giovedì, 11 marzo 2010

Spettacoli

CAMBIA TEMA

Da ieri il cinema è donna

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Adamo Dagradi



Davide ha battuto Golia. Il rosa di un'autrice testarda e indipendente ha vinto contro il blu degli alieni tridimensionali di James Cameron. Kathryn Bigelow festeggia l'8 marzo diventando la prima regista della storia a vincere un Oscar. Prima solo maschi, per ottantuno anni. Con lei trionfa il cinema indipendente: «The Hurt Locker» e «Avatar» erano entrambi nominati a nove statuette. Il primo ne ha portate a casa sei: miglior film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, sound mixing e sound editing.
Il secondo solo tre: fotografia, effetti speciali e scenografia. «Forse troveremo un distributore e alla gente piacerà il film»: ha detto Mark Boal, giornalista, sceneggiatore e produttore di «The Hurt Locker», stringendo la statuetta. Una frase storica, nella sua umiltà: da quando «Guerre Stellari» ha inaugurato l'era dei blockbuster nessuna pellicola così piccola era riuscita a salire sul palco del Kodak Theatre.
L'Academy era davanti a un bivio: ignorare per l'ennesima volta il talento di una donna dietro la cinepresa o riconoscere la portata storica della rivoluzione tecnologica di James Cameron? Evidentemente lo spettro di un cinema digitale, nel quale ciò che è vero non si distingue più da ciò che è finto, è ancora troppo spaventoso. Ecco così premiati gli aspetti tecnici di «Avatar», senza contare gli effetti sconvolgenti che proprio questi hanno avuto sui risultati narrativi del kolossal. Una gara nella quale l'unico vincitore sicuro era il cinema, in due sue forme diversissime ma ugualmente belle e coinvolgenti. Una stonatura: l'Oscar per la migliore sceneggiatura a «The Hurt Locker» appare un po' forzato, soprattutto al paragone con Quentin Tarantino e del padovano Alessandro Camon, i cui film erano assai più complessi e ricchi di sfumature.
Unica sorpresa della cerimonia, condotta con ritmo blando e umorismo anche troppo educato da Steve Martin e Alec Baldwin (piuttosto ingessati negli scambi di battute), è stata la vittoria dell'argentino «El secreto de sus ojos» sui favoriti, il tedesco «Il nastro bianco» e il francese «Il profeta». I migliori attori protagonisti sono Jeff Bridges («Crazy Heart») e Sandra Bullock («The Blind Side»).
I migliori non protagonisti Mo'Nique («Precious», ha ricordato Hattie McDaniel, la prima attrice di colore a vincere un Oscar) e Cristoph Waltz («Bastardi senza gloria»).
Come da copione «Up», già contento di essere la seconda pellicola animata mai ammessa nella categoria miglior film, si è portato a casa l'Oscar per il migliore film animato, confermando lo strapotere della Disney Pixar. Sempre a «Up» è andata anche la migliore colonna sonora, composta da Michael Giacchino, che gli italiani vorrebbero considerare compatriota ma che è americano a tutti gli effetti. T-Bone Burnett e Ryan Bingham hanno fatto il bis (dopo il Golden Globe) per la migliore canzone: «The Weary Kind», scritta per «Crazy Heart». Tra le personalità del mondo dello spettacolo ricordate nell'annuale In Memoriam, con sottofondo musicale live di James Taylor: Patrick Swayze, Jean Simmons, Tullio Pinelli, Eric Rohmer, David Carradine, Dom De Luise, Brittany Murphy, Michael Jackson e Karl Malden.
Gli ottantaduesimi premi Oscar resteranno anche con un frivolo mistero insoluto: perché Clooney (con la fidanzata Elisabetta Canalis al fianco) era così arrabbiato? Inquadrato più volte non si è degnato di ridere o applaudire alle battute di Martin e Baldwin. Forse sapeva di aver perso.

Adamo Dagradi

Scorsese e Di Caprio sbancano il botteghino

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Alla seconda settimana in sala Shutter Island resta in testa alla classifica degli incassi negli Stati Uniti. Nell'ultimo fine settimana al botteghino ha realizzato 22,2 milioni di dollari negli Usa e in Canada dal venerdì alla domenica, che portano il totale 75,1 milioni nei primi dieci giorni.
Il film, che uscirà nelle sale italiane a fine settimana, è sulla buona strada per raggiungere il miglior risultato della collaborazione tra il regista Martin Scorsese e l'attore Leonardo Di Caprio, ossia il precedente The Departed, che alla fine portò a casa nel solo mercato nazionale 132,4 milioni di dollari.
Quella di Shutter Island è giudicata dagli analisti americani una performance impressionante, dato che è un film «R-rated», ossia con il divieto più alto nel mercato americano, e molti dei film usciti recentemente con lo stesso tipo di proibizione sono andati male al botteghino, come ad esempio The Wolfman o Brothers. E questo nonostante molti abbiano notato che all'uscita del film di Scorsese molti spettatori per la tensione durante la visione camminavano storti...
Si tenga inoltre conto il film, con gli incassi dei venti Paesi in cui è già uscito, tra cui Francia, Germania e Australia, ha già raggiunto quasi i 110 milioni di dollari totali, portando l'investimento della Paramount Pictures in attivo, visto che in totale la realizzazione della pellicola è costata 100 milioni di dollari al lordo (quindi, al netto delle tasse 75 milioni)
The Departed giunse in tutto il mondo a 157,5 milioni e visto che nei principali mercati internazionali, tra cui Gran Bretagna, Giappone e tutta l'America Latina, Shutter Island deve ancora uscire e che negli Usa è ormai giudicato un film a lunga tenitura è probabile che alla fine esso superi il miglior risultato della coppia artistica Scorsese-Di Caprio.
E tanto per fare un confronto, il dramma politico di Roman Polanski The Ghost Writer, premiato a Berlino con un Orso d'argento, negli stessi dieci giorni negli Stati Uniti ha incassato un milione e centomila dollari, passando, grazie al buon risultato nel primo week-end di uscita, da quattro a 43 sale.
Mentre il recentissimo vincitore dei Cesar (gli Oscar francesi) Il profeta di Jacques Audiard, favoritissimo tra i candidati all'Oscar come miglior film straniero, pur sostenuto dalla Sony, ha debuttato in nove teatri di Los Angeles, New York e Montreal con 170 mila dollari. G.B.

Bridges, l'America on the road con l'ultimo «highwaymen»

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Adamo Dagradi



Johnny Cash, Waylon Jennings, Willie Nelson, Kris Kristofferson: erano gli "Highwaymen", i banditi del country, cantastorie della frontiera, delle desertiche malinconie di un'America innamorata del suo sogno e di una tradizione romantica e violenta. E se fossero stati in cinque? Se uno di loro fosse caduto in disgrazia e oggi vivesse di concerti in miseri bar della provincia?
A queste domande risponde «Crazy Heart», film d'esordio del regista Scott Cooper, prodotto, tra gli altri, da Jeff Bridges, Robert Duvall e dal mago della musica folk a stelle e strisce T-Bone Burnett («Fratello dove sei?»). La pellicola, nominata a tre premi Oscar: miglior attore protagonista (Jeff Bridges), miglior attrice non protagonista (Maggie Gyllenhaal) e miglior colonna sonora (Ryan Bingham e T-Bone Burnett), arriverà venerdì nelle nostre sale.
Vi si racconta la storia del countryman Bad Blake, un tempo celebre, oggi alcolizzato e relegato a una vita sulla strada, da Motel a Motel, da palcoscenico a palcoscenico. Il suo pubblico è composto da uomini e donne di mezza età, ancora affezionati al ricordo di questo "bardo e bandito" d'altri tempi. L'incontro con una giovane giornalista texana, madre single di un bimbo di quattro anni e la riconciliazione con un ex pupillo diventato star (a corto di canzoni e pronto a pagare profumatamente per averne di nuove) metteranno Blake sulla buona strada. Ma sarà capace di seguirla senza ricadere nelle cattive abitudini?
Jeff Bridges regala l'interpretazione migliore della sua carriera, con barba e completo alla Waylon Jennings (il più sfortunato degli Highwaymen, morto nel 2002), carismatico e perduto, fragile e irritante. È brava anche la giovane Gyllenhaal, mamma e innamorata dolce, risoluta, mai leziosa. In ruoli secondari troviamo un inedito Colin Farrell canterino, nel ruolo della stella country Tommy Sweet e il grande Robert Duvall, anziano amico di Blake. Copper dirige con stile asciutto, ispirandosi ai grandi classici americani dell'on the road, dell'orgoglio malinconico e rabbioso (lui stesso cita, tra le influenze, «Nashville» di Altman; «Fat City - Città amara» di John Huston; «La rabbia giovane» di Terrence Malick e «L'ultimo spettacolo» di Bogdanovich). Ovvi i paragoni con «The Wrestler»: entrambi i film parlano di performer falliti e entrambi hanno concesso il riscatto alle carriere dei propri attori protagonisti.
Aronofski, però, osava di più nella regia, con momenti di magico virtuosismo (anche se camuffati da cinéma-vérité) ed era spinto da un impeto pessimista che Cooper, autore anche troppo disciplinato, non condivide.
Straordinarie le musiche confezionate per la voce ruvida di Bridges (che canta tutte le sue canzoni), all'insegna della grande tradizione texana (ricca di echi western e latini): al veterano T-Bone si affianco la promessa Ryan Bingham, cantautore che nel giro di due album è arrivato al Golden Globe (e forse all'Oscar): fino a cinque anni fa viveva in un'automobile, cavalcando nei rodeo. La sua canzone «The Weary Kind», sinceramente partecipe, tocca l'anima.

L'Oscar va sempre ai migliori? 50 anni fa non è avvenuto così

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Giancarlo Beltrame



È tempo di Oscar, ma chi vinse le stuatuette dorate dell'Academy mezzo secolo fa, nel 1960? E che traccia hanno lasciato nella storia del cinema quei film, quei registi e quegli attori? Può essere un divertente esercizio verificare a distanza di dieci lustri la sostanza artistica, storica o semplicemente spettacolare delle opere premiate illo tempore.
Dominatore dell'annata, con un record che rimase a lungo ineguagliato, grazie a 11 Oscar su 12 candidature, fu Ben-Hur, di un ormai vecchio William Wyler. Fu un trionfo anche per la Cinecittà degli anni d'oro, in quanto il film era stato interamente (con l'unica eccezione delle riprese integrative, fatte negli studi Mgm) in Italia. La troupe, dove c'erano anche molti tecnici e maestranze italiani, oltre a una miriade di comparse, si spostò da Anzio a Fiuggi, da Folliano a Frosinone, dal Lido Marechiaro a Nettuno, girando un po' per tutto il Lazio. Tra i registi della seconda unità ci furono, tanto per dire, nientemeno che Sergio Leone, impegnato ancora nell'apprendimento del mestiere, e Mario Soldati, chiamato ad affiancare il più grande regista di scene d'azione della Hollywood classica, Yakima Canutt, stuntman lui stesso (era stato lui a saltare sui cavalli scatenati al galoppo come controfigura di John Wayne in Ombre rosse di John Ford), nelle celeberrima scena della corsa delle bighe girata al Circo Massenzio a Roma.
Scena fortemente voluta da Wyler, che per poterla inserire nel film rischiò in proprio partecipando alla produzione, perché ossessionato dal ricordo del Ben Hur del 1925, in cui era assistente di Fred Niblo. 22 minuti 22 di pura azione, con migliaia di comparse, cosa che nell'Italia pre boom significava anche portare a casa la pagnotta. Altri tempi, veramente.
LE SCELTE DELL'ACADEMY. Gli accademici, 50 anni fa, lo giudicarono migliore di Anatomia di un omicidio di Otto Preminger, Il diario di Anna Frank di George Stevens e La storia di una monaca di Fred Zinnemann, tre titoli entrati comunque a vario titolo nella storia del cinema. Wyler si portò a casa anche la statuetta di miglior regista, davanti a Stevens, Zinnemann e, soprattutto Billy Wilder di A qualcuno piace caldo. E qui forse la scelta non fu proprio azzeccata, perché Some Like It Hot è un capolavoro assoluto.
La messe di Oscar a Ben Hur premiò anche Charlton Heston, trasformandolo in una star, a scapito però dello straordinario Jack Lemmon di A qualcuno piace caldo. Tra le attrici, invece, essendo tagliata fuori fin dalle nomination la sconosciuta israeliana Haya Harareet di Ben Hur, la statuetta andò Simone Signoret (La strada dei quartieri alti), la francese che nella breve parentesi americana la sottrasse nientemeno che a Doris Day, Audrey Hepburn, Katharine Hepburn ed Elizabeth Taylor (queste ultime per Improvvisamente l'estate scorsa di Joseph L. Mankiewicz). Per le parti minori, accanto al sorprendente Hugh Griffith, sempre per Ben Hur, Shelley Winters, già ex signora Gassman, fu premiata per l'interpretazione di Petronilla Van Daan nell'Anna Frak, togliendo la soddisfazione al duo madre e figlia Susan Kohner e Juanita Moore de Lo specchio della vita, altro film epocale, il melodramma di Douglas Sirk che spalancò le porte alla fine dell'apartheid e all'inizio della vera integrazione dei neri nella società americana dell'era kennediana che stava per arrivare, facendo piangere i bianchi con la storia della figlia di una donna di colore che, essendo albina, a nessun costo voleva passare per negra e si vergognava della madre. È anche grazie a questo grande film se oggi Barack Obama è presidente Usa.
LE CATEGORIE MINORI.È però nelle altre categorie che si può cogliere, a posteriori, la miopia degli accademici. Per la miglior sceneggiatura originale, ad esempio, gli autori dell'ormai ultradimenticato Il letto racconta furono premiati al posto di François Truffaut e Marcel Moussy (I quattrocento colpi), Ernest Lehman (Intrigo internazionale, di Alfred Hitchcock) e Ingmar Bergman (Il posto delle fragole)!
Mentre per il miglior film straniero, con un certo nazionalismo, dobbiamo dire che Orfeo negro di Marcel Camus (Francia) non era certo superiore a La grande guerra di Mario Monicelli.

