domenica, 14 marzo 2010

Spettacoli

CAMBIA TEMA

Tutto sulle opere in Arena

Zoom Foto

In questa sezione vengono raccolti tutti gli articoli dedicati alla stagione lirica 2009. Le opere, i personaggi, notizie, novità e curiosità. E naturalmente tante foto

Dalla: La mia Tosca così pop, così disperata

Zoom Foto

Giulio Brusati



Un'opera pop nel senso di popolare, lontana «dalle pellicce e dagli smoking della lirica».
È nelle diverse declinazioni di «pop» che si concentra l'essenza della «Tosca - Amore disperato» di Lucio Dalla, in programma domani alle 21 in Arena con l'Orchestra del Festival Puccini di Torre del Lago.
A spiegarcela è lo stesso musicista bolognese con un impeto che lascia poco spazio alle critiche dei puristi.
Perchè riprendere un'opera di Puccini in chiave pop?
Perchè Puccini è pop. Senza di lui non esisterebbe il 50% di quella che chiamiamo oggi musica leggera. E perché è modernissimo: il primo quarto d'ora del film «Il gladiatore» con Russell Crowe è totalmente pucciniano. Senza Puccini non ci sarebbero stati nemmeno i musical di Lloyd Webber.
Cosa indica esattamente la dicitura «Tosca di Lucio Dalla»?
Che mi sono occupato di tutto; ci manca solo che dia una spazzata al palco a fine serata. A parte le battute, all'inizio, su suggerimento del produttore, David Zard, un «pazzo» che segue le mie intuizioni, ho cominciato con le musiche. Poi non mi piaceva il libretto e mi sono messo a scrivere i testi, finendo per curare anche la regia. Mi piace tutto questo, e mi avvicina a Puccini, un artista che si occupava anche di regia e organizzazione.
Nella sua «Tosca» c'è anche un lieder di Mahler. Non le manca il coraggio...
Certo, la musica non è un'entità fissa con steccati precisi. Io vedo una continuità nei secoli e nelle arti. Per me Caravaggio è moderno come Bacon, così come attuali sono Leopardi, Bertolt Brecht e Kurt Weill... Nella mia «Tosca» ho aggiunto un testo a un «kindertotenlieder» di Mahler, per un episodio che manca nell'opera pucciniana.
Farà storcere il naso ai puristi...
E allora? Per me Puccini e Verdi fanno musica pop; Rossini è come Frank Zappa. E Pavarotti è un cantante pop. Diamo alla lirica una sacralità che non ha senso. Come la questione che i cantanti lirici non debbano essere amplificati. L'ultima volta che sono stato all'Arena a vedere un'opera, ho dovuto stare immobile, con le orecchie tese, per poter sentire qualcosa... Bisogna innovare, portare una ventata d'aria fresca che attiri i ragazzi, quelli che restano fuori dai teatri della lirica dove i pubblico è in pelliccia, ingioiellato e con lo smoking. Ma spero che, dopo la mia «Tosca», i ragazzi vadano a vedere quella di Puccini. Il vero capolavoro è la sua opera, non la mia.
«Tosca», «Notre Dame» in anfiteatro ieri e stasera, «Giulietta e Romeo» di Cocciante, «Dracula» della PFM e la «Pia» di Gianna Nannini: è arrivato il tempo di un cartellone di opere popolari?
Sì, in Arena, il luogo-catalizzatore perfetto.

«Tosca» si presenta in Piazza Erbe

Zoom Foto

Un «assaggio» in anteprima per il pubblico veronese, ieri sera, in piazza Erbe, in vista della grande serata areniana di sabato. «Tosca. Amore disperato» di Lucio Dalla si è presentata in tutto il suo splendore, mostrando la grandiosità dell'allestimento e il talento degli interpreti, nel cuore della città, in piazza Erbe, sul palco appositamente allestito, davanti a molti appassionati che hanno potuto gustare alcune delle scene cruciali della nuova versione dell'opera popolare di Dalla prodotta da David Zard, che dopodomani sarà in Arena, dopo «Notre Dame de Paris» di Cocciante.
In piazza Erbe si sono esibiti alcuni degli artisti del cast d'eccezione di questa gigantesca produzione: la bellissima Rosalia Misseri nei panni di Tosca, Vittorio Matteucci che interpreta Scarpia, Graziano Galatone che è Mario Cavaradossi, Iscra Menarini (Simonia) e Antonio Carluccio (Angelotti), affiancati da un gruppo di applusiditissimi ballerini. A.G.

Il Barbiere di Siviglia riesce a battere Aida

Gianni Villani



È Il Barbiere di Siviglia il trionfatore dell'87° festival areniano da poco conclusosi. La funzionale scenografia di Hugo de Ana è riuscita infatti a conquistare il primo posto nel gradimento del pubblico, con una media di circa 10.500 presenze a serata, ed è stata anche la più virtuosa nel combattere il maltempo, portando a compimento tutte le rappresentazioni in cartellone, assieme a Tosca. Meno fortunate sono state invece Carmen e Aida che hanno dovuto registrare tre recite a testa interrotte a causa del maltempo, mentre una sola recita è da addebitarsi a Turandot.
La "storica" Aida è giunta, per la sua prima volta, seconda in graduatoria, con una presenza media di 9.500 spettatori, probabilmente perché «troppo insistentemente bersagliata dalle cattive condizioni meteorologiche», come ha voluto precisare ieri il sovrintendente Francesco Girondini.
Carmen, nella nuova rivisitazione di Zeffirelli, è finita invece al terzo posto con una media di oltre 9 mila spettatori, mentre Turandot si è assestata al quarto con 8.500 presenze e Tosca al quinto con poco di più di 8 mila.
Il gala con Placido Domingo del 24 luglio è stato invece l'unico spettacolo ad avere registrato il tutto esaurito -oltre 14.300 i presenti ed un incasso record di 935 mila euro- unitamente alla Carmen inaugurale del 19 giugno, all'Aida del 4 luglio ed al Barbiere del 11 luglio.
Negli incassi del botteghino, un altissimo gradimento ha riservato il settore "Gold" poltronissime di platea, coperto per il 90% del disponibile, mentre il numero complessivo di spettatori si è assottigliato di 20 mila unità, rispetto al 2008 (465 mila contro gli 485 mila), anche a causa del mancato gala offerto dalla Banca Popolare di Verona.
La Fondazione Arena ha ufficializzato ieri il programma del prossimo anno, l'88° festival interamente dedicato alle produzioni di Franco Zeffirelli. «Nessuna contrarietà da parte del regista fiorentino -ha soggiunto Girondini- sul nuovo allestimento di Turandot (l'opera qualche settimana sembrava in forse proprio a causa di alcuni dissensi di Zeffirelli), che ci sarà consegnato già da ottobre nei primi bozzetti».
Sarà un festival di 48 serate (due in meno rispetto al 2009) dove potrebbero trovare spazio anche un paio di gala, fuori cartellone, se si troveranno gli interpreti adeguati a cantarlo. Il 2010 sarà ancora un anno di transizione e di attesa «per una uscita definitiva dalla crisi». Mentre per il 2011 - 2013 Girondini non ha escluso di mettere mano ad alcuni nuovi spettacoli («lo stiamo valutando») con registi di vaglia.
C'è una grande fiducia nella prossima riforma del settore musicale, già annunciata dal ministro Sandro Bondi, su cui la Fondazione Arena (sia Girondini che il sindaco Tosi ieri non l'hanno sottaciuto) pone molte aspettative per un rilancio dell'attività produttiva. Basterebbe deliberare la sola indetraibilità dell'Iva (10%) sui biglietti d'ingresso ai teatri e/o la defiscalizzazione dei contributi dei soci privati (8% del Fus) per capovolgere nettamente la situazione economica a favore del settore delle fondazioni lirico - sinfoniche.
Quanto alla conferma o meno dell'incarico al direttore artistico Gianni Tangucci -è in scadenza il prossimo 31 dicembre- Girondini non ha voluto fare dichiarazioni specifiche. E' rimasto sulle generali dicendo che «un anno fa con Tangucci ci siamo fidanzati, ma ora è ancora molto impegnato con altre istituzioni, come il Teatro San Carlo di Napoli e il Festival Pergolesi - Spontini di Jesi». La nomina del direttore artistico è molto delicata e pone un serio problema tempistico nella compilazione dei cast artistici. Doverli rinviare a dopo il 31 dicembre, per assegnarli ad una diversa guida artistica, potrebbe complicarne la qualità.

Nel labirinto del «Barbiere di Siviglia»

Zoom Foto

Gianni Villani



Debutta questa sera (alle 21.15) in Arena Il Barbiere di Siviglia nelle collaudate scenografie, regia e costumi di Hugo De Ana e con la direzione di Antonio Pirolli. Il protagonista è Franco Vassallo, Annick Massis è Rosina, Francesco Meli interpreta Almaviva. Con loro Bruno De Simone (don Bartolo), Marco Vinco (don Basilio), Dario Giorgelé (Fiorello e Ambrogio) e Francesca Franci (Berta).
La "riscoperta" areniana de Il Barbiere di Siviglia rossiniano ha una storia molto breve se viene confrontata con tante altre opere che hanno calcato, per decine di stagioni, il palcoscenico dell'anfiteatro. Rappresentato per la prima volta nel lontano 1948, venne riproposto nel '56 grazie alla possibilità di avere a disposizione due grandi protagonisti di quei tempi: i baritoni Gino Bechi ed Ettore Bastianini, attorniati da un cast all'altezza: i tenori Luigi Infantino e Cesare Valletti, i mezzosoprani Giulietta Simionato e Virginia Zeani, i bassi Nicola Rossi Lemeni e Giulio Neri, i baritoni Fernando Corena e Renato Capecchi.
Il Barbiere di Siviglia fu ripreso 40 anni dopo, in un'epoca più vicina a noi, il '96, per una felice intuizione di Gianfranco De Bosio, che poté contare sulla estrosa regia del tedesco Tobias Richter (reduce da una affascinante Nozze di Figaro al Filarmonico) sul lanciatissimo Figaro di Leo Nucci e su un cast di specialisti di valore internazionale come Cecilia Gasdia, Ramon Vargas, Enzo Dara e Ruggero Raimondi.
L'opera ritorna ora nell'edizione 2007 firmata Hugo De Ana e con poche varianti rispetto al cast di allora: a Claudio Scimone è subentrato nella direzione Antonio Pirolli mentre al posto del russo Orlin Anastassov c'è il giovane basso veronese Marco Vinco all'esordio areniano. Il regista argentino ha ambientato la vicenda in un giardino, una sorta di labirinto, scenario dell'intrigo amoroso.
Per anni si è scelto di catalogare il lascito musicale di Rossini composto da ben 39 opere dividendolo tra lavori seri e lavori buffi, assegnando a questi ultimi una netta supremazia qualitativa. In realtà, a parte alcune differenze stilistiche, i due ambiti sono animati dal medesimo spirito: in quello serio è riversata la straordinaria energia dei concertati dell'opera buffa - celeberrimi i Finali I de il Barbiere di Siviglia e de L'italiana in Algeri - regalando all'opera buffa la dignità strutturale di quella seria. Rossini non mescola le carte, ma sostiene gli stessi valori ideologici. Non a caso nell'ultima delle sue opere appartenenti a tale filone, Cenerentola, la risata è venata spesso di malinconia.
Nell'opera seria, la perfetta bellezza delle melodie, il contrappunto elementare, limitato ad un gioco di botte e risposte, affrescano un mondo bene organizzato nel quale il dramma si stempera in un ordine superiore. Il caos, che al contrario regna nelle opere buffe, è il sintomo di una società che, secondo Rossini, ha perso l'orientamento e nella quale tutti i punti di riferimento sono saltati, travolti dall'incredibile temerarietà della borghesia imprenditoriale.

Gianni Villani

Ecco Turandot, tra enigmi e l'«Amore»

Zoom Foto

Gianni Villani



Prima rappresentazione di «Turandot» di Puccini, stasera alle 21,15 in Arena, con il soprano partenopeo Giovanna Casolla nella parte della protagonista e la direzione d'orchestra affidata a Daniel Oren. L'allestimento è quello collaudato dei russi Yuri Alexandrov alla regia e Viacheslav Okunev alle scene e costumi. Nel cast: Angelo Casertano, imperatore Altoum, Carlo Striuli, Timur, Piero Giuliacci, Calaf, Hui He, Liù. Le tre maschere di Ping, Pong, Pang saranno rispettivamente interpretate da Filippo Bettoschi, Enzo Peroni e Stefano Pisani, mentre Armando Gabba vestirà i panni del mandarino e il coro di voci bianche A.Li.Ve. sarà diretto da Paolo Facincani.
«Turandot», ultimo capolavoro (e incompleto) di Puccini, è l'opera che più di altre si è tinta dei colori di Verona. I librettisti, Giuseppe Adami e Renato Simoni nonché il giovane soprano Gilda Dalla Rizza, per la parte di Liù al debutto dell'opera (La Scala, 25 aprile 1926), ebbero infatti origini veronesi.
In Simoni, Puccini cercava il degno erede di Giocosa - fra l'altro per una curiosa circostanza fu un suo erede, visto che ne aveva preso il posto come direttore della rivista «La Lettura».
Adami era stato presentato a Puccini da Giulio Ricordi, nella speranza di risolvere la crisi successiva all'esperimento Zangarelli - Civinini per «La fanciulla del west». Il nome di Adami rimase poi nella bibliografia pucciniana per le due inattendibili biografie del musicista, delle quali la seconda si commenta da sola col titolo «Il romanzo della vita di Giacomo Puccini» e per un epistolario stampato nel 1928.
Simoni, cultore raffinato di storia del teatro, giornalista di rango, commediografo particolarmente felice, in lingua italiana e in dialetto e critico aggiornato, all'epoca dell'incontro con Puccini aveva già al suo attivo cinque commedie, la collaborazione a due riviste di satira politica, una certa esperienza librettistica con Madame Sans-Gène per Giordano e la rubrica teatrale sul Corriere della sera. In futuro sarebbe poi diventato il massimo regista italiano, un eccellente saggista di argomenti teatrali e il possessore di una biblioteca di 40 mila volumi destinata al Teatro alla Scala. Da quella biblioteca sarebbe uscita la copia di «Turandot» per Giacomo Puccini.
La giovane Dalla Rizza, una delle migliori voci del momento, poi voluta fortemente anche da Toscanini per la prima «Turandot», oltre che essere una prediletta dello stesso Puccini, aveva già partecipato al debutto de «La Rondine» del 27 marzo 1917 a Montecarlo, con Tito Schipa e la direzione di Gino Marinuzzi, alle edizioni di Suor Angelica e Gianni Schicchi di Roma. Nel maggio del 1921 Puccini in persona, che aveva appena finito il primo atto di «Turandot», le proponeva già la parte di Liù. Un nome, quello della Dalla Rizza, che si incontra spesso nelle lettere pucciniane di quegli anni, alla quale il maestro si rivolgeva con affetto e tenerezza: «Mia suor Angelica - Rondine - Manon…lavoro con fedele ardore a Turandot».

