto si scambiavano due chiacchiere con i nuovi concittadini, mentre i bimbi, spontaneamente, giocavano insieme nel parco.

A che punto è Verona in quanto a integrazione, secondo il loro punto di vista? Si sentono discriminati, hanno nostalgia della loro terra? E iniziative come la Festa dei Popoli servono davvero a migliorare il rapporto tra autoctoni e stranieri?
Stand dopo stand, ne esce che il popolo veronese non se la cava poi male in quanto ad accoglienza. «Nel tempo siete molto migliorati», ha detto Daniel, musicista, originario del Ghana e qui da trent'anni. «Se appena arrivato, la gente mi guardava come un marziano, oggi mi sento più a mio agio. Ma il cammino è ancora lungo», ha continuato in perfetto italiano e perfino qualche parola di dialetto, «soprattutto in alcuni campi. Non si può sempre sparare a zero: così si crea la cultura dell'odio e della paura. E la politica non deve occuparsi d'immigrazione solo come tema elettorale. Bisogna regolamentare gli ingressi? Siamo d'accordo, ma una volta qui, quando abbiamo una casa e un lavoro, non vogliamo essere guardati come elementi problematici».

Un altro veterano della Festa è Demba, del Senegal: «È sbagliato chiedersi se i veronesi siano o meno razzisti, non si può generalizzare», ha spiegato dal suo banchetto di gioielli etnici. «Bisogna solo credere che iniziative come questa, in cui facciamo conoscere ai veronesi le nostre culture, danno una grande spinta all'integrazione. E lo facciamo sia per i nostri figli sia per i vostri, che giocando tutti insieme, cresceranno con una nuova mentalità».

Agata, polacca, servendo ai visitatori fette di «sernik», il dessert tradizionale a base di ricotta, spiega: «Partecipare alla Festa serve anche a noi», ammette, «perché spesso troviamo più facile rinchiuderci nelle nostre comunità che cercare il dialogo». A proporre le proprie specialità culinarie, anche la comunità Rom. «Vogliamo far sapere che ci siamo, non solo dentro i campi o ai bordi delle strade, ma anche qui, in mezzo a tutti», ha detto Mirabela, reggendo il cesto dei «negresi», dolcetti al cioccolato. «I miei figli non ripeteranno i miei errori, vanno a scuola come gli altri bambini».
E Thang, operaio vietnamita: «In famiglia parliamo sia l'italiano sia la nostra lingua, perché non vogliamo dimenticare da dove siamo venuti».

Lorenza Costantino

Lorenza Costantino
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