Marco Paolini coinvolge e ricrea quelle infanzie da anni Sessanta

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Simone Azzoni



Perché ancora teatro di narrazione? Perché scegliere ancora di raccontare contenuti «minori», intimi, secondari al flusso poderoso della storia che avanza? Perché scegliere il grado zero del teatro, la sola parola tra tutti i segni di cui è composto?Reazione alla facilità delle immagini a favore dell'immaginazione?
Marco Paolini usa tanto il medium televisivo quanto il palcoscenico. Allora forse la sua parola non è del tutto rifiuto della Tv come filtro, luogo in cui, come in un limbo, spettatore e attore vagano fluttuanti cercando una impossibile corrispondenza.
La macchina del capo vista in un gremito Teatro Nuovo, è stata anche trasmissione televisiva, ma non è questo il punto. Il punto è chiedersi cosa serve conoscere l'infanzia di un certo Nicola che, ripercorrendo i vecchi Album del «primo» Paolini, ci racconta di colonie, aule scolastiche, partite a calcio o famiglie di un'Italia anni Sessanta. Il punto è che Marco Paolini, sul palco assieme a Lorenzo Monguzzi, ci costringe a un tempo che la Tv che e il teatro di immagini, parole e suoni hanno eliminato: il tempo dell'ascolto della storia, il tempo che accompagna il raccontare.
All'immaginazione indotta dalle figurazioni scenografiche o video Paolini sostituisce un racconto contagio che di corpo in corpo, da Nicola a tutti i piccoli protagonisti di questi pasoliniani ragazzi di vita, costruisce la sospensione della fiaba.
Ma fiaba è smarrimento e così nell'atmosfera fantastica del raccontare il narratore stesso tende a scomparire.
Paolini che ha scelto il proprio corpo, le proprie espressioni stralunate e attonite (irresistibile quella del pisolino pomeridiano in colonia), scompare tra le maglie delle sue stesse parole.
Una contraddizione, un ossimoro. L'attore c'è ma è sospeso tra l'essere storia e farsene cantore, accompagnato non a caso da una chitarra. Se Paolini tende a sparire quello che ci dice il palcoscenico, con quei pantaloncini enormi appesi sullo sfondo, è la presenza di una lontananza.
La lontananza di una memoria ingombrante: tutto sul palco è monumentale e imprescindibile: dai banchi alle matite.
Allora il teatro di narrazione è la possibilità di reinventare un ricordo. Ascanio Celestini sostiene che la differenza tra lui e i nonni che raccontano è la possibilità che l'attore ha di ripetere il racconto.
Così Marco Paolini inventa un ricordare che non è eroico, non è marginale pur costruito su figure retoriche come le mille metafore usate per parlare di povertà o di guerra, le sinestesie gastronomiche (maionese varie), o le strutture ritmiche di piccoli ritornelli usati qua e là. Meglio che in altri spettacoli, come l'ultimo Margareth, Paolini crede nella costruzione di un luogo storico possibile, non utopico, non fuori dalla storia. Crede, come la postmodernità, nella possibilità di rileggere la storia dal particolare, dal frammento.
Il tutto con i fari accesi per vedere il pubblico: la condivisione richiede il tasso più basso di simulazione possibile.

Grant e Jessica Parker nel «bidone» dell'anno

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Adamo Dagradi



«Grant e la Parker, quando gli viene affidata la sceneggiatura giusta, possono essere divertenti. Questa, purtroppo, non lo è»: Roger Ebert, Chicago Sun Times. «Così orribile che è difficile qualificarla come una commedia»: Michael O'Sullivan, Washington Post. «In questo film è tutto sbagliato: la sceneggiatura, il casting, le perfomance, la regia…» Andrew Urban, Urban Cinefile.
«Che fine hanno fatto i Morgan?", in arrivo domani sugli schermi italiani, è senza dubbio il film più stroncato del 2010. Un passo falso che tratteggia un punto esclamativo sulle carriere in declino dei suoi protagonisti: Hugh Grant e Sarah Jessica Parker («Sex & the City»), volti amati dal pubblico ma ormai segnati da qualche ruga di troppo. Se c'è un peccato che Hollywood non perdona è l'invecchiare dei belli. Accade perciò che alcuni di loro vengano selezionati (merito o raccomandazione?) per un riscatto all'insegna della svolta drammatica, come è successo quest'anno a Sandra Bullock e altri finiscano coinvolti in progetti di bassissima caratura, privi di verve o personalità. È il caso di questa commedia, in debito di alchimia tra le sue star (la Parker è stata nominata alla «Pernacchia d'oro» come peggiore attrice dell'anno), che interpretano dei rampanti neo-divorziati newyorchesi costretti a fuggire in campagna in quanto testimoni di un omicidio. Ne seguono la consueta riscoperta delle piccole cose semplici della vita agreste e un amore risbocciato.Dirige Marc Lawrence, che per Grant ha confezionato due buoni titoli come «Two Weeks Notice» e «Scrivimi una canzone» ma che ancora deve farsi perdonare i pessimi «Miss Detective» e «Miss F.B.I.» (era il regista "personale" della Bullock nel periodo pre-Disney). Sarà stato sufficiente il passaggio di Grant a «Che tempo che fa» per convincere gli italiani a correre in sala? La pellicola sbarca da noi in debito di trentacinque milioni di dollari sul proprio budget. Conoscendo la faciloneria del nostro pubblico è probabile che abbia un certo successo: quando si tratta di commedie grossolane, vista il livello della produzione nazionale («Scusa ma ti voglio sposare», diretto da Moccia sta sbancando i botteghini), siamo sempre pronti a tendere la mano.

Una famiglia con due mamme

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L'amore è il tempo passato insieme, ha spiegato a Berlino l'attrice Julianne Moore, protagonista con Annette Bening e Mark Ruffalo dell' applauditissimo film di Lisa Cholodenko «The Kids Are All Right» presentato fuori concorso a Berlino. Il film è la storia di una bella famiglia con due belle mamme, Jules (Julianne Moore) e Nic (Annette Bening), e due splendidi ragazzi, Joni (Mia Wasikowska) e Laser (Josh Hutcherson), partoriti dalle due donne dopo una inseminazione artificale con sperma dello stesso donatore. L'arrivo ai 18 anni di Joni apre la possibilità di conoscere il padre naturale per i due ragazzi, che entrano così in contatto con Paul (Mark Ruffalo), un gaudente gastronomo di mezz'età affascinato dalla nuova situazione, con un desiderio di avere un propria famiglia, che per complicare le cose va anche a letto con Jules. La quale nella coppia è quella che ha fatto le maggiori rinunce, restando a casa a curare i figli mentre Nic, che è medico, ha continuato la sua carriera. Alla fine comunque la famiglia prevale, grazie proprio a una nuova rinuncia di Jules, la crisi si ricompone e Paul viene messo alla porta da Nic con le parole: «Questa è la mia famiglia, se ne vuoi una tua, fattela altrove». «Gli anni passati insieme in un rapporto lasciano il segno, non solo negativamente» ha spiegato Moore ai giornalisti che le chiedevano cosa è per lei l'amore e come si è sentita a interpretare la parte di Jules, una donna lesbica di mezza età che vive da anni con Nic e con i loro due figli. «Annette e io, ognuna per sè, abbiamo avuto lunghi rapporti famigliari, abbiamo educato i figli e sappiamo quindi di cosa parliamo. Che poi il rapporto sia tra due donne, in una famiglia con due mamme, secondo me non fa nessuna differenza. Questo film descrive una relazione che va avanti da molti anni, cosa che al cinema si vede molto raramente. È il ritratto di una famiglia, per cui l'orientamento sessuale non ha nessun a importanza» ha detto Moore nella conferenza stampa con Lisa Cholodenko. La quale si è detta molto fortunata di aver potuto lavorare con Julianne e Annette: «Mi sono sembrate una coppia molto vivace». Il film finanziato con molta fatica in maniera indipendente è stato girato in soli 21 giorni, esce in un momento in cui negli Usa si sta muovendo qualcosa per quanto riguarda i diritti dei gay, e questo - ha detto Cholodenko - mi dà l'impressione di dare il contributo politico come artista«. Il fatto che il film, come ha fatto rilevare una giornalista, segua il modello dei film americani degli anni '50 dello scorso secolo dove alla fine i valori della famiglia avevano la precedenza su tutto, per Cholodenko non è un finale reazionario. »Io ho visto in gioventù famiglie simili, con rapporti complicati da omosessualità e promiscuità, e non mi sembra che i risultati fossero molto promettenti per il futuro«. E poi, secondo Cholodenko, una sola cosa conta veramente: »Una buona famiglia è una buona famiglia«.

Rivive la Nogara del Novecento

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Dopo un anno e mezzo di lavoro, di riprese, di ricostruzioni curate nei minimi particolari, Giordano Padovani, storico locale e regista per passione, con l'operatore Andrea Filippini, ha terminato in questi giorni la sua fatica cinematografica: il film Il brigante, che racconta il Novecento nogarese, partendo dall'epopea dei migranti diretti in Brasile per arrivare all'attualità: la Nogara della Coca Cola, del Bingo, della società multietnica e della perdita della memoria storica, con in mezzo le due guerre mondiali, il fascismo e il boom degli ultimi decenni.
«Il titolo del film», osserva Padovani, «è preso da un fatto di cronaca di inizio Novecento, che vede protagonista Giuseppe Cottarelli, detto "Attila", capo di una banda di briganti locali caduto sotto i colpi della rivoltella di un carabiniere. Un fatto che all'epoca destò molto scalpore».
Un lavoro lungo e minuzioso perché la sceneggiatura, scritta dallo stesso Padovani, prevedeva di filmare il paese in ogni stagione, in ogni ora del giorno, evidenziando le più sottili sfumature, ma anche per l'enorme quantità di materiale dell'Istituto Luce da visionare, necessario per dare maggior spessore alle microstorie raccontate.
«Non da ultimo la fase finale del lavoro, ovvero il montaggio, gli effetti speciali, la sonorizzazione, hanno richiesto tempi molto lunghi per completare l'opera cinematografica, la prima del suo genere sul paese di Nogara», sottolinea.
La voce narrante è quella di Franco Mescolini, attore professionista apparso in quasi tutti i film di Roberto Benigni, già a Nogara negli anni Ottanta, su invito dell'allora assessore Ivano Massignan per presentare le sue innovative proposte teatrali.
Al film hanno partecipato centinaia di comparse, mentre molte altre persone hanno collaborato fornendo vecchi vestiti, auto e trattori d'epoca, animali domestici e tanti oggetti un tempo usati nel modo contadino.
«Il film non è altro che la concretizzazione di 16 anni di ricerche, precedute e sviluppate in libri sulla storia locale e articoli su giornali, che ora sono diventate un film», sottolinea con un pizzico d'orgoglio il neo regista che, per la sua opera, si è ispirato al classico neorealismo del cinema italiano dell'immediato dopoguerra che usava attori di strada. «Infatti le comparse, ma anche gli attori principali, sono persone comuni, non professionisti, che hanno saputo e voluto partecipare alla realizzazione del film con entusiasmo e, vorrei dire, anche con una insospettata bravura interpretativa dei personaggi e dei ruoli che di volta in volta venivano richiesti dalla storia narrata», osserva.
In alcune scene di massa sono state coinvolte anche 150 persone, tutte del paese; un intero Corpo bandistico, il Verdi di Erbè; sono state tirate fuori dalle cassapanche, dove erano gelosamente custodite ben ripiegate dopo la scomparsa del partito comunista, vecchie bandiere rosse con tanto di falce e martello risalenti agli anni'50 della Nogara («o meglio Caselle», precisa Padovani), comunista. «Ricordo che in quegli anni, radio Capodistria definì Caselle la piccola Stalingrado».
Il film sarà presentato ufficialmente nel teatro comunale, da venerdì a domenica febbraio in prima assoluta. Successivamente si potrà averne copia su Dvd rivolgendosi alla biblioteca comunale.
«Un particolare ringraziamento lo debbo all'Amministrazione comunale che ha creduto in questo mio progetto», conclude Padovani, «e a chi mi ha permesso di realizzare un mio vecchio sogno: ripercorrere la storia di Nogara, stavolta attraverso la multimedialità». L.F.