«Aida», alla 14a recita

Zoom Foto

«Aida» di Giuseppe Verdi giunge, stasera (alle 21), alla quattordicesima replica in Arena nello storico allestimento del 1913 di Ettore Fagiuoli ripreso dalla regia di Gianfranco De Bosio.
Protagonista è il soprano Amarilli Nizza, con Piero Giuliacci come Radames. Marianne Cornetti è la principessa rivale Amneris. Orlin Anastassov per l'ultima volta veste i panni del Re (nella foto) e Marco Spotti che si congeda da Ramfis. Ambrogio Maestri è Amonasro. Sul podio, Daniel Oren.

«Do voce a due donne innamorate»

Zoom Foto

Gianni Villani



Hui He è ormai un'interprete stabile delle stagioni areniane e Verona, da qualche anno, è diventata la sua residenza definitiva. Il soprano cinese torna stasera da protagonista (alle 21.15) della decima recita di Aida (nello storico allestimento del 1913) dopo aver sostenuto il ruolo di Liù in Turandot.
Negli ultimi tempi cosa ha aggiunto al suo repertorio?
Ho debuttato recentemente il ruolo di Maddalena di Coigny in "Andrea Chénier" al Teatro Carlo Felice di Genova e ora sto preparando il ruolo di Arianna a Naxo di Richard Strauss che interpreterò a novembre al Teatro Nazionale di Atene. Ho anche preparato il ruolo di Luisa Miller che avrei dovuto interpretare il prossimo anno al Teatro Regio di Torino ma vi dovrò rinunciare perché in quel periodo debutterò nel prestigioso Metropolitan di New York.
Sente più vicina a lei Aida o Liù?
Sono entrambe donne innamorate, che portano all'estremo sacrificio il loro ideale. L'idea di amore è l'essenza delle due opere, tutto è costruito attorno ad essa. Sono donne appassionate che vivono intensamente la loro storia, pur nelle differenziazioni drammaturgiche, e che difendono strenuamente il loro sentimento, consapevoli che la dolcezza, la sincerità e la bellezza interiore vincano sempre
Le piacciono i ruoli molto drammatici o preferisce quelli lirici?
Aida è un personaggio drammatico per lo svolgersi della vicenda, ma sostanzialmente lirico per la parte vocale. È una parte che amo, perfettamente adatto alla mia vocalità.
E di "Turandot", cosa ci dice?
Questa, in Arena, è una Turandot bellissima e affascinan-
te. Ogni volta mi coinvolge con grande emotività; mi immergo sempre nel personaggio
in modo totale grazie anche allo stimolo musicale e alla
bravura del maestro Daniel Oren.
Quali sono i suoi programmi futuri?
Il prossimo anno farò due importanti debutti negli USA, in primavera al Metropolitan di New York con Aida e in autunno all'Opera di San Francisco con Madama Butterfly. Nel 2011 debutterò al Covent Garden di Londra con Amelia in Un ballo in maschera e nel 2012 al Lyric Opera di Chicago sempre con Aida. Oltre a questo, ritornerò come sempre nei teatri che frequento con regolarità, Vienna, Monaco, Berlino e, spero, all'Arena di Verona.
Le piacerebbe interpretare, del repertorio verdiano, Leonora del "Trovatore"?
Sarebbe un sogno. È una parte che amo e che già in buona parte conosco. La canto sempre con due arie nei miei concerti e una di queste l'ho anche registrata nel mio primo cd. Spero che qualche teatro me la faccia debuttare.
Le piace esere definita "il soprano cino-veronese"?
Moltissimo. Sono orgogliosamente cinese, ma amo moltissimo Verona per tutto quello che mi ha dato. Ora ci abito e qui ho i miei amici più cari. Ritornare in questa città, dopo ogni viaggio, è una gioia immensa.

Hugo de Ana e il Barbiere Fantasia al potere in Arena

Zoom Foto

Cesare Galla



Le non frequenti rappresentazioni del "Barbiere di Siviglia" in Arena hanno un andamento cronologico particolare: due edizioni a distanza di un circa un decennio l'una dall'altra, subito dopo la guerra; un intervallo di ben 40 anni e poi altre due ancora separate da un decennio fra la metà degli anni Novanta e il 2007. Ora questo particolare trend si è interrotto: "Il Barbiere di Siviglia" di due estati fa è di nuovo qui (mai prima un allestimento era stato riproposto) e la scelta è vincente, perché lo spettacolo di Hugo de Ana non è soltanto una delle invenzioni più fantasiose e riuscite viste in Arena da qualche anno a questa parte, ma è anche la brillante soluzione del problema di calare nello spazio monumentale e archeologico dell'anfiteatro romano una commedia borghese di caratteri come il capolavoro buffo di Rossini.
Il regista-scenografo-costumista argentino risolve radicalmente la questione andando all'essenza della drammaturgia e riformulandone completamente la cornice. E dunque, non c'è Siviglia nel suo "Barbiere", non c'è distinzione fra interni ed esterni: tutto si svolge in un fantasmagorico giardino nel quale le rose hanno le dimensioni degli alberi, le farfalle sono enormi aquiloni, le siepi sono altissime e solo apparentemente invalicabili, visto che in realtà il labirinto da esse formato si scompone e ricompone nell'agile gioco degli elementi scenici mobili.
In questo fascinoso teatro di verzura il racconto procede con una fluidità naturale e raccolta, tutta proiettata in primo piano, a proscenio; anche i recitativi – momento critico in uno spazio monumentale come quello areniano – sono risolti con sorprendente efficacia e non abbassano la "temperatura" di uno spettacolo dalla forte impronta dinamica, ovviamente modellata sull'energia che promana dalla partitura rossiniana, e dalla finissima attenzione alla recitazione e ai suoi particolari. In questo senso è decisivo l'apporto coreografico di Leda Lojodice, che muove il piccolo esercito di mimi e figuranti in motom perpetuo con ironia e gusto dello sberleffo.
Con il "Barbiere" firmato de Ana si sorride, si ride e ci si meraviglia. Dalle damine con cicisbei che "contrappuntano" la Sinfonia avanti l'opera, ai fuochi artificiali che suggellano le nozze fra Almaviva e Rosina, le invenzioni sceniche sono a getto continuo. Niente di rivoluzionario a tutti i costi e niente di stucchevole o scontato, con sicuro buon gusto e con un'eleganza perfino sfarzosa nei costumi, che sono uno spettacolo nello spettacolo.
Un "Barbiere" esemplare, insomma, che a buon diritto merita di entrare nel grande repertorio areniano, specialmente se si continua a proporlo – come avviene anche quest'anno – con un cast vocale che ha poco da invidiare a quelli delle più reputate edizioni "specialistiche". Squadra che vince non si cambia, se non con pochi e meditati ritocchi. In questo caso, la novità è data dal debutto areniano di Marco Vinco, che non a caso arriva nell'anfiteatro della sua città con Rossini, l'autore che più ne ha rivelato il talento sui grandi palcoscenici internazionali. Il suo Don Basilio (il personaggio della celeberrima Aria della calunnia) è scenicamente spassoso e vocalmente corposo, con il valore aggiunto di una matura cantabilità che anche nella zona alta della tessitura non perde la ricchezza del colore.
Per il resto, cast immutato rispetto a due anni fa, e in bella forma. Straripante addirittura l'Almaviva di Francesco Meli, che ha il colore e la linea di canto giusti, cesella la coloratura al bulino fine, svetta con facilità senza mai forzare, fraseggia con eleganza. Una totale padronanza del personaggio e dello stile, esattamente come quella sciorinata da Bruno De Simone, che delinea un Don Bartolo di irresistibile prosopopea comica, mai sopra le righe o caricaturale, con presenza scenica e vocale di assoluto rilievo. Al suo fianco – o meglio, in continuo "duello" – Annick Massis è stata una Rosina di accattivante brillantezza belcantistica, molto elegante nel canto spianato e a suo agio in ogni esigenza "acrobatica", raffinata anche sul piano scenico. Franco Vassallo ha dato a Figaro voce chiara e affabile ricchezza espressiva, risultando convincente nella sua celebre Cavatina e molto musicale nei numeri d'insieme, risolti anche in precisa definizione dell'accidentata "coloratura" rossiniana. Bene anche i comprimari: la Berta di Francesca Franci, ironica e vocalmente precisa, il Fiorello di Dario Giorgelè, che poi si è divertito nella macchietta di Ambrogio e l'ufficiale di Maurizio Magnini. Di sperimentata efficacia il coro istruito da Marco Faelli.
Positivo anche il debutto sul podio di Antonio Pirolli. Il suo "Barbiere" vive di molta coinvolgente energia: tempi svelti ma non superficiali, attenzione ai dettagli timbrici in orchestra, preciso controllo dei concertati, taglio comico non privo di eleganti aperture liriche. Un'interpretazione bene in linea con il carattere dello spettacolo, salutato ieri sera, alla prima, in un'Arena molto vicina al tutto esaurito, da molti applausi a scena aperta e da un grande successo alla fine.
Le repliche iniziano mercoledì prossimo e proseguiranno il 25 luglio e l'1, 6 e 14 agosto.

Ultima «prima» con il debutto di «Tosca»

Zoom Foto

Va in scena domani sera alle 21 l'ultima opera del cartellone areniano, Tosca di Puccini, nella regia, scene, costumi e luci di Hugo de Ana. L'opera, che avrà repliche il 19, 22, 26, 29 agosto, sarà diretta dal milanese Pier Giorgio Morandi, con protagonista la giovane ucraina Oksana Dyka. Accanto a lei il tenore Marcello Giordani (Cavaradossi) e il basso Ruggero Raimondi (Scarpia). Nei ruoli minori, l'Angelotti di Alessandro Spina, il Sagrestano di Roberto Abbondanza, lo Spoletta di Carlo Bosi, lo Sciarrone di Paolo Orecchia, il Carceriere di Angelo Nardinocchi e un Pastorello di Andrea Faustini. Maestro del coro, Marco Faelli.
L'edizionesi rifà a quella Del luglio 2006 e ripresa anche in dvd dalla Tdk per conto di Rai Trade e Unitel Classic. I vasti spazi areniani reclamano una concezione monumentale di Tosca e le referenze iniziali del regista e scenografo argentino Hugo de Ana evocano una Roma scolpita a dismisura – una spada sorretta dall'enorme mano di un angelo (l'altra contiene invece un rosario di legami metallici, di cattivo auspicio) che ricorda la statua di Costantino destinata al Foro romano. Pezzo di forte impatto visivo è l'ammirata scena del Te Deum, alla fine del primo atto, con la processione di cardinali e vescovi con i volti scheletriti.G.V.

«Vorrei fare in Arena Rigoletto e Bohème»

Zoom Foto

Gianni Villani



Nell'ultima Carmen (in scena stasera alle 21) di questa stagione areniana, Valter Borin si cimenta ancora nel ruolo di don José. Borin è anche compositore, pianista, docente di musica, maestro di coro, direttore d'orchestra. Ci si chiede perché con tutti questi diplomi abbia voluto seguire la carriera di cantante lirico.
«Perché», risponde, «nella vita ci si illude di autodeterminarsi, ma poi l'onda delle vicende ti porta dove vuole. Desideravo approfondire la musica in tutti i suoi aspetti. Ho studiato canto e questo è diventato il mio lavoro. Però, quando voglio divertirmi, compongo musica».
Lei nasce quasi come tenore leggero: non l'ha spaventata arrivare a Verona con un ruolo drammatico come don Josè?
Diciamo che il cammino è stato lungo. Ero tenore quasi leggero a 22 anni quando, anche aiutato dalla esperienza musicale e dal fatto di essere musicista completo, ho guadagnato le prime scritture. Poi si matura, si fanno esperimenti: alcuni riescono, altri meno. Don José l'ho debuttato a Tel Aviv nel 2004 e mi ha aperto le porte di Madrid, Los Angeles e Berlino.
Non crede che ruoli più lirici le si addicano di più?
Senza dubbio. Vorrei fare tanti Rigoletto e tante Bohème. Vorrei debuttare Elisir d'amore. Il problema è che ho un corpus vocale un po' scuro di natura e in certi momenti si adatta anche a ruoli spinti. È anche vero che qualcuno pare aver deciso che un tenore lirico, con il centro un po' brunito, non possa cantare quei ruoli. E non a caso abbiamo tenori, chiaramente rossiniani e mozartiani, che imboccano la strada dei duchi di Mantova e dei Rodolfi…Vai a capire il perché.
Quale rapporto ha con l'Arena?
Affascinante. Sicuramente vorrei poter dar prova di me in questo teatro, con un'opera maggiormente adatta alle mie caratteristiche. Spero che ritornino La Bohème e Rigoletto e che la direzione del teatro pensi anche a me per una di quelle produzioni.
Qual è il futuro di Borin tenore e compositore?
Il tenore corre a Firenze per debuttare Il Trovatore, cercando di cantarlo com'è scritto e quindi cantando la romanza della pira in tono. Anche qui la tradizione ha fatto un piccolo danno, inducendo l'ascoltatore a credere che i riferimenti per Manrico siano i Corelli, i Del Monaco, i Martinucci…. Tutti grandissimi ed eccelsi artisti, costretti però ad abbassare la pira di mezzo tono, se non anche di un tono intero. Nulla di grave, per carità. Ma allora, per la stessa ragione, un tenore come me potrebbe chiedere di alzare di mezzo tono la romanza del fiore di Carmen...Tornando ai miei programmi, inauguro il Carlo Felice di Genova con Rigoletto e poi, come molti miei colleghi, attendo che i teatri abbiano una maggior certezza nelle programmazioni e nelle decisioni artistiche. Borin compositore ha invece appena ultimato una serie di lieder che spera di poter proporre al pubblico e una cantata dal titolo Phos, rappresentata a Klagenfurt mentre cantavo la Wally, e che mi ha dato molta soddisfazione.