La dolceamara poesia di «Bal» pretendente all'Orso d'Oro

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Ugo Brusaporco



Altri tre film in competizione al Festival di Berlino e l'odore di Orso d'oro si è sentito forte con il turco «Bal» (Miele) diretto da Semih Kaplanoglu, che ritorna a Berlino dopo essere stato in Concorso a Venezia nel 2008 con «Süt». Il suo è un film che è poesia cinematografica ed insieme emozionante e commuovente ritratto di un'umanità senza tempo che si confronta drammaticamente con la sua cultura e con la natura. Al centro del film un bambino di sei anni che ha appena cominciato la scuola e la sua famiglia, la madre lavora nei campi, il papà cerca alveari per recuperare il miele. Un lavoro pericolosissimo, perchè gli alveari si trovano sulle cime di altissimi alberi nelle foreste della montagna che col loro impenetrabile mistero fanno paura al bambino. La loro vita cambia quando le api spariscono e per cercare nuovi alveari l'uomo si spinge in montagne lontane. Il bambino si chiude nel silenzio, non riesce più a parlare, la madre non sa che fare. Il padre non ritorna, lo cercano, e proprio nel giorno in cui a scuola il bambino riceve un premio per aver tentato di leggere, riceve anche la notizia che il padre è morto cadendo da un albero. Decide allora di entrare nella foresta e nel buio trova finalmente la tranquillità addormentandosi appoggiato al tronco di un grande albero. Semih Kaplanoglu conduce con grazia un racconto antico in cui vita e morte si accompagnano, in cui ogni giorno un bambino conquista un po' di coscienza del suo vivere mentre i grandi scoprono nella fatica il loro cammino per resistere. Superba la fotografia di Baris Özbiçer, una vera galleria di indimenticabili immagini. Bravissimi tutti gli interpreti a cominciare dal piccolo Bora Altas, il cui volto riassume la bellezza e la curiosità di vivere di ogni bambino.
Di grande intensità anche «Shekarchi» (Il cacciatore) scritto, diretto e interpretato da Rafi Pitts, iraniano/inglese che porta lo spettatore nella Teheran di oggi, percorsa da manifestazioni politiche e segnata dal bisogno di lavoro. Il protagonista è Ali, è appena uscito di prigione, ha ritrovato la moglie e la figlia e ha trovato un lavoro di notte, che non mette in difficoltà il loro amore.
Lui è un cacciatore, ama vivere nella natura, da solo. Un giorno la moglie e la figlia non rientrano a casa, lei è stata uccisa, forse dalla polizia, forse dai dimostranti, si era trovata in mezzo senza colpa. Ali cerca la figlia sparita, ma la ritrova solo in obitorio. È sconvolto, decide di vendicarsi del mondo, prende il fucile e lo punta sulla strada, prima su un motociclista, poi su un paio d'auto, ma si decide a sparare solo contro la polizia. Ricercato fugge nella montagna che conosce, preso rinuncia alla liberta per farsi uccidere. La vita non ha senso senza la vita. Ben girato e intensamente interpretato, il film ha il merito di sfidare le convenzioni, di restare una storia intima di dolore, e di non essere mai un film di genere. Questo succede invece al terzo film in concorso, il televisivo «Please Give» scritto e diretto da Nicole Holofcener con Catherine Keener, Amanda Peet, Oliver Platt, Rebecca Hall. Una commedia in stile Woody Allen, senza originalità nei dialoghi e senza alcuna idea cinematografica. La regista, figlia d'arte e imparentata con Charles H. Joffe, il direttore della fotografia di Allen, ha già diretto alcune serie di «Sex and the City», lo stile è quello e il vuoto degli interpreti ne è la conseguenza. Il cinema è un' altra cosa.

Cronaca di poveri amanti banali. Soldini spreca una bella idea

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Ugo Brusaporco



«Non sono un attore emergente! Sono più di vent'anni che faccio questo lavoro. Il problema è che in Italia il potere in tutti i campi, dalla politica alla cultura, è in mano ai vecchi, così si è ancora definiti giovani a piú di quarant'anni, cosa che non succede nel resto del mondo», cosí, in conferenza stampa, si infervora Pierfrancesco Favino, protagonista con Alba Rohrwacher di Cosa voglio di piú, ultimo film di Silvio Soldini presentato a Berlino nella sezione Berlinale Special.
Il cinquantenne regista milanese, assieme alla fida Doriana Leondeff, ha pensato di dedicare un film alla mai banale storia di due amanti, riuscendo nella realizzazione filmica a esporla con la piú classica banalità del linguaggio cinematografico, riuscendo cosí a eliminare, con astuto moralismo, qualsiasi forza piú o meno trasgressiva che la vicenda aveva in sé.
Certo, Soldini propone e ripropone intere lunghe sequenze di nudi amplessi, ma sempre con immagini patinate, di piú, laccate, da consegnare ai poster, piú che significare al cinema. Mai riesce, poi, a uscire da uno stanchevole schematismo: casa di lei - casa di lui, lavoro di lei – lavoro di lui; mai riesce a far parlare il paesaggio, tutto è stantio, già visto e digerito.
Anna e Domenico sono i due poveri amanti, poveri economicamente, vuoti nel rapporto con i rispettivi partner, incapaci di parlarsi, incapaci di uscire da un presente che li condiziona.
UN'IDEA SPRECATA. L'idea è di grande attualità, bella, è quella di dire dell'oggi precario, in tutto, e sconfortante, in tutto, famiglie indebitate, lavori traballannti, stipendi da fame. Ma lo stesso Soldini che la pensa, la svaluta, raccontandola in ben 126 minuti, che sono troppi, inchiodandola con dialoghi banali che mai diventano quotidiani, giocando a fare cinema invece di farlo davvero. E, Soldini, é uno che sapeva sposare l'idea con il linguaggio.
Resta, infine, un film che pacifica, perché non c'è futuro per amanti che contano gli euro per potersi incontrare, che affidano agli sms la loro storia, che non sanno prendere a pugni il loro destino e tentano di non perdere troppo dal loro stare insieme. Poveri amanti banali.
Soldini li guarda da fuori, da lontano, non condivide il loro respiro, e nella recitazione ne pagano le conseguenze tutti, tranne una intensa e bravissima Alba Rohrwacher, che percorre il film con il suo gesto dolente, con il suo essere nell'idea di una donna che si innamora senza chiedersi perché.
IL CONCORSO. Una strana giornata, invece, in concorso, con un film politicamente e visivamente sconvolgente, Caterpillar del giapponese Koji Wakamatsu, e due film europei, l'austriaco Der Räube (Il ladro) di Benjamin Heisenberg e il norvegese En ganske snill man (Un po'gentiluomo) diretto da Hans Petter Moland, che sono simili come storia e come linguaggio cinematografico.

«Psycho». E Hitchcock vinse la scommessa con Hollywood

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Adamo Dagradi



«Psycho», il thriller capolavoro firmato da Alfred Hitchcock, ha compiuto cinquant'anni. Non solo non li dimostra ma, col passare del tempo, sembra ringiovanire: basta riguardare l'anemico remake girato da Gus Van Sant nel 1998 per comprendere quanto sia influente e inimitabile l'originale. E pensare che in «Psycho», a parte il suo creatore, non voleva credere nessuno: i produttori rifiutarono tutte le richieste di Hitchcock, inclusa quella di girare a budget ridotto sui set e con la troupe della sua serie tv «Alfred Hitchcock presenta», finché il regista non propose di autofinanziarsi, scambiando il proprio stipendio con il 60% della proprietà del negativo. La pellicola, i cui diritti Sir Alfred acquistò tramite un intermediario per soli 9.000 dollari, costò appena 800.000 dollari e ne incassò più di 40 milioni.
Il compleanno del film è stato celebrato sabato scorso a Los Angeles, con una proiezione alla quale ha presenziato l'aiuto regista Hilton Green, uno dei pochi sopravvissuti del set. Nel suo racconto la lotta di Hitchcock contro l'establishment hollywoodiano assume dimensioni che trascendono i meri problemi economici: con questo successo dimostrò che era possibile sfondare al botteghino senza avere stelle nel cast e budget milionari. All'epoca, infatti, Anthony Perkins, che nel film interpreta lo psicopatico Norman Bates, era un volto emergente dei serial televisivi e Janet Leigh, malgrado avesse più esperienza sul grande schermo (era in «L'infernale Quinlan» di Orson Welles), era ancora sconosciuta al grande pubblico.
La trama, tratta dall'omonimo romanzo di Robert Bloch, racconta di una donna che si rifugia un motel dopo aver derubato il suo datore di lavoro. Sembra che gli unici occupanti siano il gestore e l'anziana madre, della quale si sente solo la voce attraverso una porta. Si scoprirà che il gestore, sofferente di sdoppiamento della personalità, conserva in cantina il cadavere imbalsamato della madre e ne assume voce e vestiti in preda a raptus omicidi. La scena del primo assassinio, quando la Leigh viene accoltellata sotto la doccia, è entrata nella storia del cinema: rivoluzionariamente scioccante e sensuale richiese una settimana di riprese. Contiene 77 angolazioni diverse e, sebbeni duri soli 3 minuti, è composta da ben 50 tagli. Le reazioni del pubblico furono al limite dell'isteria: urla e fughe dalla sala. Nessuno si aspettava che la protagonista venisse eliminata a un terzo del film: era la prima volta che accadeva nella storia del cinema. La critica, forse indispettita dalla decisione di Hitchcock di non fare proiezioni speciali (perché non venissero rivelati particolari della trama), reagì male, rivalutando la pellicola solo a posteriori. La casa di Norman Bates è ancora visibile nella sede degli stabilimenti Universal di Hollywood. Per la «gioia» dei visitatori, bruciatori a gas simulano l'incendio di quel luogo del male così simile a migliaia di case americane dove tutto, apparentemente, è composto.Oltre al remake se ne fecero due sequel e un prequel (tutti con Perkins protagonista). «Con Psycho» raccontò il regista al collega François Truffaut, già giornalista per i Cahiers du Cinéma «sono riuscito a usare l'arte cinematografica per creare una emozione di massa. Memorabile anche l'ultima inquadratura: la moviola rivela che dietro al volto di Perkins che fissa la macchina da presa, solo nella cella in cui è stato rinchiuso, appare un teschio. Il viso imberbe dell'assassino, che raccomanda a se stesso di starsene buono buono e di non scacciare neppure quella mosca che gli cammina sulla mano, assume un ghigno diabolico.Dietro non c'è alcun messaggio da inviare al pubblico, non c'è un romanzo di prestigio e nemmeno una grande interpretazione. Quello che emoziona il pubblico è solo il cinema puro».

Scorsese e Di Caprio presentano il loro ultimo saggio di violenza

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La violenza, quella più sottile che si annida dentro la nostra stessa coscienza e memoria,è al centro del nuovo film di Martin Scorsese Shutter Island, presentato ieri a Roma dal regista di Taxi Driver e dal protagonista Leonardo DiCaprio. Thriller psicologico, atmosfere gotiche ed espressionismo tedesco si uniscono per raccontare l'orrore di un viaggio dentro l'anima dell'agente Teddy Daniels (DiCaprio) e dentro un'isola orribile e paurosa che fa pensare a quella dei morti dipinta dal pittore simbolista tedesco Arnold Böcklin.
Che ci fanno questo ispettore di polizia e il suo aiutante Chuck (Mark Ruffalo) nell'isola dove si trova l'Ashecliffe Hospital il più segreto e spaventoso manicomio criminale? Semplice. Stanno lì per trovare una paziente che manca all'appello e anche per investigare sui rumors riguardanti la psichiatria troppo eterogenea del direttore Dr. Cawley (Ben Kingsley) e del suo assistente Dottor Naehring (Max von Sydow). Ma quanto più Teddy e Chuck si avvicinano a una qualsiasi probabile verità tanto più cominciano a credere di essere loro stessi contagiati da una strana pazzia.
Il film, che passerà fuori concorso alla Berlinale sabato e arriverà in sala in Italia dal 5 marzo è tratto dal best seller omonimo di Dennis Lehane (autore, tra l'altro, di Mystic River) e ha le scenografie di Dante Ferretti.
«Teddy Daniels è il personaggio più violento e dark che abbia mai interpretato», confessa DiCaprio. «Sono affascinato dal comportamento umano e credo che la violenza di molti personaggi raccontati da Scorsese nasca solo da una sofferenza interiore che viene rivolta verso l'esterno come ad esempio capita al personaggio di Taxi Driver».
I punti di riferimento professionali di DiCaprio sono - confessa - Robert De Niro, James Dean, Montgomery Cliff. «Ho cominciato presto, a 15 anni, e loro erano, come sono ancora, i miei eroi a cui guardare. Devo dire che forse ci vorrà una vita per raggiungerli, io comunque da parte mia non mi sento mai arrivato. Cosi quando interpreto un ruolo sono sempre molto nervoso e penso sempre che avrei potuto fare di più». E chiude con una riflessione sul denaro: «È utile e importante ma non compra la felicità. D'altronde non si può avere più di tanto. Credo sia importante avere una felicità senza troppi eccessi.
Scorsese invece riconosce come in questo film abbia guardato a registi come Lang, Samuel Fuller, Murnau: «C'è sempre stata una forte presenza del cinema tedesco nella mia cinematografia. Non a caso ho fatto vedere al cast prima delle riprese Laura (Vergine) di Otto Preminger e Le catene della colpa di Jacques Tourneur».
Al suo quarto film con DiCaprio dice il regista premio Oscar: «Abbiamo ormai raggiunto la più profonda fiducia e chissà dove potremmo ancora arrivare insieme». E le paure di Scorsese? «Convivo con la paura quotidianamente. E questo purtroppo il mondo che erediteranno miei figli e questo mi preoccupa molto e mi fa davvero paura».

L'horror non vietato spaventa e fa svenire i ragazzini nelle sale

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Al box office fa paura anche ad Avatar, piazzandosi al secondo posto negli incassi del fine settimana. Nelle sale - dove è uscito senza alcun divieto - terrorizza i minori, provocando crisi di panico e spingendo il presidente della Commissione Infanzia Alessandra Mussolini a sollecitare l'intervento del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che in serata ha annunciato che si riserva «una verifica sul film e di adottare provvedimenti necessari per tutelare i bambini». È bufera su Paranormal Activity, l'horror low cost di Oren Peli - costato 15 mila dollari, 110 milioni di incasso negli Usa, 3,6 milioni di euro in tre giorni in Italia - contro il quale scendono in campo anche genitori e associazioni, che annunciano azioni legali.
A lanciare l'allarme contro il film - che racconta i brividi di Katie e Micah alle prese con una nuova casa nella periferia di San Diego, di cui scoprono di non essere gli unici inquilini - è la Mussolini. «È una pellicola ad alto contenuto ansiogeno e non vietata ai minori, che sta provocando numerosi casi di attacchi di panico e di problemi psicologici tra i giovani», accusa. Se è tardi per vietarlo, almeno «vanno studiate forme di avvertimento, indirizzate in particolare ai genitori, affinché siano consapevoli dei rischi ai quali i figli vanno incontro», sostiene. Da Napoli, in particolare, si segnala un boom di richieste di intervento al 118 tra i ragazzi rimasti scioccati dal film: il caso più grave, quello di una ragazzina di 14 anni, portata in ospedale in evidente stato catatonico.
Dal ministero dei Beni culturali (e dalla Filmauro, che distribuisce Paranormal Activity in Italia) ci si limita a ricordare che l'ottava sezione della commissione per la revisione cinematografica si è già espressa il primo febbraio, dando a maggioranza parere favorevole sull'uscita del film in sala «senza limiti per i minori».

Scusa ma: la formula di Moccia dall'innamoramento alle nozze

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Adamo Dagradi



Coppia intergenerazionale convola a giuste nozze: Federico Moccia, il deus ex machina dell'ingenuità adolescenziale, tornerà venerdì nei cinema con Scusa ma ti voglio sposare, sequel di Scusa ma ti chiamo amore.
Molti anni orsono fece costume Il tempo delle mele: un film francese che riuscì a far battere il cuore delle liceali di tutta Europa. Oggi corrono tempi più cinici, diari e cuoricini disegnati sono diventati in un'industria. Tre semplici passaggi: libro - film - merchandising. Potremmo essere a Hollywood, in compagnia dei pupazzi di Guerre Stellari o della Hasbro, ma nell'aria c'è profumo di Ladispoli.
«Squadra che vince non si cambia»: parola della produttrice Rita Rusic, che ha richiamato a sé i protagonisti Raul Bova e Michela Quattrociocche a rivestire le parti di Alex e Niki, separati dall'età, ma non dal cuore. I due, innamoratisi nelle prime pagine (poi diventate rulli) di Scusa ma ti chiamo amore, ormai sono una coppia navigata e appagata. Incombe, però, lo spettro del rapporto a distanza: lui, pubblicitario di successo, deve varare nuovi progetti, forse all'estero e lei è pronta per l'università. Alex decide di chiederle la mano e organizza una sorpresa: a New York (ci arriveranno in Suv?) fa scrivere a caratteri cubitali, sull'Empire State Building, «Scusa ma ti voglio sposare». Le prime difficoltà arrivano con i preparativi di nozze: lui non c'è mai, lei vorrebbe essere aiutata dalle amiche (che si fanno chiamare Ondine) ma viene travolta dalle cognate invadenti. Come se non bastasse, all'università conosce il bellissimo Guido, che le fa una corte serrata. Alex, invece, è soggetto alle attenzioni di una sexy segretaria. Il loro amore sopravvivrà alle prove della «maturità»?
Questa la trama del libro e c'è da scommettere anche del film. Dirige lo stesso Moccia, tornato all'antica passione per la cinepresa nel 2008, dopo dodici anni d'esilio volontario (lo avevamo lasciato con Classe mista Terza A, lo ritroviamo più o meno allo stesso punto). La sceneggiatura è firmata a otto mani dallo scrittore e da Luca Infascelli e Chiara Barzini. Unica new entry nel cast è Andrea Montovoli, lo studente che fa girare la testa a Niki. Tra un film e l'altro la Quattrociocche ha battuto Bova al botteghino: era in Natale a Beverly Hills, lui in tre film a bassa distribuzione e nella fiction Intelligence – Servizi & segreti, un Bourne Identity all'amatriciana. Come scriveva Roberto "Freak" Antoni, leader del gruppo demenziale degli Skiantos: «Non c'è gusto in Italia a essere intelligenti».
Il successo è assicurato (almeno al centronord) come è certo che all'estero non se ne accorgerà nessuno. E così, mentre oltralpe StudioCanal stringe i legami con i produttori hollywoodiani, dopo aver comprato l'inglese Optimum Releasing e la tedesca Kinowelt, assicurandosi il 60% del mercato europeo (producendo film in inglese con cast stellari), l'Italia non si desta e gioca da sola. "Scusa ma è ora di svegliarsi", verrebbe da gridare ai nostri produttori. Ma subito giunge voce che questa «vorrebbe essere solo la seconda di una lunga serie di commedie per il grande pubblico». La globalizzazione non è affar nostro.

Battiston sulle tracce di Welles

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Adamo Dagradi



«Il mio primo contatto con Orson Welles è avvenuto quando ero un ragazzino ed è stato sconvolgente: rimasi rapito dalla bellezza delle immagini. Qualche tempo fa è nata l'idea di omaggiarlo attraverso uno spettacolo teatrale ma in una forma che fosse condivisibile non solo da chi lo conosce ma anche da chi non ha idea di chi sia».
È una storia d'amore, quella tra Giuseppe Battiston - forse il più prolifico e versatile dei giovani attori italiani di cinema, teatro e fiction - e il regista di capolavori come Quarto potere e L'infernale Quinlan.
Questa sera (alle 20.45) al Camploy, nell'ambito della rassegna "L'altro teatro", sarà in scena Orson Welles' roast monologo scritto a quattro mani dallo stesso Battiston e dal regista Michele De Vita Conti, nel quale l'attore udinese, armato di un accappatoio, di un sigaro e di un microfono si trasforma nel genio provocatore, regalando al pubblico un brindisi molto particolare.
«Il "roast"», spiega, «è una forma di presa in giro colta, fatta a un personaggio importante da individui altrettanto importanti. Il protagonista viene messo sulla graticola e fatto oggetto di elogi al contrario. Ci sembrava interessante che una figura enorme come Welles potesse essere al contempo autore e vittima della burla».
Ma come ci si prepara a un ruolo così impegnativo?
È stato divertente. Ho trovato, su internet, del materiale tra cui gli stralci di un'intervista rilasciata da Welles in italiano e mi ha colpito la padronanza incredibile della nostra lingua, associata a un modo di esprimersi rotondo, avvolgente, caldo.
Sul palco, lei barbuto e scarmigliato sfoggia un accento americano che riesce nel miracolo di non cadere nel facile sketch o nella parodia linguistica. Nel set spoglio, spicca un microfono che è ben più di un oggetto...
È usato come elemento drammatico, non come semplice amplificazione della voce. Il suono che ne otteniamo suggerisce una distorsione, una distanza, fisica e temporale, con il personaggio, ingigantendone la figura. È quasi un elemento di scrittura.
Ma cosa direbbe Welles ai nostri moderni mezzi di comunicazione, lui che non faceva sconti a nessuno?
Siate consci del fatto che la gente crede a tutto, siate consapevoli di quello che fate e degli inganni che potete perpetrare.
Finita la tournée, Battiston sarà preso tra vari impegni di cinema e tivù: sarà a Berlino (fuori concorso) con Cosa voglio di più di Silvio Soldini, poi nelle sale con Figli delle stelle e La passione di Carlo Mazzacurati. Sul versante fiction, Le ragazze dello swing, storia del Trio Lescano. In cantiere c'è anche un progetto tratto da un racconto di Franco Lucentini: «ma è veramente troppo presto per parlarne».
Nessuna preoccupazione per l'esclusione italiana dagli Oscar e dal concorso di Berlino?
Siamo reduci da una stagione entusiasmante, che ci ha regalato Il divo e Gomorra. Mi sembra che vada tutto bene. Una cosa, però, potremmo fare: produrre più film di esordienti.

Branciaroli, l'arte della finzione

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Betty Zanotelli



Se si chiudono gli occhi per una manciata di minuti e ci si abbandona al solo ascolto delle voci, si può pensare che, là, sul palcoscenico, stiano realmente recitando due attori di dirompente personalità come Vittorio Gassman e Carmelo Bene. Nulla di tutto ciò, è una mera finzione. E se nel luogo-simbolo massimo dell'artificio che è il teatro, l'imitazione è elemento connotante lo spettacolo che si va rappresentando, allora la finzione diventa ancora più determinante.
Tutto ciò per dire che questo [FIRMA]Don Chisciotte firmato Franco Branciaroli - che ha debuttato al Nuovo, per il Grande Teatro, calorosamente accolto dal pubblico - ci pare soprattutto una testimonianza d'amore nei confronti del teatro. Certo, non va dimenticato che per l'attore, qui anche in veste di regista, l'esperimento di reggere da solo la scena dando ai personaggi principali dell'opera di Cervantes ora la voce di Gassman (Don Chisciotte) ora quella di Bene (Sancho Panza), rappresentava non solo una sfida ma forse anche il desiderio di una prova nuova, anche se pur sempre legata al meccanismo, non certo nuovo, del teatro nel teatro.
La sfida è stata vinta grazie a uno spettacolo interessante, scenograficamente sobrio (uno spazio moderno in cui campeggiano tavole colme di bottiglie) che, per una settantina di minuti (la giusta durata) mescola la letteratura (spezzoni dell'opera di Cervantes) a ricordi delle esperienze e convinzioni artistiche dei due attori scomparsi di cui vengono tratteggiate anche le umane debolezze.
In mezzo, supremo deus ex machina c'è lui, Branciaroli, che avvolge la messinscena in un'atmosfera giocosa, che enfatizza le peculiarità dei suoi "modelli", di cui imita persino l'incedere: imponente, quasi fiero quello di Gassman, più sommesso, quasi danzato, quello di Bene.
Muovendosi nella loro attuale dimora, l'aldilà, i due non si limitano a recitare a modo loro Don Chisciotte ma vanno ben oltre trastullandosi ora con Amleto, ora con Faust di Marlowe ora con il Sommo Poeta. Ed è proprio a questo punto che il "pretesto" originario, Cervantes, viene momentaneamente messo da parte per lasciare spazio a Dante e ai suoi versi che - Branciaroli fa dire a Gassman - ormai in troppi si sono presi la briga di recitare: attori vari, cantanti, comici (allusione neppure tanto velata a Benigni).
Certo, Alighieri è una tentazione continua, alla quale è difficile sottrarsi anche nell'aldilà. Ed ecco allora Gassman e Bene cimentarsi nello stesso canto (il V dell'Inferno, quello di Paolo e Francesca, per intenderci) e chiedere al loro autore chi ha assolto meglio il compito. Il verdetto è inatteso poiché Dante indicherà un terzo incomodo: il migliore di tutti è Giorgio Albertazzi.
Tra una citazione e l'altra e memorie che si inseguono, resta, al di là della bravura nell'imitare le voci, l'abilità di un attore che vuole mettersi alla prova cercando, in questo spesso asfittico teatro moderno, un'opportunità per uscire dagli schemi. Così, se Gassman e Bene sono stati dei mattatori, Branciaroli li segue a ruota.

L'acrobazia
e la danza
la forza
e la femminilità

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Silvia Bernardi



Verona. Dal podio al palcoscenico, le ragazze della Nazionale di ginnastica ritmica italiana sbarcano a teatro con Ryth.mix, uno spettacolo che unisce acrobazia e danza in vivaci quadri coreografici. Sul palco del Nuovo, per la sezione danza della rassegna "L'altro teatro", otto atlete hanno vinto la scommessa di Antonio Gnecchi Ruscone, che ha ideato lo spettacolo coreografato da Barbara Cardinetti, cioè prestare delle atlete alla danza.
Il panorama della danza atletica si arricchisce di una nuova compagnia che gode della consulenza tecnica di Emanuela Maccarini, allenatrice della Nazionale italiana di ginnastica ritmica, nonché giudice nazionale e internazionale. Forte dell'esperienza di vent'anni di trionfi, l'allenatrice ha cucito, sui corpi atletici di ex campionesse, movimenti che mescolano ginnastica e danza in un susseguirsi di suggestioni visive.
Sulle musiche originali di Marco Iannelli, le atlete-ballerine si esibiscono con funi, clavette, nastri, palle, cerchi in coreografie punteggiate da effetti grafici, optical e video. In scena, la precisione dell'esecuzione e l'alta potenzialità fisica tipiche della ginnastica si mescolano alla grazia e al ritmo della danza in un piacevole mix moderno che alterna musiche pop, rock, heavy metal e classiche. I costumi, le luci e gli attrezzi, diventano elementi di scenografia: morbide gonne diventano fantastiche creature marine, le clavette lucciole in un cielo notturno, le funi linee geometriche di labirinti virtuali. Lo spettacolo si gioca sul dualismo forza e femminilità e se sulla pedana le atlete devono sacrificare l'espressività a favore del valore tecnico, a teatro hanno trovato l'ambiente ideale per dare spazio alle emozioni.

Jannuzzo racconta vizi e virtù della sua Sicilia

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Simone Azzoni



Torna a Verona, torna da unico protagonsta torna alla sua terra: Gianfranco Jannuzzo parla di Agrigento, racconta la sua Sicilia. Lo fa in Girgenti amore mio, in scena da mercoledì a venerdì (alle 21) al Nuovo, nel cartellone della rassegna "Divertiamoci a teatro", per la regia di Pino Quartullo. Lo spettacolo segna il ritorno dell'attore all'one man show dopo l'impegno nel teatro classico e le parentesi - anche veronesi- di Liolà e de Il divo Garry.
Girgenti amor mio - che Jannuzzo ha scritto assieme ad Angelo Callipo - è un monologo che riprende lo stile di un suo precedente spettacolo intitolato Nord e Sud. Si preannuncia come una dichiarazione d'amore alla propria terra ma fatta, per dirla con le stesse parole dell'interprete, «senza paraocchi»; è un allestimento in cui«amore e critica si fondono per raccontare una terra dalle tante qualità e dalle mille contraddizioni». Le contraddizione di essere sia la terra di Federico II che della mafia.
L'attore parlerà così di una Sicilia che ha dato i natali a personaggi illustri come Pirandello, Sciascia, Camilleri; e di Girgenti, terra di misteri, di profonde inquietudini che sono le incertezze, gli usi e i costumi poi di tutte le città italiane, se guardate con gli occhi dell'affetto e del ricordo.
Il monologo si propone di sviscerare la storia profonda dei luoghi isolani con il dialetto ancestrale e con la lingua del presente. È un viaggio alla ricerca delle radici attraverso immagini descritte con quelle gag che l'attore sa produrre. Con la sua ironia si parlerà, tra le altre, della crisi idrica che si ripresenta ogni estate in Sicilia, delle differenze congenite e storiche tra il settentrione e il meridione d'Italia.
Ma se in Nord e Sud lo spettacolo si costruiva sul comico, qui all'elemento comico si unisce la riflessione dell'umorismo.
«Secondo me, parlando di Agrigento finisco con il parlare di Milano amore mio, Trieste amore», spiega Jannuzzo. «Ho immaginato che, parlando della mia città, finisco con il parlare della città di ognuno di noi. Perché quando si parla delle nostre radici, dei luoghi dove siamo nati, i ricordi sono comuni. Per ciascuno di noi, la città o il paese natale è come una seconda madre la quale lascia ricordi indelebili che non si scordano più».
Ecco perché le gag che si avvicenderanno sul paloscenico sono in realtà l etipologie, i caratteri, i tic, i pregi e i difetti dell'italica popolazione che che vive nelle città italiane, nelle numerose località di provincia della penisola.
Jannuzzo, insomma, parte dalla geografia di luoghi conosciuti nell'infanzia e trasforma il cordone ombelicale con il suo territorio e le memorie in nostalgie divertenti, romantiche e poetiche.