Monumentale «Tosca» nel segno di Hugo De Ana

Zoom Foto

Cesare Galla



Quando lo spettatore sente parlare per la prima volta di Scarpia - atto I, scena VI - capisce subito, anche se non lo ha ancora visto, che si tratta del vero, assoluto protagonista di [FIRMA]Tosca. È Cavaradossi a descriverlo, con versi memorabili: "Bigotto satiro che affina / colle devote pratiche / la foia libertina / e strumento al lascivo talento / fa il confessore e il boia!". Ecco già squadernato il nucleo drammaturgico del capolavoro "noir" di Puccini: brama di sesso e ipocrita devozione sul piano personale, potere (di vita e di morte) e Chiesa alleati contro il vento impetuoso della storia, che soffia dalla Francia napoleonica, sul piano generale. Mentre l'inquietante motivo ricorrente di Scarpia (semplice prodigio di armonia) si annida ovunque, gli eventi della fatale giornata-nottata nella Roma del giugno 1800 si avvitano inesorabilmente su queste pulsioni nella cornice di uno storico sfacelo. Non sopravviverà nessuno.
Nel mettere mano alla sua Tosca per l'Arena, tornata l'altra sera nell'anfiteatro dopo il debutto del 2006 e la ripresa dell'anno scorso, il regista (e come sempre scenografo e costumista) Hugo de Ana punta su alcuni simboli forti, monumentali. La scena è dominata dalla testa kolossal dell'angelo della fortezza romana dove tutto si conclude; le braccia della statua, una che impugna l'immensa spada, incorniciano lo spazio dell'azione; dietro, una sorta di parete spoglia e scura chiude la vista sulle gradinate posteriori e con un sistema di paratie sollevabili offre piccoli squarci di interni lontani (palazzo Farnese, la prigione). Ai lati del proscenio, due nidi di artiglieria contestualizzano il momento storico di sanguinose battaglie ma servono anche a capire quale sia il pensiero del regista: al momento del Te Deum (fine primo atto, culmine delle "devote pratiche" nutrite di "foia libertina") il fumo delle cannonate e quello dell'incenso si confondono, mentre la sfilata dei celebranti in pompa magna diventa una marcia di zombie, di orribili mummie.
Un simile lettura teatrale di Tosca non si limita a sottolineare il lato da "grand-guignol" di veristica asprezza che peraltro è una delle cifre stilistiche dell'opera. Né focalizza senza ulteriore riflessione il sentimentalismo che il compositore - sapiente nel soddisfare i desideri del suo pubblico avido di forti passioni - sparge con mano infallibile. Qui Puccini s'inoltra negli abissi dell'umano "cuore di tenebra", andando a toccare con decadentistica morbosità i complessi quanto inconfessabili istinti al confine tra eros e morte, e de Ana lo segue in uno spettacolo a suo modo ossessivo, oscuro, scarnificato nel rapporto fra i tre protagonisti: la cornice è monumento, il nucleo di ciò che accade è sadismo psicologico e fisico, depravazione e disperazione.
Tutto questo nell'idea del regista, come la memoria delle due precedenti edizioni corrobora. Nella realtà, lo spettacolo che ha debuttato l'altra sera in Arena, ultimo ad andare in scena nel festival di quest'estate, ha forse patito una preparazione non ottimale (sempre possibile se le prove devono essere inserite in un calendario affollatissimo) ma è risultato in ogni caso - al di là degli effetti - tendenzialmente generico e manierato, semplificato nella routine di peggior specie, quella che tende a banalizzare i gesti e i movimenti svuotandoli di senso.
Per "rivitalizzare" l'allestimento sarebbe anche stata necessaria una resa musicale di ben altro rilievo. Invece, il direttore Pier Giorgio Morandi ha scelto la strada mediana che non porta da nessuna parte: spesso allentati i tempi, smunto l'empito sentimentale, pallida la tragicità, generici i colori. Non c'è ricchezza sinfonica, in questa esecuzione, non morbosa dolcezza e neppure autentica forza drammatica. Né vale la pena di parlare dei particolari (ma sono sempre particolari rivelatori, in Puccini) se non per dire che la messa a punto degli interventi musicali fuori scena (campane al primo e terz'atto, coro al secondo) è sembrata quasi sempre sregolata nei volumi sonori e nelle dinamiche, a tratti perfino un imbarazzante "corpo estraneo".
In un simile contesto, il debutto areniano di Oksana Dyka, trentunenne soprano ucraino lirico-drammatico di notevoli potenzialità e belle speranze, è inevitabilmente diventato una prova tutta in salita, nella quale l'ottima qualità della voce non ha potuto fare miracoli per la superficialità dell'interpretazione scenica - tutta fremiti e soprassalti - e la genericità della linea di canto. Questa Tosca ancora molto acerba era circondata da due cantanti espertissimi come Marcello Giordani e Ruggero Raimondi. Il primo ha risolto Cavaradossi in propensione veristica, con fraseggio teso, spinta non esente da forzature in zona acuta, ma colore appropriato e qualche apprezzabile sfumatura dinamica nella sua celeberrima "E lucevan le stelle".
Il secondo ha proposto uno Scarpia dalla sapiente presenza scenica ma dalla vocalità di intermittente efficacia, talvolta non abbastanza corposa e sovrastata dall'orchestra, spesso incline a un declamato molto teatrale ma non altrettanto musicale.
Serata poco felice anche per i comprimari, con Roberto Abbondanza sagrestano di scarso smalto, Alessandro Spina ruvido Angelotti, Carlo Bosi e Paolo Orecchia sbirri senza incisiva perfidia.
In un'Arena calda e umida, con vuoti di pubblico molto evidenti in platea e nella prima gradinata, accoglienze cordiali per tutti. Si replica il 19, 22, 26 e 29 agosto.

Mastromarino: Scarpia, un ruolo più attuale che mai

Zoom Foto

Gianni Villani



Alberto Mastromarino è sempre disponibile quando viene contattato dalla Fondazione Arena sia per una parte non scopertamente impegnativa sul piano vocale, come quella di Amonasro di Aida, sia per una più insidiosa come quella di Scarpia in Tosca, nella quale debutta questa sera (alle 21, sul podio Piergiorgio Morandi). Il baritono pisano si è dunque mostrato pronto ai nastri di partenza anche quest'anno.
Professionalmente quali dei due personaggi predilige?
Sicuramente Scarpia. A prescindere dal fatto che è il personaggio, assieme a Jago e Simon Boccanegra, che tutti i baritoni vogliono fare, è quanto di più attuale esista. Pensiamo solo al fatto che egli accetta, falsamente, di liberare Cavaradossi per ottenere in cambio un favore sessuale.
E come difficoltà interpretative?
Sono diverse. In Amonasro, seppur limitatamente, ci si deve confrontare con la linea musicale verdiana che è sempre presente. Basti solo ricordare la frase rivolta ad Aida: "Pensa che un popolo". In Scarpia l'attenzione maggiore è alla parola e alla scrittura dell'autore. Si pensi alla nota "del conte Palmieri".
Dopo Verdi torniamo a Puccini: quali doti sono necessarie per cantarlo?
Il gusto per la pronuncia della parola, che ha la priorità assoluta, poi una notevole energia nel sapere usare il declamato che molti confondono con l' "urlato". Sono due cose profondamente diverse, che fanno la differenza. E se oggi credo di essere il baritono, di questa generazione, ad avere così tanti Scarpia nella sommatoria delle recite, una ragione pur ci sarà…
Quali altri ruoli verdiani vorrebbe incontrare? Magari Jago dell'«Otello»?
Ho gia cantato Otello e ora vorrei riprenderlo. Se Scarpia alla fine è un uomo, Jago è l'incarnazione del male. E per una persona positiva come me, Jago aveva bisogna di una ulteriore maturazione.
Non ha mai pensato ad una carriera in chiave belcantista ?
No, almeno da quando qualcuno nel mondo ha deciso che i baritoni, che non siano tenori "secondi", non possono fare il belcanto. Eppure devo dire che in opere come Lucia di Lamermoor raggiungo risultati niente male.
Dovendo comunque scegliere tra un ruolo pucciniano o verista, cosa preferirebbe?
A parte Scarpia, dal quale non intendo separarmi, aspetto vivamente Jack Rance della Fanciulla del West. Ma non posso non essere grato a Tonio dei Pagliacci, con il quale mi sono esibito nei i maggiori teatri del mondo. Non ultimo, lo scorso febbraio, il Metropolitan di New York, dove pare abbia lasciato un bel ricordo. Al punto da essere stato reinvitato nel 2012
Quali insegnanti deve ringraziare per la sua preparazione tecnica?
Non posso dimenticare il grande Paolo Silveri: un maestro di tutto, di canto e di vita.
C'è qualche direttore o regista che ha lasciato un segno in lei?
Senza voler far torto a nessuno dei viventi, mi permetto di ricordare due maestri straordinari, che non ci sono più e ai quali l'opera italiana non ha forse tributato quello che meritavano: mi riferisco a Maurizio Rinaldi e Massimo De Bernart. Del primo, ricordo la facilità con cui si muoveva dirigendo Verdi, quasi si trovasse nel suo ambiente naturale. Del secondo, invece, la vocazione novecentista talmente profonda da permettere di dire che le sue edizioni di Cavalleria rusticana rimarranno, credo molto a lungo, difficilmente raggiungibili.

La Bogza e Roy, il debutto di due giovani promesse

Zoom Foto

Sono due osservati speciali, in vista di altri futuri impegni areniani, i due giovani protagonisti di Tosca, stasera (alle 21) alla quarta recita in Arena. Sono il giovane soprano di origine rumena Anda-Louise Bogza (Tosca) e del tenore spagnolo Alejandro Roy (Cavaradossi), ambedue debuttanti in anfiteatro nell'opera pucciniana. Lei è stata ospite di importanti teatri europei e oltreoceano.
Grande impressione ha destato anche la sua recente interpretazione di Tosca al Maggio Musicale Fiorentino sotto la direzione di Zubin Mehta, all'Opera di Francoforte, di Bordeaux, di Bratislava e Bucarest, come alla New Israeli di Tel Aviv e in Giappone. La Bogza ha riscosso notevole successo anche interpretando Katja Kabanova di Janaceck alla Santory Hall di Tokyo e all' Opera di Brno, come donna Anna nel don Giovanni all'Opera di Marsiglia. Il repertorio della giovane artista comprende anche Il Trovatore, Fanciulla del west, Manon Lescaut, don Carlo, Dama di picche.
La cantante ha studiato al Conservatorio George Enescu e all'Accademia di Musica di Bucarest (pianoforte e canto).
Dopo essersi diplomata con lode in clavicembalo ha frequentato l'Accademia di Musica di Praga, dove ha terminato gli studi. I primi ingaggi sono stati all'Opera Statale di Praga, istituzione con la quale è rimasta sempre in contatto.
Alejandro Roy è nato invece a Gijón in Spagna, dove ha studiato canto e pianoforte. L'intensa attività iniziale lo ha visto interprete di ruoli da tenore lirico leggero, per La figlia del reggimento ed Elisir d'amore di Donizetti, Idomeneo di Mozart, Stabat Mater e Petite Messe Solennelle di Rossini. Si è parlato molto, e con toni entusiastici, della sua naturale evoluzione vocale che lo porta ora ad affrontare con successo le parti del tenore lirico. Ne sono prova il recente e felice debutto nel ruolo di Calaf in Turandot al San Carlo di Napoli ed ancora in Carmen a Bilbao e in don Carlo a Spalato. G.V.