«Baciami ancora», Muccino torna alla crisi dei sentimenti

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Adamo Dagradi



Gabriele Muccino è partito nel 2004 per l'America e forse l'ha trovata, sfornando due film di dubbia qualità ma grande successo come La ricerca della felicità e Sette anime. I maligni hanno attribuito le prestazioni al box office a Will Smith, protagonista di entrambe le pellicole, più che a quelle del regista italiano.Ma l'America, si sa, è un banco di prova: chi ha il privilegio di lavorare a quei livelli produttivi, come è accaduto di recente a tanti giovani registi francesi, inglesi e spagnoli, poi dovrebbe tornare a casa importando nuove tecniche e ambizioni. Muccino ha deciso di festeggiare facendo un sequel della sua pellicola più celebre, quell'epocale Ultimo bacio di cui tanto si parlò nel 2001. Speriamo che di Los Angeles non abbia assorbito solo il cinismo commerciale.
Il nuovo capitolo s'intitola Baciami ancora e arriverà nelle sale il 29 gennaio, preceduto da un poderoso battage, inclusa l'omonima canzone record di Jovanotti che commenterà i titoli di coda (mezzo milione di clic su Youtube e in testa ai download di iTunes). La storia ritrova i trentenni dell'originale dieci anni dopo, più vecchi ma non più responsabili, in perenne crisi esistenziale e sentimentale. Torna anche buona parte del cast, con qualche defezione: Stefano Accorsi di ritorno in patria, dopo cinque anni di modesta carriera francese al seguito della moglie Laetitia Casta, sarà nuovamente il fedifrago Carlo. Giovanna Mezzogiorno ha rifiutato la parte di Giulia, moglie tradita che, alla fine del film precedente, si riprendeva il marito per il bene della bimba che portava in grembo, ma ammiccando a un bel jogger nel parco. L'ha rimpiazzata la bellissima (e brava) Vittoria Puccini, un'attrice che meriterebbe di lavorare all'interno di un'industria cinematografica più accorta. In Baciami ancora Giulia è separata e ha una relazione con Simone (Adriano Giannini). Ma Carlo, ormai dimentico delle scappatelle di gioventù (Martina Stella non è stata convocata per riprendere il ruolo della ninfetta che gli faceva perdere la testa), rivuole la moglie e la figlia Sveva. Travagli di cuore anche per gli amici storici dell'ex coppia: Marco (Pierfrancesco Favino) viene mollato dalla moglie Veronica (Daniela Piazza), mentre Adriano (Giorgio Pasotti), Paolo (Claudio Santamaria) e Alberto (Marco Cocci), tornati dal loro viaggio intorno al mondo, faticano a fare i conti con le responsabilità imposte dalla loro età. Rivedremo anche Sabrina Impacciatore mentre, tra le new entry, troviamo la sorella della First Lady francese Valeria Bruni Tedeschi. Non ci sarà, invece, Stefania Sandrelli, madre di Giulia nel primo film.
Muccino torna così alle strutture corali, illustrate con stile agile e asciutto, alle quali ci aveva abituato tra la fine dei '90 e i primi del millennio: Il successo non è scontato (troppi anni tra un film e l'altro) ma probabile; resta la sensazione che il progetto sia trito e poco sincero, quasi un dazio da pagare ai produttori italiani per la lunga assenza.

Anche l'Academy Awards boccia «Baarìa» di Tornatore

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Adamo Dagradi



Baarìa non ce l'ha fatta: il film di Giuseppe Tornatore, selezionato dall'Italia per concorrere agli Oscar 2010, è stato bocciato ieri pomeriggio dai giurati dell'Academy Of Motion Picture Arts & Sciences pochi giorni dopo la sconfitta ai Golden Globes, su cui, in realtà, si riponevano più aspettative. Le speranze che la pellicola superasse il secondo ballottaggio, quello che riduce i concorrenti da sessantacinque a nove, erano diminuite drasticamente proprio lunedì mattina, quando ai Golden Globes a Baarìa era stato preferito il vincitore dell'ultimo festival di Cannes, il tedesco Il nastro bianco, di Michael Haneke.
La macchina degli Oscar, però, non si ferma: i nove sopravvissuti dovranno passare una terza selezione, che si terrà il 29 gennaio e che li ridurrà a cinque.
I titoli in ballottaggio sono: El Secreto de Sus Ojos di Juan Jose Campanella, Argentina; Samson & Delilah, di Warwick Thornton, Australia; The World Is Big and Salvation Lurks Around the Corner, di Stephan Komandarev, Bulgaria; Il profeta, di Jacques Audiard, Francia; Il nastro bianco, di Michael Haneke, Germania; Ajami, di Scandar Copti e Yaron Shani, Israele; Kelin, di Ermek Tursunov, Kazakistan; Winter in Wartime, di Martin Koolhoven, Olanda e Il canto di paloma di Claudia Llosa, Perù (Orso d'Oro a Berlino). Sei di questi titoli sono stati scelti dai membri dell'Academy residenti nell'area metropolitana di Los Angeles (svariate centinaia, visto che la zona include Hollywood), mentre tre sono stati votati dal comitato dell'Academy per il premio al miglior film in lingua straniera (Foreign Language Film Award Executive Committee).
Una delusione cocente per l'Italia, che aveva investito molto, sia economicamente che emotivamente, proprio nel tentativo di offrire un prodotto di respiro internazionale che rilanciasse le nostre produzioni, asfittiche sul piano commerciale. Ma il film di Tornatore, che ha lasciato fredda la critica fin dal suo debutto, si è rivelato eccessivamente frammentario, enfatico e politicizzato per accontentare il pubblico straniero. Vi si raccontano quasi settant'anni di storia della sede del Partito Comunista di Bagheria, la città natale del regista (che all'Academy trionfò con Nuovo Cinema Paradiso), visti attraverso gli occhi di tre generazioni di due famiglie locali.
Il film è stato distribuito in due versioni, una in italiano, sofferente di gravi problemi di doppiaggio fuori sincrono e una, migliore, in siciliano sottotitolato, vista nei circuiti festivalieri e reperibile in vendita e a noleggio.
Le nomination definitive agli Oscar saranno annunciate il 2 febbraio, le premiazioni si terranno il 7 marzo. Salvo sorprese dovrebbe essere una gara tra Il profeta di Audiard, capolavoro gangsteristico francese e lo strafavorito Nastro bianco di Haneke. Ma le sorprese sono sempre possibili.

Un'altera Filumena Marturano

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Simone Azzoni



Eccola Filumena Marturano, vestita di una delle più meticolose didascalie scritte da Eduardo De Filippo: in piedi davanti alla soglia della camera da letto, braccia conserte in atto di sfida; camicia da notte, pantofole ai piedi, capelli in disordine. Non è più la Concetta obbligata dal regime patriarcale all'obbedienza del marito di Natale in casa Cupiello, non è nemmeno la spregiudicata, avida e spietata Ambra Jovine di Napoli milionaria! Ma non è del tutto la donna volitiva che accetta il turbamento, l'incertezza, la sensibilità della differenza dal maschile che De Filippo disegnò attorno alle richieste della sorella Titina.
Francesco Rosi, non nuovo al teatro di Eduardo (ha diretto Napoli milionaria, Le voci di dentro), la traduce, con la complicità necessaria dell'intensa Lina Sastri, nell'alveo delle sue tragedie sociali. La ribelle che lotta contro i pregiudizi borghesi o neo borghesi, la donna coraggiosa che afferma, nel personale punto di vista, dignità e orgoglio è una Filumena altera. È una Filumena sprezzante che, per tutto il primo atto andato in scena - nell'ambito del Grande Teatro - al Nuovo (in replica fino a domenica), non abbassa quel mento che sfida il debole Domenico Soriano.
È, la loro, una sfida sul ring della sala da pranzo: mezz'ora di fissità tragica che assorbe non solo l'azione ma quel contorno così amabilmente dispersivo che Eduardo usava per far da cuscinetto alle sue mazzate socialmente utili. Ma proprio queste ultime interessano il regista di Mani sulla città e del Caso Mattei. Riscatti sociali, conquiste dei diritti, lotte per la verità. Oggi la modernità del testo è sulla responsabilità dei clienti delle prostitute in questa piaga sociale ancora irrisolta. E questo dovere sociale non può essere detto a "colpi" di tazzine di caffè, o a macchiettistiche mossette nelle cucine care al commediografo partenopeo.
Rosi pulisce, toglie l'atmosfera della tragedia mediterranea che altrove stempera, avvolge le microstorie edoardiane in lungaggini ambientali edulcorate come i presepi di San Gregorio degli Armeni. Qui non c'è spazio per digressioni emotive. Filumena, ben piantata sul palco, taglia con le sue mani da pupo siciliano parole dure come lame. Luca de Filippo tesse un ordito neutro senza gli svolazzi del barocchismo napoletano. Persino i celebri "assoli", si pensi al pezzo sulla Madonna delle rose, che fu addirittura recitato davanti a Pio XII, e persino quel finale che ribadisce la vittoria della ragionevolezza sulla paternità di strindberghiana memoria, perdono peso drammaturgico. Come dire: non c'è tempo, non c'è spazio per punte, conta l'iceberg sottostante.
Non ci sono picchi, non ci sono tirate d'accademia.
Tutti, compreso il buon cast che fa da coro a questa "Medea al contrario", portano acqua al mulino della sobrietà, a quel realismo che assorbe scenografia fissa e assoluta come gli assunti proclamati da Eduardo. Certo, non è la complessità della drammaturgia nordica d'inizio secolo ma la direzione è quella. Via i patetismi che s'asciugano ed evaporano come le lacrime di Filumena accentuata nel vernacolo campano al punto da trasformare con crudezza il dialetto in tensione, pathos sociale e quindi volutamente politico.

Trieste, la musa Ardant e Theo Angelopoulos

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Giancarlo Beltrame



Pur tra le difficoltà dei tagli dei finanziamenti regionali, che hanno colpito una delle aree finora più fortunate nell'ambito della promozione della cultura cinematografica, il Friuli Venezia Giulia, il Trieste Film Festival propone anche quest'anno, nella ventunesima edizione, un programma di tutto rispetto, con più di 130 titoli da oggi al 28 gennaio, ricco di anteprime, di novità, di scoperte, di riscoperte, di incontri ed eventi.
Il direttore artistico Annamaria Percavassi, ai concorsi (lungometraggi, cortometraggi, documentari), affianca, come è ormai tradizione, una serie di omaggi e di retrospettive, che vedranno l'arrivo a Trieste di ospiti prestigiosi, come Fanny Ardant e Theo Angelopoulos. Del maestro del cinema greco, unico regista ad aver creato con i suoi piani sequenza portati sino all'estremo un marchio di fabbrica indelebile e uno stile riconoscibile che ne fanno una tra le voci più importanti del Novecento, oltre che premiato in tutti i festival internazionali (Palma d'oro a Cannes, Leone d'oro alla Mostra di Venezia), si vedranno Taxidi sta Kythira (Viaggio a Citera), un film del 1984 con Giulio Brogi, che nonostante i molti premi non è mai stato distribuito in Italia), e l'ultimo film, I skoni tou chronou (La polvere del tempo), in anteprima italiana, in concorso un anno fa a Berlino, con Willem Defoe, Bruno Ganz e Michel Piccoli, secondo episodio della trilogia dedicata alla Storia. Anghelopoulos sarà anche protagonista martedì 26 gennaio, insieme a Claudio Magris, di una conversazione moderata da Predrag Matvejevic, a cui parteciperanno anche Omero Antonutti e Franco Giraldi.
In chiusura, invece, ci sarà la musa del cinema francese, Fanny Ardant, che all'età di 60 anni esordisce alla regia con Cendres et sang (Ceneri e sangue), di cui ha scritto anche la sceneggiatura. Il film racconta la storia di una donna che cresce da sola i tre figli dopo l'assassinio del marito e in occasione di un matrimonio torna dopo 18 anni in Romania con loro, scatenando antichi odi fra clan rivali e una spirale di violenze e di vendette.
Altri ospiti di prestigio saranno due grandissimi maestri del cinema europeo, Goran Paskaljevic e Krzysztof Zanussi. Nei concorsi, invece, si guarda a Est, al mondo balcanico e ai Paesi dell'Europa centro-orientale.
E si chiude con due omaggi ad altrettanti grandi triestini scomparsi l'anno scorso, il critico Tullio Kezich e lo scrittore Carlo Sgorlon.

La recensione: Avatar! Il resto appartiene al passato

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Adamo Dagradi



Perché Avatar cambierà la storia del cinema? Il film di James Cameron, distribuito da domani in 900 sale italiane (a mezzanotte e un minuto alla grande Mela e all'Uci), rappresenta la summa di tutte le innovazioni di natura digitale confluite sul grande schermo a partire dal 1973, anno in cui ne Il mondo dei robot apparivano due minuti di soggettive manipolate da algoritmi informatici.
Nel 1993, in Jurassic Park, creature generate in computer grafica interagivano per la prima volta con gli attori in carne e ossa. Da allora il cinema non è più stato lo stesso: si è trattato di una rivoluzione lenta e costante, che ha provocato più di un grattacapo a fruitori e studiosi. Come se i registi hollywoodiani, messi di fronte alla possibilità di dare vita a qualsivoglia visione, si fossero arresi alla smania del mostrare, dimenticando che lo «stupore», per coinvolgere, deve poggiare su solide basi di sceneggiatura e recitazione.
Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito alla caduta di George Lucas e Steven Spielberg, trasformatisi in autori di ritratti tanto immensi quanto privi di vita, e alla nascita di una nuova generazione di registi che hanno saputo sfruttare il digitale con creatività e moderazione. Tra questi Peter Jackson, che con Il Signore degli Anelli ha rimpiazzato, nel cuore degli spettatori, i nuovi Guerre Stellari.
Cameron, nel frattempo, dopo il successo planetario di Titanic, nel quale già fondeva sapientemente modelli e computer grafica, taceva e studiava. Il suo scopo? Inventare una telecamera digitale ad alta definizione che potesse riprendere in tre dimensioni all'interno di ambienti virtuali.
Questo significa che il regista, dopo aver fatto recitare gli attori in un magazzino vuoto, coprendoli di sensori, può trasformarli in ciò che desidera (alieni, ad esempio) e, nella telecamera, vederli già integrati nell'ambiente che li circonderà a prodotto finito (come una foresta, o l'interno di una nave spaziale).
Una tecnica che riconsegna ai registi il privilegio di girare le scene nella loro integrità, senza dover attendere che gli effettisti speciali, in fase di post produzione, aggiungano paesaggi e altri particolari. Lucas, nei tre ultimi Guerre Stellari, dirigeva gli attori e poi, in seguito, inseriva sfondi e personaggi digitali (col risultato di costringere professionisti stagionati a parlare all'aria). Cameron, usando software potentissimi, ha tutto ciò che gli serve nell'occhio della telecamera. Questo anche grazie alla Sony, che lo ha aiutato a realizzare il nuovo hardware, già in uso sul set di Tin Tin di Spielberg.
La portata di questa invenzione è pari a quella della nascita del colore o del sonoro. Da oggi in poi non sapremo più se ciò che stiamo guardando è vero o falso e vivremo i film in un nuovo 3D avvolgente. È la fine del cinema tradizionale. Ma l'inizio di che cosa? Difficile da dire, ci vorrà ancora qualche anno per capire quali direzioni prenderà il moderno intrattenimento: il cinema diventerà una filiale dei parchi divertimenti o ritroverà una sua identità?
Nel frattempo Avatar, con un miliardo e trecentosessantotto milioni di dollari d'incasso, è il secondo film più ricco della storia del cinema. Doppio record per Cameron, visto che il primo è Titanic.
Da vedere assolutamente in una sala attrezzata per il 3D, il kolossal fantascientifico ha già battezzato una sindrome tutta sua: sembra che il pubblico, trascinato nei meravigliosi paesaggi del pianeta Pandora per quasi tre ore, al ritorno a casa provi tentazioni suicide. «Da quando ho visto Avatar sono depresso. Guardando il favoloso mondo di Pandora, ho realizzato che vorrei vivere in un posto così. Ho pensato di uccidermi, magari rinascerò in un luogo simile a quello del film, dove tutto è come in Avatar», ha scritto un utente su un forum dedicato alla pellicola. Poco importa, quindi, ricordare come la sceneggiatura rispolveri antichi cliché da cowboy e indiani (gli umani invadono un pianeta New Age e si preparano alla pulizia etnica), sottolineare la rigidità emotiva del protagonista Sam Worthington o alcune inutili lungaggini di una trama che scivola più d'una volta nel kitsch. È una festa per gli occhi e per il cuore, il cervello non è invitato.


Marshall sulla scia di Fellini. «Ma non è il remake di 8½»

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Dopo i sei Oscar vinti nel 2003 da Chicago il regista Rob Marshall continua a riprovarci all'insegna del musical. Memorie di una geisha (2005) andò meno bene e un destino simile, nonostante il cast stellare, sembra attendere Nine sui nostri schermi a partire dal prossimo 22 gennaio. Tratto da un musical di Broadway nato nel 1982, questo Nove s'ispira nientemeno che al capolavoro di Federico Fellini 8 e mezzo, un progetto a cui il regista aveva dato il benestare purché non lo si nominasse nello script.
Ecco dunque la storia del cineasta Guido, in crisi creativa e esistenziale, a cavallo tra sogno, ricordo e realtà, trasformata in canto e ballo. Una buona notizia per l'Italia, rispolverata da Hollywood dopo decenni di oblio e una notizia un po' meno bella per i felliniani più sfegatati, che hanno già bollato la pellicola come un'inutile americanata.
«Il mio problema è che conosco 8 e mezzo troppo bene. Il vostro è che, con ogni probabilità, non lo conoscete abbastanza. Allora dovremmo domandarci: per chi è stato fatto questo film?» scrive Roger Ebert, decano dei critici cinematografici americani, sulle pagine del Chicago Sun Times.
Se lo starà chiedendo anche lo schivo Daniel Day Lewis, uscito dal suo esilio per interpretare Guido al fianco di Penelope Cruz (l'amante Carla, che nell'originale era Sandra Milo), Nicole Kidman (la diva Claudia, ruolo che fu della Cardinale), Marion Cotillard (la moglie, Anouk Aimée) e Stacy Ferguson (la prostituta Saraghina).
A questa galleria dobbiamo aggiungere tre personaggi nuovi: la mamma- fantasma di Guido, portata sullo schermo da Sofia Loren; la giornalista Stephanie (Kate Hudson) e la costumista Lilli (Judi Dench). Nove attori che possono contare, tra loro, ben sette Oscar già vinti.
In ruoli minori compaiono anche molti volti noti del cinema italiano, tra cui: Martina Stella, Ricky Tognazzi, Elio Germano, Valerio Mastandrea, Monica Scattini, Roberto Nobile, Giuseppe Cederna, Remo Remotti e Roberto Citran. Cinque nomination al Golden Globe sembrerebbero spianare a Nine la strada verso gli Academy, ma la fredda accoglienza ricevuta in patria ne rallenterà certamente la corsa.
«Nel film faccio solo un cameo, ma è stato un momento assolutamente magico che mi ha dato enorme emozione e gioia» ha detto Sophia Loren, ieri, in conferenza stampa a Roma. Per il suo «bellissimo contralto» il compositore Maury Yeston ha scritto una nuova canzone, così come per Kate Hudson, ad oggi la più lodata dai critici: il suo pezzo «Cinema italiano» è quello nominato al Globe.
Fa piacere che Hollywood si sia ricordata di lei, dopo il fulminante debutto in Almost Famous l'avevamo persa in un labirinto di pessime commedie rosa. A.DA.

Rigoletto al Teatro Salieri di Legnago

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Dimensione Lirica di Venezia e Mutina Eventi di Modena, in collaborazione con l’Associazione Musicale Culturale I Filarmonici Veneti di Legnago, producono una delle opere più amate dal pubblico. Il palcoscenico intitolato all'illustre compositore legnaghese, si prepara ad ospitare il celebre buffone verdiano, in uno spettacolo interamente firmato da Paolo Panizza e diretto da Francesco Ommassini sul podio dell’Orchestra Filarmonica Veneta fondata da Massimo Santaniello. Dopo il grande successo riscosso al Teatro Nuovo di Salsomaggiore Terme, Rigoletto approda sul palcoscenico del Teatro Salieri di Legnago, in uno spettacolo intermante firmato da Paolo Panizza, alla guida di un progetto ambizioso: "stiamo cercando di rispondere alla crisi imperante dei teatri italiani, che sono sempre più in difficoltà nell’ottemperare ai bisogni culturali dei vari territori. Dimensione Lirica vuole essere un tentativo di tornare all’impresariato, di reinventare un vecchio mestiere con le tecnologie e le esperienze moderne, creando prodotti tout-court come accade nelle compagnie di prosa. In questo modo si può dare vita ad un teatro nel teatro, ad un pacchetto completo ed itinerante composto dall’allestimento – scene, costumi, luci – e dalla compagine artistica – coro, orchestra e cast – memore del fatto che nei teatri già dotati di alcune strutture è possibile portare solo una parte del prodotto”. Il gusto classicheggiante del regista veronese è il filo conduttore del nuovo allestimento di Rigoletto: “la struttura scenografica crea, in maniera semplice ma corretta, l’ambientazione descritta nel libretto e i costumi del ‘500 contribuiscono a restare nel solco della tradizione, poiché preferisco inventare soluzioni nuove all’interno dello schema originale, restando sempre fedele a ciò che è scritto”. A vestire i panni del protagonista sul palcoscenico del Teatro Salieri di Legnago, accanto a Scilla Cristiano, che nel ruolo di Gilda ha ottenuto un vero e proprio trionfo personale alla prima al Teatro Nuovo di Salsomaggiore Terme, sarà Roberto Servile: “affrontare oggi Rigoletto, alla luce della mia crescita personale ed artistica, da un lato é rassicurante – dice il baritono ligure – perché posso fare conto sulla mia esperienza e maturità, d’altro canto mi pone delle prospettive interpretative sempre più vaste ed intriganti. Ciò significa che avere acquisito più mezzi di approfondimento porta a comprendere la titanica complessità di questa figura verdiana, dove il grande Peppino compie uno dei miracoli della sua produzione artistica. Nel riprendere Rigoletto, a distanza di un anno e mezzo dall’ultima esecuzione, ho lo stesso stupore della prima volta e devo necessariamente accingermi a una sorta di rilettura, perché ogni nota, ogni accento, ogni frase, celano e svelano ancora qualcosa di nuovo. Il meraviglioso connubio tra musica e parole mostra in tutta la sua potenza una naturale alchimia che sfocia nell’effetto teatrale, cosa tanto cara al Verdi della trilogia e che trova una particolare potenza espressiva in quest’ opera”. Ad affiancare Roberto Servile e Scilla Cristiano sarà Saverio Fiore nel ruolo del Duca di Mantova, diretti dalla bacchetta di Francesco Ommassini sul podio dell’Orchestra Filarmonica Veneta. “Per un giovane direttore affrontare un titolo importante come Rigoletto significa doversi confrontare con le esecuzioni dei più grandi Maestri” dichiara il musicista stabilmente impegnato nella prima parte dei violini secondi dell’Orchestra dell’Arena di Verona. “Molti ambiscono a nuove chiavi di lettura, tentando di differenziare la propria rappresentazione allontanandosi dalla tradizione, mentre la mia vasta esperienza teatrale con le opere di repertorio mi induce a ricercare i colori e le tinte fosche e scure che scaturiscono dal preludio, senza voler trasmettere caratterizzazioni più stravaganti”. Il giovane direttore, che oltre alla formazione di violinista e agli studi di composizione e direzione si è perfezionato sotto la guida del Maestro Donato Renzetti, sta lavorando a stretto contatto con i musicisti e i cantanti impegnati nella produzione. “Roberto Servile ha eseguito questo ruolo con i più grandi direttori ed è inevitabile l’arricchimento che consegue dal continuo scambio di idee ed opinioni. Penso che sia impossibile prescindere dalle qualità umane degli interpreti, pertanto la mia intenzione è quella di valorizzare le voci, che ritengo particolarmente adatte a questo repertorio e sono convinto che sarà un grande successo”.

Contatti:
Teatro Salieri di Legnago
Biglietteria Tel. 0442 25477
e-mail: info@salieri.it

I Filarmonici Veneti
Orchestra Filarmonica Veneta
Tel. 334 6888112
e-mail: filarmonici@hotmail.it

Dimensione Lirica
Ufficio stampa, comunicazione, accrediti invitati
William Fratti, Tel. 347 0773879
e-mail: w.fratti@libero.it

Teatro Salieri di Legnago
Sabato 23 gennaio 2010 ore 20,30

Maestri si conferma il numero uno

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Gianni Villani



Un concerto di Natale con i fiocchi, quello che il circolo Verdi ha organizzato per i suoi sostenitori in Castelvecchio. Vi hanno partecipato cantanti molto noti anche a livello internazionale come i soprani Susanna Branchini e Ye Won Joo, il tenore Mario Malagnini e il baritono Ambrogio Maestri. Un appuntamento festoso, insomma, come sempre ricco di pubblico che ha espresso calorosi applausi soprattutto nei confronti di Maestri di cui è emersa la forma vocale strepitosa.
Non crediamo di essere smentiti se affermiamo che il baritono pavese debba essere considerato oggi il numero uno del panorama italiano per lo splendido colore del timbro, la fermezza della pronuncia, un'emissione sana, facile, con una proiezione del suono notevolissima. Nei brani tratti da Fanciulla del west, La Traviata, Aida (nel duetto dal terzo atto assieme alla Branchini) e da Un ballo in maschera ha impiegato sonorità aperte e distese. E nel Renato dal Ballo in maschera è andato anche oltre, scolpendo un essere scabro, ruvido nel mettere a nudo un'umanità sofferente che si ripiega nel dolore e nel rimpianto.
Mario Malagnini, pur reduce da una indisposizione, ha confermato, con le sue arie da Fanciulla del west, El Cid, Tosca (in duo con la Branchini) e la canzone Core n'grato, di padroneggiare molto bene le parti, dominando con autorità anche gli scarti all'acuto. Dei due soprani, Susanna Bianchini è parsa nettamente migliorata rispetto a qualche tempo fa, con suoni magnificamente appoggiati e filati a regola d'arte. Da parte sua, la coreana Won Joo (era accompagnata al pianoforte dal marito Riccardo Serenelli) ha entusiasmato per le zone vertiginose raggiunte dal suo registro.
Il concerto è stato brillantemente presentato da Davide da Como e accompagnato al pianoforte da Luciano Mandarà.