Arena, si alza il sipario in scena la Carmen di Zeffirelli

Zoom Foto

Gianni Villani



Con Carmen di Bizet comincia oggi in Arena l'87° festival lirico che si protrarrà per 50 serate fino al 30 agosto. L'opera, che sarà diretta nelle prime quattro recite da Placido Domingo, avrà una nuova veste scenografica progettata dal più importante regista del mondo, Franco Zeffirelli. Dalla quinta serata Carmen sarà invece guidata da Julian Kovatchev.
Fra i principali interpreti: il mezzosoprano Nancy Fabiola Herrera nella parte della protagonista (ripresa da Geraldine Chauvet e Ildiko Komlosi), il tenore Marco Berti (don José), le Micaele di Irina Lungu, Fiorenza Cedolins, Cinzia Forte, gli Escamillo di Giorgio Surian, Angel Odena, Franco Vassallo. Carmen andrà in scena ancora il 27 giugno, 2, 9, 14, 18, 23, 30 luglio e 2, 13, 20, 23, 25, 28 agosto.
«Credo di avere qualche merito per la rinascita dell'Arena negli ultimi anni, proprio grazie alla "mia" Carmen che va nuovamente in scena questa sera. Si tratta di uno nuovo spettacolo scenografico, anche se poggia sull'impianto del mio precedente lavoro del 1995. Ho rifatto una nuova Carmen che però è stata ignorata e di cui non è stato sufficientemente pubblicizzato l'allestimento. Non riesco a spiegarmi il perché».
Franco Zeffirelli non nasconde il disappunto prima di vedere la sua creatura prendere vita sul palcoscenico areniano.
Ma come si vive il momento dell'attesa ?
«Sono molto tranquillo. La prova generale è andata bene, però l'ultimo giudice rimane sempre il pubblico. So di avere preparato uno spettacolo capace di esaltare quel mix di passione e violenza di cui è carica l'opera».
Allora non una produzione multiforme e diversa come i suoi tanti don Giovanni ?
«Per carità ! Carmen è un discorso solare, preciso, che parte da un romanzo meraviglioso. Ho sempre venerato la capacità di Bizet e dei suoi collaboratori di aver saputo tradurre in un dramma musicale quello che voleva dire Merimée».
Cosa vuol proporre con questo suo nuovo allestimento?
«La sceneggiatura è sempre quella di prima. Ho cambiato poco nella regia. Il dilemma profondo di Carmen per me sta tra l'amore e la libertà, cioè di che cosa si perde e di cosa si vince con l'amore. Chi non questa disponibilità di darsi totalmente, come Carmen, non può pretendere di amare o di ricevere l'amore. L'amore è totale dedizione, è annientamento di se stessi, per essere più noi stessi …e più ancora».
Ama poco e sarai amato molto. Potrebbe essere il contrario della filosofia di Carmen?
«E' in grande conflitto di questa donna che anticipa di molto tutto un movimento di pensiero intellettuale. Altro che femminismo. Qui siamo ben al di là».
Lei come passa le giornate quando non si dedica alle sue regie, alle sue scenografie?
«Mi dedico ai fiori, alle piante del mio giardino, ai miei cani… ma per poco. Continuo a lavorare come un matto, per quanto me lo consentono le mie non buone condizioni fisiche. E questa nuova edizione di Carmen mi è costata molto tempo e sudore. Adesso mi sto dedicando ad un breve film su Roma, che narra ed esalta i suoi luoghi più caratteristici. Turisticamente anche Roma sta soffrendo la concorrenza di altre capitali in Europa».
Si salverà l'Arena? Cosa ne faremo?
«L'Arena è un fatto unico a sè stante. Un teatro ricco di un pubblico che non dà segni di stanchezza, essenziale alla vita culturale dell'Italia. Certo bisognerà vedere se sapremo nutrirla dei giusti valori, indirizzati su programmi e produzioni ben scelti e ragionati. Se invece proporremo spettacoli, frutto solo di brutture, di ritardi mentali, sarà difficile pensare con ottimismo al suo futuro».
Vale la pena mantenere a spese di tutta la comunità, queste fondazioni liriche?
«Certamente, se saranno gestite bene. In Italia si deve cominciare a capire che l'investimento culturale rende e che senza la cultura andiamo a disperdere sempre più la nostra identità nazionale. Quella identità che invece dovremmo tramandare con coraggio ai nostri successori. Come fa un giovane a non conoscere almeno i capisaldi del nostro teatro, una eroina di Puccini o di Verdi ? Per questo occorre rispondere con intelligenza e cautela economica al peso difficile delle cifre. Non resta che lottare, per primo, sul piano artistico, con la qualità dell'offerta, con realizzazioni di grande livello interpretativo, curando tutto ciò che forma lo spettacolo, con lo studio accurato dei repertori (dovremmo forse chiudere anche i conservatori ?), teatro per teatro, luogo per luogo».

«Dobbiamo puntare tutto sulla lirica»

Zoom Foto

Troppe categorie che si occupano di turismo fanno solo «confusione», occorre semplificare e organizzare meglio il sistema dell'accoglienza a Verona. É questo che è emerso dall'incontro in commissione Cultura, presieduta da Lucia Cametti, con quasi tutte le categorie veronesi che, a vario titolo, si occupano di turismo.
Presenti i responsabili del settore alberghiero e del settore turismo di Confindustria, di Confcommercio, della Camera di commercio, dell'aeroporto Catullo, della Fondazione Arena, dell'associazione Guide Center, del Club di Giulietta, del consorzio Veronatuttintorno e dell'associazione Bed and breakfast.
«É emersa la necessità di fare una scelta più marcata a favore della lirica», spiega Cametti, «non si tratta di lirica contro rock, ma di capire che l'indotto turistico economico maggiore per la città arriva dall'opera e che quindi va valorizzata». E prosegue: «Non a caso ho intenzione di invitare in commissione Franco Zeffirelli che ha parlato di trasformare Verona nella città della lirica». L'assessore Enrico Corsi, presente in commissione, ha sottolineato la necessità di sottoscrivere un protocollo con tutte le categorie per trasformare Verona da città di transito a città di permanenza, mentre Oliviero Fiorini, neo eletto presidente dell'associazione albergatori di Confcommercio, ha evidenziato la necessità di promuovere grandi eventi nei periodi di bassa stagione e organizzare un centro congressi. «Ci sono troppe categorie che si occupano di turismo e finiscono solo per creare confusione», ha fatto notare Gianni Zenatello del settore Turismo di Confindustria. Serve quindi una maggiore unità d'intenti, unità che forse la commissione Cultura contribuirà a creare lavorando a un documento, proposto dal consigliere Edoardo Tisato, sul turismo.
Si è svolta poi la commissione Lavori pubblici e Patrimonio, guidata da Alberto Zelger, che ha affrontato la questione del restauro della chiesa di Santa Chiara, a San Giovanni in Valle. Ieri è stato presentato il progetto dell'architetto Perbellini per la sistemazione dell'immobile di proprietà comunale. È un ex convento, in parte utilizzato come ostello della gioventù, che ha bisogno di una importante opera di manutenzione. Il progetto c'è, ora mancano i soldi.G.C.

Festival lirico, questa sera c'è l'Aida
«L'Arena è il posto ideale per interpretarla»

Zoom Foto

Gianni Villani



Verona. Quarta recita di Aida, questa sera (alle 21.15) in Arena, nella rievocazione storica del 1913, con la direzione di Daniel Oren, la regia di Giancarlo de Bosio e la coreografia di Susanna Egri. A interpretare il Re è Carlo Striuli, Amneris è Trichina Vaughn, Ramfis è Orlin Anastassov. Nella parte di Amonasro, Silvano Carroli. Concludono la loro prima presenza areniana in Aida i due protagonisti della vicenda, Daniela Dessì (Aida) e Fabio Armiliato (Radames): uniti nella vita e per il capolavoro verdiano.
Dopo tante rappresentazioni condivise, cosa vi spinge a interpretare ancora quest'opera ?
L'Arena- risponde Dessì- è l'unico posto al mondo dove si realizza la vera Aida. Io l'ho già cantata nelle edizioni del 1997 - al mio debutto con la regia di De Bosio - nel 2001 e 2002, ma è la prima volta che la canto a Verona, vicino a Fabio.
Un'Aida che si sta avvicinando alla meta centenaria del 1913: ci arriveremo ?
Sono sicuro di sì- commenta Armiliato-. Basta non lasciarsi travolgere dal solito pessimismo. Certamente i gusti cambiano e bisogna tenerne conto. Personalmente, non ho niente contro il rock e il pop: sono tipologie musicali che hanno diritto di esistere e di esprimersi. L'importante è concedere ad ogni realtà artistica il proprio spazio e consentire al pubblico di accedervi. L'opera è un grande momento di intrattenimento e il pubblico deve essere adeguatamente istruito per avvicinarla con cognizione. Ma è anche un grande mezzo con il quale far circuitare la tradizione italiana per la canzone, la melodia, la nostra lingua. Il mondo del pop, comunque, riserva sempre molto rispetto alla lirica. Ce ne accorgiamo quando facciamo i grandi concerti all'aperto, dove i giovani rimangono a bocca aperta e capiscono la differenza tra la "loro" musica e quella che gli proponiamo.
C'è qualche novità interpretativa in questa Aida?
C'è sempre del nuovo se lo si vuol trovare,- chiarisce Dessì-, perché questa straordinaria partitura si presta in maniera unica, anche nel modo di svolgersi teatralmente. La capacità di avere questo legame in scena è sicuramente esaltato dal nostro vivere insieme nella vita. È fondamentale far capire che il dramma sia sempre credibile e che noi siamo impegnati per la verità della scena.
Come giudicate la vostra condizione? Migliorata dall'ultima prestazione areniana di Madama Butterfly del 2006?
Sicuramente più matura, anche rispetto all'Aida del 2001 per il mio caso, più matura nel pensare e nello studiare i vari personaggi- sostiene Armiliato-. Per Dessì, Madama Butterfly è opera riservata a spazi più limitati, più intimi, mentre Aida è per antonomasia è opera da Arena. Cantarla insieme è una condizione ideale.
Questa sua Aida è più legata allo stato o all'amore per il suo uomo?
All'amore del suo Radames - dice la cantante - anche se è un sentimento contrastato e difficile, sempre in bilico. Lei cerca di scegliere la salvezza della patria, ma poi torna all'amore per lui. È una lotta pari. Ma sempre di amore si tratta.
E Radames? È davvero un traditore per amore?
Radames è un uomo politico,- interviene Armiliato-, investito della sua carica, che vuole emancipare Aida, ma che ha grande rispetto per il proprio dovere e per la propria dignità. Anche in questo caso i sentimenti sono sempre in bilico.
A quando una nuova Amneris ?
L'ho sempre sognata,- conclude Dessì-. Proprio per questo straordinario personaggio mi sono avvicinata alla lirica. Vediamo. Prima o poi forse verrà anche la sua ora.
Per il prossimo anno avete altre "idee" areniane ?
Credo che possiamo dire fin d'ora che il nostro obiettivo sarà Il Trovatore, un altro grande capolavoro, di passioni e di forti ideali.

Gianni Villani

Don Bartolo è il vero motore del «Barbiere»

Zoom Foto

Bruno De Simone è uno dei massimi esperti del repertorio buffo italiano e rossiniano in particolare, di cui interpreta ben 18 titoli. E' stato allievo di Sesto Bruscantini (il più autorevole interprete del genere che la storia ricordi) ed è entrato in carriera a soli 22 anni, debuttando a Spoleto. Il baritono napoletano è don Bartolo nel «Barbiere di Siviglia» che venerdì si congeda dal pubblico areniano.
Ci rivediamo dopo due anni, maestro, cosa è cambiato nel frattempo ?
Non poco direi, perché lavorare con Hugo de Ana, una delle più grandi menti registiche in circolazione, è sempre una fortuna. Ritrovarlo dopo due anni è stata una piacevolissima esperienza. Lavorare con una guida del genere ci si sente stimolati. Di conseguenza, dare il meglio di se stessi, è stato facile.
Anche il cambio musicale ha forse aiutato tutta l'operazione.
Si. Una direzione fondamentale, quella di Antonio Pirolli. Io l'ho trovato un signore direttore. Anzi direi meglio, signore e direttore.
Dopo 18 titoli rossiniani si sente appagato?
No! Sto cercando - e con buoni risultati finora - di ampliare il mio repertorio con altri titoli, come «Adriana Lecouvreur», «Gianni Schicchi», «Manon Lescaut». E' giusto fare un percorso a largo raggio, per non rimanere ingabbiati dentro una specializzazione, usando il "lento pede", i giusti tempi, che farebbero bene anche ai giovani di oggi. Pochi di loro sanno usare i sistemi di un tempo: partire con un repertorio tranquillo, per imparare a poggiare meglio l'articolazione, per curare la dizione e far arrivare la parola nella giusta misura.
Di tutto questo ne abbiamo sentito un bel saggio in questo Barbiere.
Farlo all'Arena è sempre una scommessa. E' una sfida che ho accettato con molta passione. Mi interessava constatare che la parola potesse arrivare fino all'ultima fila, all'ultimo scalino. Credo di esserci riuscito.
Don Bartolo: vero motore dell'opera ?
Credo proprio di sì. E' come lo ha scritto realmente anche Beaumarchais, ancor che Rossini. Don Bartolo è proprio il perno attorno al quale ruotano gli altri interpreti. E' un uomo maturo, ma ancora virilmente dotato, non vecchio come lo si vuole spesso dare. Credo di interpretare un don Bartolo cinico, ma nello stesso tempo anche ironico, leggermente buffo. Se si è seri nell'interpretare un ruolo buffo, diceva il mio maestro, viene fuori il buffo. Credo che il personaggio non debba mai uscire dalle righe.
Le piacerebbe fare anche una regia operistica?
Ho già debuttato nella regia. Ma dopo 29 anni di palcoscenico preferisco ancora per un po' canalizzare la carriera sul canto.
Che regia vorrebbe fare al Filarmonico, magari in veste di "giocatore - allenatore", come si faceva un tempo anche nel calcio ?
Potrebbe essere una formula vincente. Il primo titolo che mi viene in mente è il Gianni Schicchi di Puccini.