Un viaggio poetico nel manicomio

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Simone Azzoni



Ascanio Celestini ha ormai una sua forma che da qualche anno lo rende inimitabile, riconoscibile e facilmente esportabile. La sua forma è anche confezione impeccabile per qualsiasi contenuto, sia esso le Fosse Ardeatine, la guerra o, come nel caso dello spettacolo La pecora nera rappresentato in un Camploy gremito (nell'ambito della rassegna "L'altro teatro"), il manicomio. Iceberg poetici, puntualmente inseriti tra figure retoriche, questa volta s'accompagnano alla musica che avvolge l'assunto sulla reversibilità speculare della follia. Chi sono le pecore nere? Dov'è il vero manicomio? Chi sono i matti, le pecore bianche del mondo? Che differenza c'è tra un manicomio e un supermercato della follia del consumismo?
Musica e parole fuori scena di un "vero" malato entrano nel percorso dei cortocircuiti narrativi, delle divagazioni sull'anormalità come malattia. C'è un eloquio sferzante, declamato da un punto di vista dichiaratamente soggettivo per guardare innocenti con occhi scanzonati, popolani, romaneschi, toccanti. C'è la solita sedia che limita gesto e corpo, la luce di una lampada accanto all'attore perché «i bambini han paura del buio» e c'è il filo delle parole che tiene in equilibrio gli spettatori lungo il viaggio dei tormentoni, dei refrain («io sono morto quest'anno») studiati apposta per ribadire i giochi linguistici cari all'attore romano.
La pecora nera è un viaggio poetico e ironico nella consueta galleria di ritratti, disegnati con le parole dell'amore e del calore umano; un viaggio torrenziale, libero e libertario che si ricompone negli argini del finale dopo aver rotto i confini delle metafore. La parola spesso si svuota di contenuti prevedibili per diventare più interessante nel suo essere ritmo istintivo, accelerato, privo di pause canoniche e zeppo di rintocchi e pulsazioni del cuore.
C'è la forma, dunque, che si rinnova negli innesti di pianoforte e nelle voci originali fuori campo ma c'è anche la contraddizione da sanare di un attore che nella ricerca vuole essere critico nei confronti dell'istituzione ma è contemporaneamente dentro le stesse istituzioni ufficiali teatrali.

Golden Globe, la sorpresa arriva da «Up in the Air»

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Adamo Dagradi



C'è anche Baarìa di Giuseppe Tornatore in corsa per i Golden Globe. Ieri, le nomination hanno sovvertito i pronistici: Up in the Air- Tra le nuvole, la commedia con protagonista George Clooney attesa sugli schermi italiani a partire dal 22 gennaio, ha ricevuto sei nomination. I premi assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association, arrivati quest'anno alla sessantasettesima edizione, sono considerati i più affidabili apripista degli Oscar.
Il musical Nine si è aggiudicato cinque nomination mentre Avatar, l'atteso kolossal fantascientifico di James Cameron, si è dovuto accontentare di quattro. Seguono, con tre chance a testa, Bastardi senza gloria, The Hurt Locker, Invictus, È complicato, Precious e A Single Man dei fratelli Coen.
In corsa come miglior film drammatico troviamo: Avatar, Tra le nuvole, Bastardi senza gloria, The Hurt Locker e Precious. La cinquina di migliori commedie è composta da: 500 giorni insieme, È complicato, Julie & Julia, Nine e dall'esilarante Una notte da leoni. Baarìa, invece, l'ha spuntata ed è in corsa come miglior film straniero. Dovrà fronteggiare Gli abbracci spezzati di Almodovar, Il nastro bianco di Haneke, Il profeta (Francia) e La Nana - The Maid (Cile). I consensi già raccolti da Haneke mettono Tornatore in seria difficoltà.
Tra i film animati: Up, Piovono polpette, La principessa e il ranocchio, Coraline e Fantastic Mr. Fox.
Le nomination come miglior regista vanno a: James Cameron, Clint Eastwood, Quentin Tarantino, Kathryn Bigelow e Jason Reitman. Escludendo il giovanissimo (e favorito) Reitman (Juno), classe 1977, si tratta di un vero scontro tra giganti di Hollywood.
Miglior attore drammatico: Colin Firth, Tobey McGuire, Jeff Bridges (favorito per Crazy Heart), Morgan Freeman e George Clooney.
Migliore attore comico: Matt Damon, Robert Downey Jr, Daniel Day Lewis, Michael Stuhlbarg e Joseph Gordon Lewitt.
Migliore attrice drammatica: Carey Mulligan, Gabourey Sidibe, Sandra Bullock, Helen Mirren e Emily Blunt. Duplice nomination per Meryl Streep nella categoria migliore attrice comica, dovranno vedersela contro di lei Julia Roberts, Marion Cotillard e Sandra Bullock.
Tra i non protagonisti (unendo commedia e dramma), alcuni nomi celebri: Christopher Plummer, Woody Harrelson, Matt Damon (che fa il bis), Penelope Cruz e Julianne Moore. Ma il favorito è Christoph Waltz, il perfido nazista che in Bastardi senza gloria parla quattro lingue.
Salta all'occhio la totale , incomprensibile esclusione di Nemico pubblico, il film di Michael Mann con Johnny Depp, considerato uno dei pesi massimi della stagione. Speriamo sia ricordato dall'Academy per gli Oscar.
Tra le serie tivù da segnalare un esordio al fulmicotone per Glee, con quattro nomination. In coda: 30 Rock, Big Love, Damages, Dexter e Mad Men con tre a testa. True Blood, Dott. House, Hung e The Office hanno due nomination.

Avatar. James Cameron va oltre la fantascienza

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Adamo Dagradi



Avatar, il kolossal fantascientifico che segna il ritorno alla regia di James Cameron, a dodici anni dallo storico successo di Titanic, ha debuttato trionfalmente l'altro ieri sera a Londra.
Un evento affollato di personaggi pubblici e grandi firme della stampa specializzata mondiale che ha innervosito l'autore, la cui riservatezza è proverbiale. Ma come è stato ricevuto il film che dovrebbe cambiare il corso della storia del cinema?
«James Cameron ha dimostrato la propria tesi: è il re del mondo», scrive Kirk Honeycutt sulle pagine dell'Hollywood Reporter, citando la famosa battuta urlata da Leonardo Di Caprio dalla prua del transatlantico maledetto. Il mondo che ha creato è da restare a bocca aperta» continua la recensione, «porta la fantascienza filmica nel ventunesimo secolo».
Empire, la bibbia inglese del cinema, gli concede il raro privilegio delle cinque stelle. Per Chris Hewitt è «ricco, sincero ed emozionante come riescono a esserlo solo i lavori dei più grande maestri».
Per Todd McCarthy di Variety è «il film economicamente e tecnicamente più ambizioso della storia del cinema. Regala uno spettacolo unico e mozzafiato. Un trionfo».
«Il più abbagliante film del decennio... la scena della battaglia finale dura 20 minuti ed è assolutamente incredibile» troviamo scritto sul Sun.
Qualche freddezza da parte del Guardian: «è davvero molto, molto meglio del previsto, è sorprendente e la storia cattura, anche se scade in molti punti». Le poche critiche sono tutte rivolte a certi semplicismi moralistici della trama, che riduce gli invasori umani a cattivi bidimensionali e i nativi alieni a combattenti fieri e puri al servizio di madre natura. Si sprecano i paragoni con il genocidio dei nativi americani, con l'attuale situazione irachena e col Vietnam.
Ottimi, invece, i giudizi sul difficilissimo lavoro degli attori: Sigurney Weaver è in splendida forma e Stepen Lang è un cattivo roccioso e inesorabile (si era già fatto notare nel ruolo di agente dell'F.B.I. in Nemico Pubblico).
Ma l'attenzione è tutta per i giovani Sam Worthington e Zoe Saldana che, per quasi tutto il film, sono trasformati dalla computer grafica e dalla motion capture in alieni blu alti tre metri. Creature vive e credibili alle quali gli interpreti hanno prestato movimenti ed espressioni e i cui occhi, antico dilemma del digitale (incapace di dare vita allo sguardo), sembra siano vivi e vigili come fossero veri.
Una boccata d'ossigeno per Cameron: «Provo soddisfazione e sollievo, ora è nelle mani del pubblico». Riguardo a un pieno di Oscar il regista è cauto: «Sono certo che sarà preso in considerazione per i suoi aspetti tecnici. La statuetta per il miglior film è un'altra cosa, l'Academy è sempre stata fredda nei confronti della fantascienza». In effetti l'unica eccezione alla regola se l'è meritata Il Signore degli Anelli, con le undici statuette vinte da Il ritorno del Re.
Tutti sono d'accordo nel caldeggiarne la visione in 3D, proprio in quanto concepito per regalare un tipo d'immersione che va al di là dei consueti trucchetti da «schermo bucato».

Megan Fox, quando la bellezza vorrebbe essere spaventosa

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Adamo Dagradi



Curve da brivido e brividi di paura da giovedì al cinema con Jennifer's Body, primo e unico horror tutto al femminile di questa stagione. Il genere impone una tradizione: le prime a morire sono sempre ragazze belle, disinibite e non molto intelligenti. Un cliché antico e piuttosto offensivo. Ecco allora intervenire la sceneggiatrice premio Oscar Diablo Cody (Juno), intenzionata « a sovvertire il modello della donna terrorizzata, trasformandola in donna terrorizzante. Creare una storia raccontata da un punto di vista femminile, proponendo alle attrici dei ruoli nei quali non fossero strumentali alle parti maschili. Dopo aver visto tanti horror mi sono resa conto che, di solito, l'unica a sopravvivere è una donna. Ho solo voluto amplificare questo sottotesto femminista».
Assieme alla regista Karyn Kusama, specializzata in storie d'azione tinte di rosa (Girlfight, Aeon Flux) e al produttore Jason Reitman la Cody si è messa in cerca di due protagoniste d'eccezione. La scelta è caduta su Megan Fox, l'eroina dei due Transformers, eletta di recente star più sexy di Hollywood e su Amanda Seyfried, protagonista di Mamma Mia! e del prossimo Letters to Juliet. Nel film sono le amiche del cuore Jennifer e Anita. La prima estroversa e desiderata, la seconda timida e secchiona. La loro vita di provincia prende una brutta piega quando si recano al concerto del gruppo Low Shoulder: il bar prende fuoco, nel panico muoiono otto persone e Jennifer viene rapita dalla band. I rockettari, disperatamente in cerca di fama, hanno deciso di vendere l'anima al diavolo sacrificandogli una vergine. Ma Jennifer, a loro insaputa, ha già accumulato una certa esperienza. Lasciata per morta viene posseduta da un demone e inizia a mangiarsi i maschietti del paese, spinta da un'insaziabile fame cannibalesca. Anita capisce cosa sta succedendo e prova a fermarla, pagandola cara….
Jennifer's Body è una horror comedy al sangue scritta con verve anarchica e girata con brio: sexy, intelligente nella sua riproposizione di tematiche e stereotipi giovanilistici, tagliente nei dialoghi (che il doppiaggio italiano fatica a trasporre). Non diventerà un classico ma sicuramente appagherà i fan di un genere sempre più asservito, almeno nei circuiti ufficiali, a blandi remake. Si citano L'esorcista, Dracula e Lost Boys tenendo, però, la risata e l'analisi su un'amicizia telepatica e finanche morbosa sempre in primo piano. Diablo Cody è una scrittrice fantasiosa ed efficace, soprattutto nel coreografare un linguaggio pop ritmato, volgare e ricco di doppi sensi (sarebbe la compagna ideale di Tarantino). Megan Fox dimostra, finalmente, di saper recitare, anche se l'eroina Seyfried le ruba spesso la scena, lavorando su un ventaglio di emozioni decisamente più ampio. Una comparsata portafortuna del veterano Lance Henriksen (Il buio si avvicina, Aliens) strizza l'occhio al pubblico over 30, forse più adatto a leggere i sottotesti della pellicola degli adolescenti a cui sarebbe dedicata.


Adamo Dagradi

Esercizi di bravura firmati Paolo Nani

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Simone Azzoni



Variazioni sul tempo e sullo spazio. La lettera, fortunato spettacolo di Paolo Nani, è la variazione su un canovaccio semplice: un uomo beve e sputa un bicchiere di vino. Scrive una lettera ma al momento di spedirla ha il dubbio che nella penna sia rimasto l'inchiostro. Lo spettacolo, in scena in un Camploy gremito nell'ambito della rassegna "L'altro teatro" parte da una premessa semplice, condivisa con Esercizi di stile, testo che il francese Raymond Queneau scrisse una sessantina di anni fa, per dimostrare le 99 possibili varianti di una medesima storia.
Di variazioni, l'attore italo danese ne costruisce 15, spaziando da quella volgare a quella senza mani e ancora a quella horror, per non dimenticare quella da cinema muto o quella da circo, fino all'esilarante bis dedicato alla versione freudiana.
Nelle variazioni sul tempo, i ritmi si dilatano negli innesti delle partiture gestuali che frammentano, rendendola irriconoscibile, l'appartenenza al mimo o al teatro fisico. Nelle variazioni sui luoghi, lo spazio del palcoscenico s'allarga alla platea con coinvolgimenti cabarettistici, aperture sui contributi che gli spettatori possono dare ridendo alla valanga di maschere facciali indossate dal versatile interprete.
Le sbavature lungo i tempi delle 15 scenette sono equilibrate dalla perfezione dell'esecuzione ben costruita su una fisicità elastica, dinamica, agile e leggera. Così le dilatazioni di quadretti un po' lunghi (come quello della versione ubriaca o quella senza mani) si compensano nei giochi di precisione che danno eleganza alle posture.
Qui la storia non procede e i punti di vista si moltiplicano annullandosi a vicenda. Ma soprattutto si annulla la vocazione "necessaria" e autoritaria della parola, che è sempre costretta a dire il vero. L'aveva capito Umberto Eco traducendo in italiano il testo di Quenau: la verità è relativa alle mille sfumature che la forma può assumere.