Lirica, quando la pioggia smorza l'acuto

Zoom Foto

Gianni Villani



Verona. Le stagioni liriche in Arena hanno sempre dovuto fare i conti con un nemico temibile e invincibile, che ne ha compromesso spesso lo svolgimento regolare: la pioggia. Negli 87 Festival si contano numerose le serate sospese a causa delle proibitive condizioni meteorologiche. Sospensioni che tuttavia non crearono particolari disagi ai primi festival se si ignorano le sporadiche interruzioni de «Il figliol prodigo» del 1919 (14 agosto), del «Nerone» del 1926, fermato per tre volte consecutive, il 3, 5, 8 agosto, e poche altre recite fino agli anni Quaranta in cui le stagioni liriche vennero soppresse a causa dei conflitti bellici.
Quasi quindici anni dopo si fermò la serata inaugurale del «Mefistofele» (15 luglio 1954) alla quale partecipava Maria Callas, come furono sospese la seconda recita di «Carmen» del 27 luglio 1955, l'ultima recita del «Trovatore» del 15 agosto 1959 e di «Pagliacci» del 6 agosto 1960.
Le cose invece si complicarono a partire dal 1962, quando l'incendio delle scenografie de «Il ballo in maschera» (domenica 12 agosto) compromise la struttura monumentale dell'Arena, facendo andare deserte le ultime quattro recite. Piovve infatti irrimediabilmente l'8 e 17 agosto 1964 e ne fece le spese «Aida», come il 13 agosto un «Lohengrin», che per tutta la stagione fu bersagliato da continui temporali.
Nella stagione 1965 toccò a «Carmen» perdere due serate, il 22 luglio e 14 agosto, mentre la stessa sorte subì il 1966 privato del «Rigoletto» del 28 luglio e il 1967 di balletto «La fontana del Bakcisarai» e di «Andrea Chénier» del 4 e 12 agosto. Finirono malissimo «Il Trovatore» del 6 agosto e la «Lucia di Lamermoor» del 2 e 8 agosto 1968, la seconda recita del «don Carlo» del 5 agosto 1969, «La Traviata» dell'8 agosto 1970, l' «Aida» del 18 luglio 1971 e l'«Ernani» del 15 luglio 1972, sospeso a pochi minuti dalla fine. Serate disastrose anche quelle della stagione 1973, che perdette un «Simon Boccanegra» il 14 luglio e due «La Gioconda», 29 luglio e 25 agosto, come della stagione 1976 che dovette fare a meno di un «Boris Godunov» (18 luglio), di due recite di «Aida» (17 luglio e 29 agosto) e di un balletto, lo «Schiaccianoci» del 18 agosto.
Un anno nero anche quello del 1977, senza il «Romeo e Giulietta» del 29 luglio, l'«Aida» del 16 (fermata prima del duetto finale), 21 e 30 luglio, l'abbinata «Cavalleria rusticana - Pagliacci», all'ultima rappresentazione del 20 agosto. Il balletto Bolero di quell'anno, diretto da Enrico De Mori, fu fermato all'ultima recita del 28 agosto, ma venne recuperato il giorno successivo.
Anche il 1979 non sorrise, senza la «Traviata» del 22 luglio, 10 e 18 agosto e del «Mefistofele» del 31 luglio. E neppure il 1981, privato del «Rigoletto» dell'11 agosto e di due «Aida» (18 luglio e 8 agosto), del balletto «don Chiciotte», con la stella Rudolf Nureyev e la direzione di Enrico De Mori del primo settembre e della prima serata del Balletto Nacional de Cuba del 10 settembre.
La gestione del sovrintendente Renzo Giacchieri, succeduta a Carlo Alberto Cappelli, fu particolarmente bersagliata dalla pioggia.
Nel 1984 perdette infatti «I Lombardi alla prima crociata» del 25 luglio e 8 agosto, le «Carmen» del 9 e 25 agosto. Non meglio gli andò il 1985, senza il «Trovatore» del primo agosto, l' «Aida» del 6 luglio e l'«Attila» all'ultima recita del 25 agosto. Come quella del 1986, senza la «Fanciulla del west» del 19 luglio, la prima recita di «Aida» del 13 luglio, il «Ballo in maschera» del 29 agosto.
Decisamente sfortunata anche la gestione del successore Francesco Ernani, che nel rovinoso 1989 fu privata del «Nabucco» inaugurale (1° luglio) e delle recite successive, 14 luglio, 18, 27 agosto (una media disastrosa sulle 11 recite complessive), nonché delle «Aida» del 2 luglio e 26 agosto.
Picchi negativi ebbe anche la gestione del sovrintendente Maurizio Pulica nel 1992, per le sospensioni del «don Carlo» (4 luglio e 29 agosto) e de «La Bohème» del 5 luglio e 10 agosto. E di Gianfranco De Bosio, privata di «Cavalleria rusticana - Pagliacci» del 10 luglio 1993, di «Carmen» (8 agosto), di «La Traviata» (28 agosto) e del balletto «Spartacus» del 26 agosto. E nella seguente stagione 1994, senza «La Bohème» del 20 luglio, 24 e 26 agosto, l'«Aida» del 30 agosto, il «Nabucco» del 31 agosto, il balletto Cabiria al Teatro Romano nella prima recita del 24 agosto.
Sospesa l'inaugurazione della stagione 1998 con il «Ballo in maschera» del 26 giugno conclusasi subito dopo la sinfonia d'apertura ed il gala di Domingo del 12 agosto 1999, stroncato da un temporale. Anche il 2000 non fu certo una grande stagione senza il «Nabucco» del 27 agosto, l'«Aida» del 8 luglio e 31 agosto, «La Traviata» del 30 agosto.
Dal 2001 le condizioni meteorologiche hanno subito dei generali miglioramenti, fino alle due recite inaugurali di «Carmen» e «Aida» di quest'anno in cui il tempo sembra essere tornato a fare gli acuti. [FIRMA]


Gianni Villani

L'ultima Aida di Hui He

Zoom Foto

Undicesima rappresentazione di «Aida», l'opera regina di Giuseppe Verdi che stasera torna sul palcoscenico dell'Arena alle 21 (non più alle 21.15). Il pubblico avrà così l'opportunità di salutare il soprano Hui He, alla sua ultima recita nel ruolo di Aida. Al suo fianco, invece, un debutto: il tenore Walter Fraccaro (Radames), Anna Smirnova (Amneris), Ambrogio Maestri (Amonasro) e Marco Spotti (Ramfis). Il Re è interpretato da Orlin Anastassov. Il maestro Daniel Oren dirige i complessi artistici.

«Carmen, il ruolo che preferisco»

Zoom Foto

Gianni Villani



Il mezzosoprano francese Geraldine Chauvet è una Carmen vincente sul piano drammatico oltre che vocale: stasera (alle 21.15) in Arena ne vestirà, per l'ultima volta nella stagione, i panni. La giovane cantante, nativa della Normandia, della piccola e storica cittadina di Bayeux, conta su un numero di presenze nei teatri italiani piuttosto interessante.
«Ho scoperto tardi il canto, solo cinque anni fa», ci spiega. «Avevo cominciato con il ballo, poi ho optato per il flauto traverso e per gli studi musicologi. Ad un certo punto, mi sono accorta di avere anche una voce da sfruttare e ho fatto la mia scelta definitiva».
Ha iniziato subito da mezzosoprano?
No, dapprima ho fatto una piccola esperienza da soprano, ma avevo un timbro troppo contraltile per continuare. Cosa potevo fare allora? Gettarmi su ruoli adeguati come Adalgisa di Norma, Carmen, Charlotte del Werther.
Quanto l'ha tentata l'Arena?
Mi hanno proposto di esibirmi, non potevo rinunciare. È stato molto emozionante partecipare a un allestimento di Franco Zeffirelli, avere la direzione di Domingo, e calcare un palcoscenico sul quale sono passati tutti i grandi e la tradizione dell'opera lirica italiana. Troppo affascinante.
Come è stata scelta dall'Arena?
Per un anno, la direzione artistica della Fondazione mi ha ascoltato nelle mie esibizioni in giro per l'Italia, dove canto spesso, nel circuito teatrale emiliano-romagnolo. Quindi sono stata convocata per un'audizione. In questo periodo, ho alternato il ruolo di Carmen con il personaggio di donna Elvira nel don Giovanni presente al Festival svizzero di Avenches.
Le piace Carmen?
È un personaggio straordinario, lo preferisco a tutti gli altri. Ciò che mi sorprende in lei è la libertà, l'indipendenza, ma soprattutto la fede in quello che fa. Apprezzo la decisione con cui accetta la vita in toto e come va fino in fondo al suo destino vincendo tutte le paure.
Come artista ne ha dato un bel esempio in Arena...
È un ruolo arricchito da un apporto così raro nell'universo del melodramma che non si può non sentirselo addosso. Si offre all'immaginario degli ascoltatori, aperta a suggestioni e letture tanto disparate, quanto affascinanti. Capisco perfettamente che, prima o poi, le si dovessero schiudere le porte misteriose del mito.
Chi le ha fatto scoprire Carmen?
Ho lavorato per un po' in Austria con il grande mezzosoprano americano Grace Bumbr (è stata spesso Carmen anche in Arena, ndr), che mi ha dato molte indicazioni preziose. Adesso studio con il baritono Franco Sioli.
Lei canta molto in Italia. Pensa di ritornarci presto?
Certo. In autunno sarò all'Opera Giocosa di Savona per Il Barbiere di Siviglia e nel circuito dei teatri lombardi ancora per Carmen. In Arena? Chissà…

«Aida» da record nonostante la pioggia

Zoom Foto

Serata areniana, quella di sabato, con Aida ancora bersagliata dal maltempo, che ne ha ostacolato gli inizi e l'esito finale impedendone l'esecuzione completa. Nonostante le proibitive condizioni meteorologiche, che hanno ritardato e non di poco il decollo, l'opera verdiana ha fatto registrare l'esaurito, con 14.300 presenze, il massimo consentito dalle norme vigenti sulla sicurezza ed un incasso di 850 mila euro.
Una folla enorme (che ha riempito anche le zone estreme della gradinata), un pienone di quelli che facevano ricordare i tempi migliori del melodramma in Arena, ha resistito impavidamente alle intemperie (la temperatura non raggiungeva i 18 gradi) fino alla conclusione del terzo atto. All'1.10, quando stava per iniziare il quarto atto, un altro improvviso acquazzone ha costretto gli organizzatori a dichiarare concluso lo spettacolo. G.V.

Turandot, «Nessun dorma»

Zoom Foto

Con il suo celebre «Nessun dorma», stasera alle 21 (e non più alle 21.15), «Turandot» di Giacomo Puccini torna a incantare il pubblico areniano per la sesta e penultima volta sul palcoscenico dell'Arena di Verona, nell'allestimento firmato da Yuri Alexandrov alla regia e da Viacheslav Okunev per scene e costumi.
Sul podio Daniel Oren, il direttore beniamino del pubblico areniano da 25 anni. In questa replica il soprano Giovanna Casolla è per l'ultima volta la fredda principessa Turandot.

Cedolins: «Sento la necessità di rinnovare i ruoli»

Zoom Foto

Gianni Villani



Dopo cinque produzioni, di Aida, La Bohème, Il Trovatore, Madama Butterfly e Tosca, Fiorenza Cedolins è tornata quest'anno in Arena, con un repertorio sicuramente più lirico rispetto un tempo: con Liù di Turandot,(che interpreterà mercoledì) e Micaela di Carmen (in cartellone il giorno seguente). Il celebre soprano friulano non ha perso tuttavia nulla della verve interpretativa e della capacità di essere drammaturgicamente coinvolgente.
Perché questa scelta nelle sue interpretazioni ?
Questo repertorio fa parte del mio "range" di soprano lirico e lirico spinto. Ho una convinzione, e lo dico come professionista: il bisogno di rinnovare continuamente i miei personaggi in scena. Non trovo motivazioni interpretative se cado nella routine. Difficilmente ripeto un ruolo in una produzione che si ripropone col tempo. È sbagliato, sia per la mia personalità, perché non riesco ad avere le giuste emozioni sul palcoscenico, sia perché non provo quel piacere e quell'entusiasmo di cantare se il ruolo diventa troppo ripetitivo: è come se si andassero a rivedere i luoghi dell'infanzia. Ci rimani sempre male: non sono più quelli di un tempo, non si ripetono più.
Come dire, avanti con nuovi progetti.
Sì. Non accetto una copia sbiadita di quello che faccio. Ho la necessità di crescere, di rinnovarmi. Oltretutto è doveroso verso il pubblico che non deve rimanere deluso dalla tua interpretazione.
Come sono le "sue" Micaela e Liù?
Micaela è una parte breve ma le sono riservati i momenti lirici più belli dell'opera più della stessa Carmen in cui risalta maggiormente l'attorialità della cantante, anche se deve sostenere le parti topiche dell'Habanera e della Seguidilla. La parte di Liù, pur nella sua brevità, è invece di enorme difficoltà vocale. Ha tre arie di grande virtuosismo, anche in quel "Tanto amore segreto" in cui occorre una vocalista di elevata qualità drammaturgica.
Si accennava a nuovi programmi: quali sono?
Ho appena debuttato la Nedda di Pagliacci a Zurigo e Maria Stuarda. Sto studiando la Maddalena di Andrea Chenier, un ruolo difficilissimo con cui esordirò a Madrid. Mi piacerebbe affrontare Otello, ma c'è il problema di trovare un tenore adeguato al ruolo. Debutterò La Traviata a Siviglia, Anna Bolena a Oviedo e Barcellona e preparerò presto il Don Carlo in versione francese con l'Alzira per un progetto "Tutto Verdi" in programma a Bilbao."
Niente di nuovo in programma a Verona ?
Al Filarmonico canterò forse gli ultimi quattro lieder di Strauss, o un programma similare. In Arena probabilmente parteciperò alla nuova Turandot.
Auspica titoli nuovi anche per l'Arena ?
Certo. Ce ne sono tanti, che farebbero al caso. Basterebbe avere gli interpreti dal grande carisma, dalla forte personalità. Per l'Arena è l'unica strada.

«Amo Aida ma sogno altri ruoli»

Zoom Foto

Gianni Villani



Amarilli Nizza è interprete che si attaglia perfettamente alla figura di Aida, l'eroina etiope (che torna stasera alle 21 in Arena) di Verdi. Fisico sinuoso, sorriso smagliante, ancora una stagione importante a Verona per questa erede di Claudia Biadi, famosa bambina prodigio, pianista, cantante e compositrice. E di Medea Figner, nonna molto vitale e grande soprano «falcon» di fine Ottocento.
Non è stanca di portare Aida in Arena?
Stanca, no. Forse sarebbe però il momento di prendere un «periodo sabbatico» dal personaggio. per riprenderlo nel centenario del 2013.
Cosa vorrebbe fare di diverso?
Per esempio vorrei portare Puccini e in particolare «Madama Butterfly». Arrivo in Arena dopo i buoni esiti di «Tosca» a Torre del Lago e di «Madama Butterfly» a Napoli. Ecco, mi piacerebbe proprio fare «Butterfly» anche in Arena.
Quali aspetti dell'Arena le piacciono di più: l'emozione di sentire l'applauso di un grandioso pubblico o l'adrenalina che precede l'ingresso in scena?
Entrambe, anche se la cosa che mi ha dato la sensazione più forte è stato quando al termine di «Aida» sono uscita per il mio applauso con tutta la platea che batteva le mani e i piedi sul pavimento. Imitata anche dai professori d'orchestra.
Che cosa canterà al Filarmonico nella prossima stagione?
Stiamo preparando un gala per il 26 e 28 febbraio il cui programma è ancora in via di assestamento, ma posso anticipare che sarà un gala pucciniano e "dintorni" di grande impatto. E poi al Filarmonico vorrei fare «Manon Lescaut». Magari ci fosse un progetto...
Sta preparando nuovi titoli da inserire nel suo repertorio?
Troppi, in verità. Debutto «Nabucco» a Palermo a gennaio e «Mefistofele» a Roma a marzo. «Falstaff» a Bilbao a maggio, «Fanciulla del West» per il centenario pucciniano e «Macbeth» in autunno. Ce n'è di carne al fuoco.
Come passa il suo tempo quando non canta?
Se decido di staccare la spina, allora mi tuffo in un mare caldo, lasciandomi cullare sotto una palma, accompagnata da mio marito, da mio figlio e guai a chi sibila una nota. Poi quando torno a casa allora lo studio diventa la quotidianità. Se non si studia tutti i giorni non si va avanti. Il problema è mantenere le posizioni negli anni ed essere sempre pronti a dare buone prove di se.
Un augurio per il teatro italiano?
Checché se ne dica, la vera carriera si fa nei teatri italiani e di fronte al pubblico italiano, fatto di intenditori e di persone che l'opera l'hanno nel sangue. Per questo, vorrei che una fata con la bacchetta magica permettesse alle nostre prestigiose istituzioni musicali di tornare a programmare a medio termine. Non possiamo rimanere dietro a Barcellona, Londra, New York, Berlino, Parigi, a teatri che riescono a offrirci inviti a medio-lungo termine facendoci allontanare dal nostro paese.

«Il Barbiere è nel cuore degli spettatori»

Zoom Foto

Due anni fa l'allestimento de Il Barbiere di Siviglia areniano - che questa sera (alle 21.15) giunge alla seconda recita - faceva guadagnare al regista, scenografo e costumista Hugo de Ana un meritatissimo "Premio Zenatello" condiviso con il tenore Francesco Meli, in veste di debuttante in anfiteatro. Il riconoscimento premiava l'originalità e la funzionalità dello spettacolo senza dimenticarne la raffinata qualità. «L'ho molto apprezzato», commenta l'artista argentino, «perché ha riconosciuto il duro lavoro d'equipe che abbiamo portato avanti insieme per settimane».
Il Barbiere di Siviglia si ripresenta dunque quest'anno potendo contare sull'acquisizione di un'esperienza non da poco.
«Ritorniamo a fare questo spettacolo, dall'impianto alquanto complesso con una compagnia molto solida e affiata. Siamo più sicuri della prima volta, meno tesi del debutto di due anni fa. Lo spirito è migliorato in tutti: i cantanti, il coro, i mimi, i tecnici».
Questo è un Barbiere che si vede bene da ogni angolazione dell'Arena. Il pubblico non può che esserne contento.
Credo di sì. Vorrei che tutti lo potessero vedere almeno due volte, da posizioni diverse. Da vicino, perché è molto ricco nei primi piani, e da lontano, per non perdere l'insieme dell'azione. Sono molto soddisfatto dei risultati ottenuti non essendo, questo, uno spettacolo tradizionale, ma neanche di rottura. Ho cercato di non far perdere l'originalità, senza tradire però il senso della novità.
Per questo, si mantiene molto fresco ed è una scoperta continua anche per noi che ci lavoriamo attorno. Mi è piaciuta in modo particolare una frase che Annick Massis ha detto durante le prove: "Ho ritrovato il mio giardino". Credo abbia riassunto bene il luogo in cui gli interpreti si trovano a loro agio per recitare.
Perché sembra funzionare questo "Barbiere" ?
Penso che molto sia dovuto all'integrazione fra le scene e lo spazio, un connubio che in Arena è sempre magico. E all'interpretazione, a quest'idea del divertissement,di un teatro dell'assurdo, che ho voluto imporre. Il Barbiere non è un'opera buffa in senso terminologico, è anche un capolavoro di surrealismo, portato ad una astrazione dalla stessa musica, dal suo ritmo molto simile allo swing, da una commedia che ai tempi di Beaumarchais aveva le sue spinte rivoluzionarie. È un'opera che non è mai uscita dai cartelloni, spesso usata come colonna di film. A tal punto è entrata nel cuore del pubblico da essere subito riconoscibile.
- Cosa si deve fare perché un'opera piaccia agli spettatori d'oggi?
Farla apprezzare, rispettando sia il pubblico che la musica.G.V.

Antonio Pirolli, una bacchetta a tutto tondo

Zoom Foto

Gianni Villani



Agita la bacchetta con gesto sicuro, elegante, signorile, di chi ha un reverenziale rispetto per la musica.
Antonio Pirolli è sul podio areniano per la quinta volta, ma sembra aver già la consumata esperienza di uno che lo pratica da anni.
Il direttore romano è alla seconda prova con l'orchestra della Fondazione Arena dopo averla diretta a gennaio nella «Turandot» andata in scena al Teatro Filarmonico.
«Il Barbiere di Siviglia (stasera la sesta rappresentazione) - ci racconta Pirolli - è l'opera che ho diretto più volte nella mia carriera. Almeno in nove produzioni diverse e in tutte le salse, con gli interpreti più sconosciuti e con i più grandi, in tutte le parti del mondo: Italia, Europa, Giappone. Sono stato l'ultimo direttore a dirigere quel grande tenore rossiniano che era l'americano Rockwell Blake».
[FIRMA]Ha trovato qualche difficoltà nei grandi spazi dell'Arena? No. Devo riconoscere che aver alzato di 40 centimetri la buca orchestrale ha migliorato la qualità acustica del suono. Un'orchestra troppo sonora corre però il rischio di coprire le voci e tradurne il suono in stile ottocentesco è stato lo sforzo maggiore. Abbiamo lavorato bene, malgrado le prove ristrette, con una compagnia di canto eccellente, in un clima ideale, di serenità e di grande professionalità. Mi sono trovato benissimo con le masse, il coro, ben al di là di tanti altri teatri.
Come giudica lo spettacolo di de Ana?
E' geniale e colpirà il pubblico. Col regista argentino ho avuto uno rapporto idilliaco. Con un solo sguardo ci dicevamo cosa non andava e cosa bisognava mettere a posto.
In che posizione collocherebbe «Il barbiere di Siviglia» raffrontato con la migliore produzione rossiniana, «La Cenerentola» e «Italiana in Algeri»?
Sicuramente al primo posto, per la sua perfezione formale e stilistica. Cenerentola è un'opera interessante che ha un calo di tensione nel secondo tempo, mentre invece il primo è molto serrato. Nel Barbiere tutto questo non succede perchè il testo è ben sorretto drammaturgicamente. L' Italiana è poi un caso a sé proprio per il soggetto teatrale.
Che tipo di direttore si reputa?
Non mi piacciono le etichette. Il repertorio di un direttore deve essere a tutto tondo. Deve avere la capacità di dirigere tutto. Certo le nostre radici culturali ci impongono delle scelte. Se dovessi dirigere quello tedesco mi fermerei un momento a pensarci su bene. Per dirigerlo, sia quello ottocentesco o quello contemporaneo, ci vuole una formazione culturale molto diversa dalla nostra.
Sempre impegnato con il Teatro dell'Opera di Istanbul ?
Si. E' un fatto anche sentimentale: ho una moglie turca. Una specie di cordone ombelicale che mi lega con quella grande città.
Si augura qualche altra chiamata dalla Fondazione Arena ?
La auspico, ma finora non ho ricevuto nessuna proposta. Il teatro deve ancora definire alcuni titoli dei suoi prossimi programmi.

Una «Carmen» di sontuosa semplicità

Zoom Foto

Cesare Galla



Quattordici anni fa, al suo debutto in Arena, Franco Zeffirelli aveva affrontato «Carmen» reinventando integralmente lo spazio monumentale-archeologico dell'anfiteatro e plasmandolo scenograficamente, con immaginario di straordinaria vivacità ed efficacia, per esaltare il suo racconto appassionato e tagliente del capolavoro di Bizet. Era nato lo storico spettacolo, celebre e celebrato, grazie al quale «Carmen» è stata definitivamente consacrata come seconda solo a «Aida» nella classifica della popolarità che il teatro all'aperto più grande del mondo a buon diritto definisce con le sue stagioni da quasi un secolo.
A quell'eccezionale esordio sono seguite altre fondamentali esperienze areniane del regista fiorentino («Aida», «Trovatore», «Madama Butterfly»: le «ripasseremo» tutte l'anno venturo), passaggi di una riflessione in continua evoluzione sul senso stesso di fare opera in Arena, sulla «fenomenologia» del kolossal, soprattutto sul rapporto fra spazio e drammaturgia. E oggi l'ottantaseienne maestro ritorna al suo glorioso Bizet e lo ripensa radicalmente, spostando il limite del repertorio con un colpo d'ala che nel venire incontro anche alle esigenze tecniche e finanziarie dimostra come la vera creatività sia indifferente all'anagrafe e non tema limitazioni di alcun tipo.
Il cambiamento rispetto all'originale concezione è così deciso e decisivo che si può ben parlare di uno spettacolo nuovo. Il kolossal andaluso viene ripensato alla luce di una dimensione nuova, che se possibile aumenta ancora la torrida temperatura espressiva del racconto. Mantenuti i ricchi, estroversi costumi firmati da Anna Anni, scompaiono le scenografie che minuziosamente occupavano tutta la gradinata dietro alla scena in ogni situazione (Siviglia, la taverna, le montagne), e Zeffirelli inventa rifacendosi alla tradizione «all'antica italiana», ritorna alle scene dipinte. Questa volta le gradinate posteriori sono lasciate nude, rivestite solo di giochi di luce e di proiezioni; una teoria di alti pali a semicerchio, sul lato posteriore della scena, offre il supporto a un originale sistema di velari che assecondano il racconto con effetti di particolare suggestione d'immagine nel terzo (le lunari montagne) e nel quarto atto (la plaza de toros). Nell'insieme, è la vittoria di quella che potremmo definire «sontuosa semplicità»: il gusto dei particolari e l'abile utilizzo delle grandi masse soddisfano la spettacolarità, che vive in una drammaturgia nitida e stupendamente concentrata il fatale percorso tra amore e morte della bella sigaraia e del suo innamorato disperato. E l'impressione generale è quella di uno spettacolo squisitamente areniano, con tutto ciò che il termine comporta, ma anche virtuosisticamente raccolto, con notazioni raffinate nel gioco di recitazione fra i personaggi (e pensiamo specialmente al secondo atto - per il sublime quintetto di Bizet, e al terzo). Sempre sostanziali le coreografie flamenche che racchiudono il racconto, rimaste orfane quest'anno del loro inventore, El Camborio, ma forse per questo ancor più intimamente sentite.
Dal punto di vista musicale, lo spettacolo che finalmente l'altra sera è potuto andare in scena, dopo lo stop decretato dal maltempo alla prima, esprime bene l'equilibrio e l'efficacia espressiva che scaturiscono dalla felice combinazione fra una compagnia di canto insieme giovane e rodata e un direttore la cui multiforme esperienza è posta ad imparziale servizio della partitura e della vocalità in scena. Ci riferiamo a Plácido Domingo, naturalmente, il grande festeggiato del festival nel quarantennale della sua prima volta in Arena: un tenore entrato nella storia che non sale sul podio per vezzo o curiosità, ma in nome dell'opera, con onnivora curiosità culturale se è vero che non si preclude alcun repertorio. In Arena la sua esperienza direttoriale è stata verdiana (con «Aida») ma soprattutto bizetiana. Aveva già diretto «Carmen» nell'agosto di dieci anni fa e ritorna adesso dimostrando anche l'evoluzione del suo pensiero su quest'opera. Che non viene risolta solo in abbacinanti contrasti fra dramma e passione, magari esaltati dal «colore locale», ma esplorata con attenzione e dipanata con sorvegliata ricchezza di sfumature, senza scordare da un lato la complessità dell'acustica e dall'altro l'esigenza del rapporto con i cantanti in scena. Se a volte è stato «sospettato» di stare troppo dalla parte dei suoi colleghi in scena, qui Domingo - in tutta evidenza - sta prima di tutto con Bizet e all'invenzione del musicista riconduce ogni aspetto dell'esecuzione, con equilibrio tanto eloquente quanto pensoso, nella linea di un romanticismo complesso e interiorizzato.
Nei panni della fatale sigaraia, e al suo debutto areniano, Nancy Fabiola Herrera impone una cifra vocale corposa nel colore e duttile nella frase, sostenuta da una presenza scenica in cui la sfacciata seduzione è temperata dalla tensione esistenziale del personaggio, con il suo anelito alla libertà assoluta. Molto fluido ed efficace il rapporto scenico, musicale ed interpretativo della Herrera con Marco Berti, che oggi fra gli interpreti di Don Josè è certo fra i più significativi non solo per la pienezza dei mezzi vocali, spinti al calor bianco senza cedimenti di alcuni tipo, ma anche per la consapevolezza stilistica, che giustamente gli fa collocare il personaggio nella zona di passaggio fra lirismo romantico ed esaltazione veristica. Buona predisposizione al cantabile ha offerto Giorgio Surian come Escamillo, mentre Irina Lungu ha regalato al personaggio di Micaela una superba definizione lirico-drammatica, dalla magnifica linea di canto e dal fraseggio seducente. Nel gruppo dei comprimari sono svettate la Frasquita fresca e vibrante di Gladys Rossi, la precisa Mercedes di Anastasia Boldyreva, l'esperto Dancairo di Marco Camastra, lo Zuniga sprezzante di Antonio De Gobbi. Attento ed efficace il coro istruito da Marco Faelli, successo pieno per tutti. Si replica dal 2 luglio per dodici sere, le prime due ancora con Domingo sul podio.


Cesare Galla

«L'Arena è unica Finalmente canto a casa »

Zoom Foto

Gianni Villani



Il basso veronese Marco Vinco approda nella "sua Verona" (dovremmo dire, finalmente in Arena) con l'accattivante ruolo di don Basilio ne Il Barbiere di Siviglia di cui stasera (alle 21) è prevista la quarta recita. Artista ormai di spicco nel panorama internazionale della lirica, Vinco si è messo subito in luce per le doti teatrali, oltre che vocali, con cui porta in scena il suo personaggio.
A quali progetti ha rinunciato pur di essere in Arena ?
Al Rossini Opera Festival di Pesaro, per esempio.
Perché ha accettato l'offerta veronese?
Perché Rossini è il mio territorio e poi l'Arena è l'Arena. E' casa mia, il più importante teatro al mondo.
Cosa ha trovato di interessante in questa produzione di de Ana?
La direzione del maestro Antonio Pirolli, una bacchetta autorevole, ma non autoritaria, che non impone, ma che convince; davvero un signor musicista. Per me è stata una grande sorpresa. Ne è uscito un Rossini pulito e allo stesso tempo non insopportabile e noioso, tenuto bene, con la giusta misura.
Perché la sua parte di don Basilio richiede sempre un basso profondo?
Per tradizione. Don Basilio è un ruolo aperto, a 360 gradi, scritto per una voce di bass-baritono. Che poi lo abbiano cantato anche famosi bassi profondi fa parte del gioco. E', semmai, difficile interpretarlo teatralmente come personaggio serio ma buffo, che gioca su quello che dice, sull'autoconvinzione. È un tipo fuori dalle righe, fuori dagli steorotipi di una tradizione della commedia dell'arte; un personaggio di pura astrazione, assurdo, che vive nel suo mondo. Non c'entra con la vicenda: è come fosse disceso dalle nuvole.
Basilio è rappresentato con una strana parrucca, con un fazzoletto rosso al collo. Chi l'ha voluto così? de Ana?
Non è stata una proposta del regista, è uscito così dal serrato dialogo con lui. Si è proposto e discusso a lungo durante la preparazione, in cui è uscita anche la personalità di ogni interprete e de Ana ne ha sempre tenuto conto.
Come è andata la preparazione de «Il Barbiere»?
Il dialogo è sempre stato ottimo, apertissimo. De Ana è un genio: capisce fin dove può arrivare l'attore e quello che può dare. E vedendo quanto, gli piace spesso rincarare anche la dose.
Il suo repertorio si va ampliando...
Ho una voce grave che però svetta nella zona acuta. Quindi una certa facilità per quei ruoli che sono stati dei Van Dam, Raimondi, Pertusi, D'Arcangelo e per il repertorio francese.

La favola di Turandot come dramma simbolico

Zoom Foto

Cesare Galla



Pechino è abbozzata sulla gradinata dietro la scena: rocce, edifici, qualche piccola pagoda. Il cuore dello spettacolo è al centro, nella grande sfera istoriata che s'illumina anche dall'interno e cambia di colore - fra argento ghiaccio e rosso-oro - a seconda delle luci che contrappuntano il racconto. È il simbolo della sapienza antichissima dei cinesi e anche del potere immutabile, nucleo segreto della città proibita quando si apre al secondo atto, svelando il trono del vecchio imperatore.
In questa cornice a scena fissa - completata da due alte gradinate ai lati - si svolge la favola della crudele Turandot secondo il regista russo Yuri Alexandrov. Il suo allestimento dell'opera incompiuta di Puccini- al ritorno in Arena dopo il debutto assoluto del 2003 e una prima ripresa nel 2005 - è nettamente connotato sul piano dell'esotismo, grazie anche ai costumi di Viacheslav Okunev, che firma pure le scene, ma soprattutto si caratterizza per un taglio simbolico molto accentuato. Oltre il lavoro sulle masse, al di là dell'attenzione alle esigenze del kolossal (che c'è tutto, con una miriade di particolari nelle controscene), il regista affonda infatti in maniera molto personale nella psicologia dei personaggi, giocando incessantemente la carta dei mimi, presenza costante e talvolta ingombrante sulla scena. Viene costruito così un complesso gioco di allusioni e rimandi che mentre disegnano un immaginario ricchissimo di fantasia (che fa pensare talvolta a certi cartoons d'autore giapponesi) suggeriscono dimensioni quasi psicanalitiche: l'opera viene letta come la storia di un "blocco emotivo" sublimato nella ferocia (Turandot), con il contraltare del sacrificio di sé in nome dell'amore vero (Liù). Per questo, forse, l'innamoramento subitaneo e travolgente di Calaf per la sanguinaria principessa alla fine del primo atto avviene non per la visione di Turandot in carne ed ossa, ma per la comparsa di un suo simulacro, una sorta di "totem" con un faro al posto della testa.
Scelta la strada dell'allusività, Alexandrov la porta fino in fondo. Se il secondo atto - con la soluzione degli enigmi - è ambito di una rappresentatività sontuosa, perfino rutilante, il terzo atto (con l'altra scena madre dell'opera, la morte di Liù), diviene l'occasione di ulteriore evidenza per la trama simbolica tessuta dal regista. Si "manomette" il culmine del patetico pucciniano (il lamento di Timur sul corpo senza vita della sua piccola schiava) per inscenare da un lato un doppio funerale - dopo l'uccisione dello stesso Timur, non prevista dal libretto - e dall'altro una sorta di esoterica realizzazione di quello che canta il personaggio: i due - anime ormai liberate - si allontanano insieme.
Alexandrov tenta insomma una non facile operazione: salvaguardare ed esaltare lo spettacolare areniano senza rinunciare a collocare l'opera incompiuta di Puccini nel suo tempo, un'epoca in cui la psicanalisi aveva già cambiato molte visioni del mondo e l'esotismo confluiva nel simbolismo. Il risultato non sempre è lineare e convincente nei dettagli, ma certo lo spettacolo ha dalla sua una coloratissima monumentalità, mentre la sottolineatura delle scene di massa, molto dinamiche e affollate, serve anche a rendere ragione del ruolo centrale assegnato al coro nel dramma.
Dal podio Daniel Oren, particolarmente scatenato, offre una lettura dell'opera improntata a una visione melodrammatica molto estroversa ma non priva di attenzione per la modernissima trama armonica e timbrica disegnata da Puccini. E dunque, fraseggio rigoglioso quando il compositore si concede alla melodia seducente, nelle romanze ("Nessun dorma", "Tu che di gel sei cinta") come nei grandi cori; forti contrasti dinamici e una generale tensione espressiva che trascorre dal lirico al grottesco (la scena dei tre dignitari al secondo atto) con bella evidenza.
Giovanna Casolla, Turandot, conferma la sua vocazione scenica e musicale per questo personaggio complesso sul piano drammatico e arduo su quello vocale. Il suo colore è bene aderente al ruolo e se talvolta la tenuta non è inossidabile, certo la perentoria forza drammatica della sua linea di canto è incisiva e coinvolgente, anche perché nutrita di sottigliezze che offrono - anche nei vasti spazi areniani - il senso degli interiori turbamenti e dei trasalimenti della principessa.
Piero Giuliacci è un Calaf incisivo, che spinge bene sull'acuto ma è anche capace di morbida efficacia espressiva, in bello stile pucciniano; Hui He è una Liù di emozionante patetismo nella rotondità del fraseggio e nell'accorata eleganza del colore, mentre il trio dei dignitari (Filippo Bettoschi, Enzo Peroni e Stefano Pisani) tiene la scena con efficacia, vocalmente quasi sempre in abile contrappunto fra le parti. Corretto il trasognato imperatore di Angelo Casertano, accorato il Timur di Carlo Striuli, altero il mandarino di Armando Gabba. Il coro di Marco Faelli partecipa con passione e veemenza, non sempre impeccabile nel rapporto fra le parti ma vivace anche scenicamente.
Del resto, lo spettacolo è andato in prima quasi senza prove - complici pure gli incroci pericolosi in piazza Bra (ma non dovrebbe esserci un coordinamento?) con i divetti televisivi di "Amici", che hanno tarpato le ali alla possibile generale - e nelle prossime rappresentazioni la misura potrà perfezionarsi.
Arena lontana dall'esaurito ieri sera, anche per le bizze del tempo con pioggia fino a un'ora e mezzo dall'inizio. Successo vivissimo.

In Arena ritorna «Carmen»

Zoom Foto

Tredicesima recita di «Carmen» di Bizet, stasera (alle 21) in Arena nell'allestimento di Franco Zeffirelli.
Sul podio Julian Kovatchev. Protagonista è Ildiko Komlosi; al suo fianco il tenore Valter Borin nel ruolo di Don José. Cinzia Forte interpreta Micaela (nella foto), Giorgio Surian è il torero Escamillo. Stefanna Kybalova ha la parte di Frasquita, Milena Jospovic è Mercedes.

«La mia Turandot che piace a Oren»

Zoom Foto

Gianni Villani



«Per questa riproposta di Turandot in Arena ho ricevuto il pieno consenso di Daniel Oren che ha dichiarato di ritenermi la migliore principessa pucciniana in circolazione. Un elogio che mi ha molto gratificato, dal momento che il direttore israeliano non è certo persona che dispensa lodi ai quattro venti».
Parla Giovanna Casolla, ancora una volta protagonista nell' ultimo capolavoro di Puccini, in cartellone stasera (alle 21.15). Nell'odierna storia interpretativa di uno sfuggente personaggio come Turandot, nessuno si è misurato come il celebre soprano partenopeo in quello sforzo di non limitarsi alla potenza vocale, ma di scavare all'interno del ruolo per conferirgli una dimensione personalissima.
«Questa è un'opera che, dal 1995 quando l'ho debuttata, ormai faccio in tutto il mondo, e che mi sta dando tante soddisfazioni. L'ho portata anche in Estremo Oriente, in Giappone, Corea, Cina, negli Stati Uniti, sia con il finale scritto da Alfano che da Berio. Persino con quello di un compositore cinese Tan Dun, che non mi è affatto dispiaciuto».
Che ci dice di Amneris in
Aida?
Amneris è un'esperienza più recente: dall'esordio dello scorso anno all'Opera di Roma, alla seconda volta in Arena, nel prossimo agosto. Ho fatto molti ruoli "ibridi" come questo, ma prima ci ho ripensato sopra mille volte.
È decisa allora?
Se ci fossero in circolazione ancora interpreti come la Cossotto, la Barbieri, non mi sarei sognata neppure di iniziare a studiare Amneris, ma con quello che sento in giro perché non dovrei mettermi anch'io? Se dovessi decidere tra le due parti, direi che è senz'altro meglio Turandot.
Dopo 33 anni di palcoscenico cosa ha da dire un'esperta come Giovanna Casolla?
Che ogni sera devo costruire la mia carriera, come fosse la prima volta. Non ho mai avuto aiuti e favori da nessuno, nessuno mi ha mai regalato niente. Mi devo guadagnare il palcoscenico da sola, ogni sera. Chiedo spesso in giro: ma quando si vorrà dare merito a quello che ho fatto?
Qual è la risposta ?
Fanno finta di non sentire. Si preferisce accontentare la star del momento, più giovane, più bellina, o il suo agente più influente. Dico solo: se avete orecchie, ascoltatemi. Non deidero altro.
Fanno finta di non sentire, come con l'opera lirica?
La stanno facendo morire. Anzi, la lirica è già moribonda. Come la trattano, infatti, televisione e mezzi di informazione? Siamo, però, alla resa dei conti anche perché la politica sta sbagliando i suoi indirizzi. E spesso mi chiedo, con tanti pseudo insegnanti in attività, come facciano a proporsi i giovani cantanti e i giovani musicisti.
Perché ancora Turandot in Arena ?
Sono sempre molto felice quando il vostro teatro mi chiama. Torno sempre perché mi ritengo una professionista. E perché, dopo essere stata identificata per tanto tempo, con Tosca, ora abbinano al titolo di Turandot il nome di Casolla. Sono entrambe due opere importanti.

Ritorna «Turandot» con Casolla e Giuliacci

Zoom Foto

Seconda recita di Turandot questa sera (alle 21.15) in Arena. L'opera pucciniana che, dal punto di vista meteorologico, in questa stagione è stata più fortunata di Carmen e Aida sarà diretta da Daniel Oren, con il soprano partenopeo Giovanna Casolla nelle vesti della protagonista e il tenore romano Piero Giuliacci in quelle di Calaf. Fra gli altri interpreti, Angelo Casertano sarà l'imperatore Altoum, Carlo Striuli, Timur, Armando Gabba, il Mandarino, Angel Harkatz Kaufman, il principe di Persia. Filippo Bettoschi, Enzo Peroni e Stefano Pisani, indosseranno i panni dei tre ministri Ping, Pong, Pang, mentre in quelli della schiava Liù, si ripresenterà il soprano cino-veronese Hui He, applauditissima nella recita di apertura.
LA LIÙ VERONESE. Il soprano Maria Zamboni fu la prima Liù nel debutto di Turandot del 25 aprile 1926, alla Scala, diretta da Arturo Toscanini. I critici le indirizzarono i maggiori consensi possibili, mentre in teatro erano presenti illustri compositori, letterati ed artisti. La cantante possedeva una voce bellissima che saliva facilmente alle più alte tessiture ed una pronuncia di eccezionale chiarezza. La mise in mostra inizialmente ad un concorso veronese cantando "La violeta, la và, la và". I commissari di esame, eludendo il testo, si accorsero subito delle sue meravigliose doti vocali. Seguendo le lezioni di un maestro parmigiano, perfezionò poi la tecnica e la preparazione a tal punto che fu chiamata alla Scala dove Toscanini la diresse in numerose opere. Iniziò una brillante carriera accanto a importanti partner come Gigli, Pertile, Lauri Volpi e cantando nei più importanti teatri nazionali ed esteri.
Il suo nome rimane nella storia del melodramma per il felice sodalizio con il più grande direttore del secolo e per la purezza della voce. A un giornalista che a Buenos Aires le chiedeva da dove provenisse, rispose «Dal più bel lago del mondo». Il soprano morì a Peschiera il 24 marzo 1976, un mese prima che il Teatro alla Scala celebrasse il cinquantenario della prima Turandot. Riposa a Peschiera nel cimitero della Madonna del Frassino. G.V.

Tosca, un dramma tra fede e potere

Zoom Foto

Debutterà sabato prossimo in Arena alle 21 l'ultima opera in cartellone: «Tosca» di Giacomo Puccini, con regia, scene, costumi e luci di Hugo de Ana. Nel ruolo della protagonista canterà il giovane soprano ucraino Oksana Dyka, con accanto il Cavaradossi di Marcello Giordani e lo Scarpia di Ruggero Raimondi. Negli altri ruoli: Alessandro Spina sarà Angelotti, Roberto Abbondanza, il sagrestano, Carlo Bosi, Spoletta, Paolo Orecchia, Sciarrone, Angelo Nardinocchi, un carceriere, Andrea Faustini, un pastorello. Dirigerà il maestro Pier Giorgio Morandi.
Tosca è stata a lungo considerata un'opera appartenente al verismo musicale italiano. Il realismo pucciniano di Tosca va inteso in primo luogo come categoria formale e non materiale. Certo nell'opera si incontrano ripetutamente anche momenti concretamente realistici, in una gamma che va da una melodia estremamente pregna di affetto, alla recitazione vera e propria o addirittura all'urlo, a descrizioni di ambiente, tinte di colore locale, musica rumoristica e d'azione, occasionalmente anche veri e propri rumori extra musicali. Ma questi sono solamente fenomeni secondari il cui effetto reale non nasce tanto da essi stessi, quanto dalla loro collocazione nel contesto drammatico musicale, che non consentono comunque un accostamento seriamente fondato al verismo e al naturalismo.
Non c'è altra opera di Puccini che rispecchi invece, e con tanta immediatezza, il tormento e i turbamenti del sesso, in una tensione che assume perfino risonanze lugubri e la rende una sorta di inconscia dannazione dei personaggi principali. Hugo de Ana, nella sua regia dell'opera, ha bene evidenziato questi aspetti, mettendoli in rilievo soprattutto nell'incontro-scontro della protagonista nello studio alcova dell'aguzzino Scarpia. E nella scena della fucilazione di Cavaradossi, che va al sacrificio, appeso ad una croce, per i suoi ideali libertari.
Tosca è l'amante focosa ed imperiosa che non esita a smaniare in chiesa esibendosi in una violenta scena di gelosia con l'amato, ma che per un attimo cede anche alle attenzioni sessuali di Scarpia. E subito dopo è la grande artista che si umilia come una donniciola qualsiasi quando si prosterna disperata ai piedi dell'aguzzino e implora pietà per il suo uomo.
La regia di de Ana tiene anche conto degli imponenti spazi areniani e li esalta con un grandioso finale del primo atto, con il celebre «Te Deum» cantato nella chiesa di Sant' Andrea della Valle che si conclude in una lenta e lunga processione di vescovi e cardinali, dai volti ischeletriti e mummificati. G.V.

In Arena ritorna «Carmen»

Zoom Foto

Stasera (alle 21) in Arena torna «Carmen» di Georges Bizet nell'allestimento di Franco Zeffirelli. Sul podio, il maestro Julian Kovatchev. Nel ruolo della protagonista, Ildiko Komlosi, in quello di Don José, Marco Berti, all'sua ultima recita di questo 87° Festival lirico.
Stasera debutta Stefanna Kybalova nella parte di Frasquita. Cinzia Forte è Micaela, Fabio Previati, il Dancario e Milena Josipovic Mercedes. Giorgio Surian torna nei panni del torero Escamillo.

La pioggia rovina la Carmen

Zoom Foto

L'anfiteatro occupato fino al limite concesso dalle scenografie, oltre novemila presenze. Un tutto esaurito che è forse la risposta migliore a chi dubita dell'importanza della lirica, un omaggio quello del pubblico che ieri sera ha premiato l'inizio della stagione nel più noto teatro all'aperto d'Europa. Per la prima di Carmen diretta da Placido Domingo e «interpretata» dalle scene del maestro Franco Zeffirelli, per l'ottantasettesima stagione lirica in Arena non c'era spazio per nulla, nè per le polemiche nè per le perplessità. Non sarebbe entrato uno spillo. Poi l'ospite non gradito: il maltempo. Alle 22.36 le prime gocce, all'inizio del secondo atto, e gli orchestrali hanno portato via gli strumenti quando era in corso il ballo dei gitani all'osteria di Lillas Pastià. Lo spettacolo si è trasformato nel fuggi fuggi dalla platea mentre la pioggia ha aumentato d'intensità e le auto blu sono arrivate a prendere le autorità nel vallo dell'Arena. Mezz'ora per decidere, come prevede il programma. E alle 23.06 l'annuncio ufficiale: la Carmen, la prima dell'ottantasettesima stagione lirica è stata interrotta.
Era iniziata così, con una presenza in grado di premiare l'esordio di Domingo e la consolidata creatività di Zeffirelli, «l'accoppiata vincente» come l'ha definita il sovrintendente Francesco Girondini. E nel pomeriggio, per scongiurare le previsioni dei meteorologi che annunciavano piogga tra le 21 e le 24, aveva ironizzato: «hanno annunciato pioggia alle 23, ma siccome negli ultimi mesi si sono sempre sbagliati speriamo che sbaglino anche questa volta». Invece le previsioni erano corrette.
L'anfiteatro si è svuotato, con i cuscini sulla testa per ripararsi dalla pioggia che, ininterrottamente, ha continuato a cadere il pubblico la lasciato l'Arena, camminando nell'acqua che, come un torrente, ha coperto il Liston e le altre vie del centro. Un fiume.
Era iniziata sotto i migliori auspici, con l'intera platea occupata, con le gradinate stracolme fin dall'apertura dei cancelli, nonostante il caldo afoso della giornata. Uno spettacolo, quello del pubblico, che si somma da sempre al fascino dell'Arena. «Direi che stasera l'anfiteatro parla da sè, forse è il caso che qualcuno ne prenda atto», la battuta di Flavio Tosi all'ingresso in platea. Sorridente con a fianco la moglie Stefania in corto color rosa ha percorso il tappeto rosso che dalla Bra accompagnava i passi degli ospiti fino alla platea. Ha scambiato qualche battuta ed è entrato per ultimo, a chiudere il corteo degli invitati di rango che dalle 19 avevano movimentato l'evento che precede, come da tradizione di alcuni anni, la prima serata di opera. Una platea e un anfiteatro delle grandi occasioni occupato in ogni ordine di file e posti, a cominciare dal parterre. Giornalisti, industriali, economisti e uomini di spettacolo da Mike Bongiorno (l'unico previdente che al galà al Tre Corone è arrivato portando con sè l'ombrello) a Roberto Gervaso, i personaggi icona della moda, Pierre Cardin a Renato Balestra, accanto a un rappresentante delle nuove generazioni di stilisti, Mattias Facchini. In lungo, in corto, predominante il nero ma le signore per la sera della prima hanno sfoggiato un'eleganza da qualcuno definita eccessiva ma ritenuta, a Verona, in linea con l'invito a partecipare a un'emozione unica: la sera della prima. Interrotta dalla pioggia.F.M.

«Aida», debutta la Casolla

Zoom Foto

In Arena stasera (alle 21) torna «Aida» di Giuseppe Verdi nello storico allestimento del 1913 di Ettore Fagiuoli, ripreso dalla regia di Gianfranco de Bosio.
In questa penultima recita, la protagonista è il soprano Amarilli Nizza; al suo fianco Piero Giuliacci è Radames (nella foto). In questa sedicesima recita, debutta il soprano Giovanna Casolla come Amneris. Ambrogio Maestri è Amonasro e Carlo Striuli, Il re. Orlin Anastassov è Ramfis.
Sul podio, Daniel Oren.

Crisi, stagione lirica in calo
«Sì, ma abbiamo tenuto»

Zoom Foto

Enrico Santi



Verona. Con l'ultima rappresentazione di Aida si è conclusa, domenica scorsa, l'87° Festival lirico all'Arena. Il bilancio, rispetto alla precedente stagione, registra una flessione di spettatori e di incassi, ma il sovrintendente Francesco Girondini e il sindaco Flavio Tosi, presidente della Fondazione Arena, parlano di «sostanziale tenuta» rispetto alle previsioni e di «apprezzamento del pubblico per la qualità degli spettacoli». E Tosi pone l'accento anche sui «conti a posto grazie a una gestione attenta». Alle recite hanno assistito 465.714 spettatori paganti, con un calo di 6.030 biglietti, l'1,28 per cento. L'incasso ha sfiorato i 25 milioni di euro, con una flessione del 5,60 per cento, equivalente a 1.408.450 euro in meno.
DOMINGO DA RECORD. Secondo Girondini, tuttavia, «tali risultati evidenziano una sostanziale tenuta, nonostante la pesante crisi economica». Con una media di circa 10.500 spettatori a serata, sul gradino più alto del podio sale il Barbiere di Siviglia firmato Hugo de Hana. Ma l'evento più significativo, si sottolinea nella sede della Fondazione, è stato il Gala del 24 luglio con Placido Domingo, dedicato ai 40 anni di carriera del tenore spagnolo che fece il suo debutto proprio in Arena. La serata ha registrato il tutto esaurito, con oltre 14.300 spettatori e l'incasso record di 964.934 euro. Ha superato l'importo di quattro milioni di euro, con un aumento del sei per cento, inoltre, la vendita di biglietti attraverso il sito della Fondazione. In tutto, a causa del maltempo, sono state sette le recite non portate a termine: tre di Carmen, tre di Aida e una di Turandot. Tosi, a tale riguardo, fa sapere che «sono allo studio ipotesi assicurative a beneficio degli amanti del bel canto che prevedano un rimborso o la possibilità di un biglietto sostitutivo in caso di pioggia». E Girondini aggiunge che non è stata accantonata l'idea di coprire il teatro: «Sarebbe la soluzione ideale e ci sarebbero anche le tecnologie adatte. Ma la decisione spetta al Comune, proprietario dell'Arena».
LE SERATE EXTRA-LIRICA. «Il calo degli incassi», fa sapere il sovrintendente, «si spiega anche con il fatto che molti hanno comperato biglietti meno costosi, e d'altra parte nei momenti di crisi si tagliano prima le spese voluttuarie, tuttavia possiamo dirci soddisfatti, dal momento che in analoghi festival europei che mettono in scena una cinquantina di spettacoli la flessione è stata a doppia cifra». L'altra faccia della medaglia, per quanto riguarda l'Arena, è rappresentata dal fatto che il settore delle "poltronissime gold" - ognuna costa poco meno di 200 euro - sono state occupate al 90 per cento.
Per quanto riguarda le serate extra-lirica, con i due concerti tenuti da Riccardo Cocciante e dal duo Herbie Hancock e Lang Lang, il bilancio è di 18mila spettatori, con un incasso di oltre 600mila euro. «Tale risultato», commenta Girondini, «conferma la bontà della scelta di aver dato vita a Verona extra».
LE «NOZZE» CON TANGUCCI. «Era stato il maestro Tangucci a chiederci un contratto fino al 31 dicembre. A fine settembre ci incontreremo e vedremo se questo fidanzamento si trasformerà in matrimonio». Girondini replica così alle voci di dissapori con il direttore artistico Gianni Tangucci che potrebbero sfociare, a fine contratto, in un "divorzio" con la Fondazione Arena. Il nome di Tangucci era stato scelto di comune accordo con la Regione, che nelle scorse settimane ha sbloccato un contributo straordinario all'Arena di 900mila euro che si aggiungono ai 950mila stabiliti per legge. «Se speravamo in qualcosa di più? Forse il bilancio della Regione non l'ha consentito, ma non perdiamo la speranza».
CORPO DI BALLO. I timori che la ventilata riforma delle Fondazione, che contemplerebbe un anticipo dell'età pensionabile a 43 anni per le donne e a 45 per gli uomini, porti a uno smantellamento di fatto del corpo di ballo areniano hanno caratterizzato la stagione appena conclusa. «Il corpo di ballo, fondato nel 1982», afferma Girondini, «è ridotto a 23 artisti sui 30 ritenuti necessari e 16 ballerini superano i 40 anni, ma la decisione di non integrarne il numero era stata presa in passato. Il fatto che la programmazione per Filarmonico, Teatro Romano e Arena contempli il loro apporto dovrebbe tranquillizzarli». Per Tosi la riforma delle Fondazioni «dovrà incidere sulla contrattualistica, spesso di stampo borbonico e dovrà incentivare l'ingresso di soci privati».
NUOVE TECNOLOGIE. Si conferma anche per il Festival 2010 l'utilizzo di schermi e proiezioni già sperimentate. «Faremo un mix ragionevole fra nuove tecnologie e scenografie tradizionali», afferma il sovrintendente che smentisce un possibile utilizzo di microfoni. Ma non esclude «impianti fonici a sostegno del suono».

PUBBLICITA'