Da barbone a ricco Storia di una rovina

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Vittorio Zambaldo



Dopo otto repliche con il tutto esaurito e ben 3500 spettatori, arriva anche in città al Teatro Stimate di piazza Cittadella questa sera (alle 21) e domani in doppia replica (alle 17 e alle 21) La corte dei strassoni spettacolo prodotto dall'agenzia veronese Àissa Màissa e dall'associazione Le Falìe di Velo, "musical d'autore" di due ore, con 60 minuti di canti originali, scritti e composti dall'autore e regista Alessandro Anderloni.
Fa il suo ingresso nel salotto pulito di Verona una commedia recitata, cantata e ballata «in una città qualunque, un giorno qualunque, di un anno qualunque», come Anderloni colloca la sua creatura per darle quelle note spazio-temporali che ne fanno la storia di tutti.
Perché la vicenda di Bertolin, barbone di una comunità felice di barboni, che scopre di essere beneficiario di una milionaria eredità e che dopo l'insperata ricchezza abbandona la corte e l'amore per cercare altrove la considerazione che avrà solo da tirapiedi prezzolati, è la storia che si ripete immutabile dell'egoismo che genera infelicità, perché «là dov'è il vostro tesoro, sarà anche il vostro cuore».
Anderloni se lo chiede nella presentazione dello spettacolo: «Chi sono questi strassoni? Sono talmente decontestualizzati da poterli identificare con chiunque stia ai margini. Mi piacerebbe che venissero accostati ai barboni che popolano, silenziosi e invisibili, il cuore delle grandi città; ai migranti che, da terre lontane, vengono ad abitare le nostre periferie fatiscenti, a riempirle di suoni e di colori; ai poveri di tutti i luoghi del mondo e di tutti i tempi. Gli strassoni sono intorno a noi, ovunque, tutti i giorni. A noi, dai taccuini gonfi. A noi, dalle pance piene», suggerisce l'autore.
Lo spettacolo è un musical recitato e cantato in dialetto da 15 bravissimi attori non professionisti, allestito su scenografie essenziali di Amaranta De Francisci, con i costumi del mito di una società che consuma e spreca ideati da Chiara De Fant, su coreografie di Franca Bosella, è accompagnato dal vivo da Thomas Sinigaglia (fisarmonica), Fabio Basile (chitarra) e Tommaso Castiglioni (percussioni).
La musica è coinvolgente proprio come l'entusiasmo dei giovani interpreti, che non recitano neanche quando sono costretti a interpretare ruoli da vecchi in una sorprendente capacità trasformista: il "valzer della bottiglietta" della corte diventa il "mambo della scodella e del cucchiaio" quando l'età e gli acciacchi costringono i protagonisti a chiudere i loro giorni nella casa di riposo.
Prenotazione telefonica dei posti allo 045.783.5566. Prevendite al Box Office di via Pallone, 12 e biglietti on line su www.greenticket.it. .

Una strana accoppiata: Renzo Arbore e Bifo band

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A prima vista sembra una strana accoppiata, peraltro accomunata da un approccio positivo, giocoso ed altruista alla vita e all'arte. Lunedì 14 dicembre, al Teatro Filarmonico (alle 21, ad ingresso libero) è in programma una serata intitolata «L'amore e la canzone: tra sacro e profano» di cui saranno protagonisti, in due distinti set, la veronese Bifo band e Renzo Arbore con i suoi Swing Maniacs.
Lo spettacolo sosterrà la Fondazione italiana per la ricerca sulle malattie del pancreas, ambito di cui è specialista di fama mondiale il dottor Claudio Bassi, che è anche cantante, autore, fondatore e anima, da più di quindici anni, della Bifo band.
I biglietti invito per la serata, presentata da Mauro Micheloni, si potranno ritirare alla biglietteria del Teatro Filarmonico, in via dei Mutilati, da dopodomani, mercoledì a venerdì (dalle 15.30 alle 17.30).
Dopo «Niente di nuovo sotto il sole - Canzoni liberamente tratte dal Libro dell'Ecclesiaste», cd con libretto allegato uscito nel 2005 per le edizioni Videoradio, la Bifo Band ha pubblicato quest'anno un nuovo libro - cd, con quattordici canzoni "liberamente tratte dal Cantico dei Cantici", corredate anche in questo caso da un volumetto con relative "Istruzioni per l'uso": ci sono i testi dei brani, quelli originali del "Cantico" da cui le canzoni sono state ispirate, nonché riflessioni e spiegazioni sul materiale trattato, espresse in un linguaggio non certo accademico, com'è tratto distintivo di Bifo. Il cd in questione è arrivato anche nelle mani di Arbore che - inaspettatamente, per lo stesso cantautore veronese - lo ha chiamato personalmente per complimentarsi del lavoro. Da qui la decisione di un concerto in comune.
Con i suoi Swing Maniacs, il popolarissimo showman (autore radiofonico e televisivo, attore, regista, musicista, cantante…) proporrà appunto un repertorio focalizzato soprattutto sulla Swing era italiana, quella di Natalino Otto, Alberto Rabagliati, Gorni Kramer.B.M.

«Rhyth.mix» di eleganza, tecnica e fantasia

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Uno spazio fantastico, a tratti surreale, dove il confine tra il mondo della ginnastica ritmica e quello della danza diventa indefinito, impercettibile, quasi sospeso in un universo a sé stante. Nato dall'idea di unire tecnica atletica ed elementi tipici dell'arte coreutica in un mix di suoni, giochi di luce, immagini e straordinari effetti speciali, Rhyth.mix - che ha aperto, con grande successo, al teatro Salieri di Legnago la rassegna dedicata alla danza - è molto più che una semplice interazione tra tecnica sportiva e danza.
Tutto ciò che da sempre caratterizza la ginnastica ritmica, portata qui ai massimi livelli dalle performance di otto atlete del team della Nazionale Italiana allenata da Emanuela Maccarani, si allinea ad elementi coreografici classico-contemporanei per trasformarsi in un unicum di grande forza espressiva ideato da Barbara Cardinetti, ballerina con alle spalle un titolo di ex campionessa italiana di ritmica. In 19 quadri le atlete-danzatrici si muovono tra cerchi, funi, nastri, palle e clavette trasformando semplici attrezzi nel punto di partenza di uno spettacolo in cui tutto è bellezza e perfetto sincronismo: sia nelle coreografie di gruppo che in quelle singole dove prevalgono le ottime capacità tecniche ed interpretative di Fabrizia D'Ottavio, Sheila Verdi, Giorgia Cafiero e Valentina Giolo.
Fasciate in costumi ginnici o avvolte da lunghi abiti bianchi utilizzati anche come parte integrante di coreografia e scenografia, le danzatrici fondono magicamente i loro movimenti con ritmi, luci ed innovative immagini multimediali: un'alternanza di colore puro ed effetti optical di incomparabile eleganza. Applausi scroscianti per le atlete e per uno spettacolo originale che emoziona e sorprende. E.P.

Bowie,un eccellente debutto alla regia. Ma è il figlio Zowie

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Adamo Dagradi



«Anche se viaggio a centomila miglia all'ora mi sento immobile / ma credo che la mia astronave conosca la strada / dite a mia moglie che l'amo tanto»: cantava il Maggiore Tom in Space Oddity (letteralmente: Bizzarria spaziale) di David Bowie. Correva l'anno 1969, quello dell'Apollo 11 e del primo passo sulla Luna mosso da Neil Armstrong. Il «duca bianco» del rock era agli esordi e già nella sua musica s'intuiva il genio futuro. Qualcosa del suo amore per le fantasmagorie fantascientifiche, tinte di psichedelia, deve essere passato al figlio Zowie Bowie, classe 1971, che nel suo esordio alla regia, firmato col nome d'arte Duncan Jones, ha portato il pubblico proprio sulla luna, entusiasmando la critica d'oltreoceano.
Moon è il titolo, lapidario, del suo film, nelle sale italiane da ieri, preceduto dalla trepidazione dei tanti fan della Science Fiction, rimasti a bocca asciutta troppo a lungo. La pellicola, che pesca a piene mani da precedenti mitici e metafisici come 2001 odissea nello spazio di Stanley Kubrick e Solaris di Andrej Tarkovskij, ha un unico attore protagonista: il bravo e spesso sottovalutato Sam Rockwell (Il genio della truffa, Frost / Nixon). Interpreta l'astronauta Sam, incaricato di governare da solo per tre anni la stazione lunare Sarang (Amore, in coreano), grazie alla quale si estraggono enormi quantità di Elio-3 per dare energia alla terra del futuro. A casa ha lasciato la moglie Tess, incinta di una bambina che si chiamerà Eva. Sua unica compagnia, nella solitudine siderale, è il robot GERTY (la cui voce, nella versione in lingua originale, è quella di Kevin Spacey). Due settimane prima dell'agognato rientro Sam inizia a soffrire di allucinazioni: osserva una bambina muoversi nei corridoi della base e poi stare immobile, senza protezione, sulla superficie lunare. Distratto dalla visione ha un incidente nel quale distrugge il modulo con cui si sposta tra i crateri della Luna. GERTY non vuole più lasciarlo uscire dall'infermeria e inizia a cospirare alle sue spalle coi datori di lavoro terrestri. Quando Sam riesce a recarsi di nascosto sul luogo dell'incidente lo aspetta una sorpresa inquietante: tra i rottami trova un altro Sam, identico a sé, ancora vivo. Clone? Proiezione di una mente disturbata? Il mistero è ben più fitto e letale di quello che si potrebbe supporre. Scritta appositamente perché Sam Rockwell ne fosse il protagonista la pellicola è costata solo cinque milioni di dollari e, per ora, ne ha guadagnati poco più di sette. Girato in 33 giorni negli studi Shepperton di Londra, il film fa uso solo di modellini e tanta, tanta immaginazione, ingrediente mancante in molti produzioni ben più blasonate e costose. «Un film profondo ed emotivo che renderebbe fiero John Wood Campbell. Jr (autore del racconto da cui fu tratto La cosa dall'altro mondo)», ha scritto Roger Ebert sulle pagine del Chicago Sun Times.

Adamo Dagradi

De Fusco e Pagni, Goldoni surreale e l'infedele fedeltà

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Silvia Bernardi



Oltre il garbo e l'apparente bonomia si cela sempre il lucidissimo fustigatore sociale. L'aveva capito Luchino Visconti quando, nel '57, riprese L'Impresario delle Smirne di Carlo Goldoni. Lo conferma il regista Luca De Fusco nel suo allestimento in scena al Nuovo come secondo appuntamento della rassegna "Il Grande Teatro" (ultima replica domenica pomeriggio). L'impianto della commedia non è certo tradizionale e a tratti viene da chiedersi se sia veramente Goldoni. Il testo, se confrontato con altre opere dell'autore veneziano, non sviluppa una trama ben precisa ma rappresenta piuttosto un affresco, un'istantanea sul teatro ostaggio dei capricci degli artisti dove i protagonisti agiscono spinti dal terrore della povertà, legati da un'unica cosa, il denaro.
Al posto degli ironici intrighi che quasi sempre delineano personaggi icona di un'epoca, qui l'autore mette al centro il teatro musicale del Settecento. Sei comici senza arte né parte, si crogiolano nell'illusione di diventare ricchi grazie ad una favolosa tournée in Oriente, alle Smirne. I sei guitti, con i rispettivi protettori, si presentano al facoltoso turco giunto a Venezia per mettere su una compagnia, innescando una gara di maldicenza e ripicche, di tic, di ricatti e trucchetti. In un serraglio di svolazzi e piume tutti vogliono essere scelti in un tourbillon di narcisismo e rivalità che faranno scappare l'impresario e naufragare l'illusione di un lavoro.
De Fusco, pur rimanendo fedele al testo e alla sua impronta sarcastica, ha dato allo spettacolo un taglio trasognato e quasi surreale dove la musica ha un ruolo fondamentale. Le note sono quelle di Nino Rota che rimandano, inevitabilmente, al mondo di Federico Fellini con citazioni da Otto e mezzo, La dolce vita, La strada, curate da Antonio Di Pofi, ultimo assistente di Rota in teatro. Allestimento e recitazione si colorano dunque di lievi accenni felliniani, di un clima e di un gusto da avanspettacolo anni Cinquanta con allusioni agli attori del cinema di allora.
Le virtuose settecentesche, i loro impresari e i poeti di compagnia, richiamano i personaggi del varietà con numeri teatrali sospesi tra l'avanspettacolo e il surreale, tra il gioco e l'astrazione. Lucrezia, la prorompente fiorentina, balla e canta come la protagonista di un musical, Annina, la bolognese tutta curve e ammiccamenti, si improvvisa ballerina di tip tap, Tognina, la veneziana più lingua che talento, gioca di astuzia e di ricatti. Tutte e tre si contendono, a suon di patetica seduzione, il ruolo di primadonna.
Al centro di questo infinito tiro alla fune, c'è l'impresario turco, sensibile al fascino femminile ma insofferente ai battibecchi e alle piccinerie della scalcagnata compagnia di teatranti concentrata più sulle velleità di successo che sulla possibilità di un riscatto economico.
La recitazione mostra accesi toni caricaturali che talvolta sfiorano il macchiettismo. Su tutti spicca Eros Pagni, che dà al ricco turco un fascino divertito e divertente. Gaia Aprea (la petulante fiorentina) torna con convinzione al suo primo amore, il musical, e con le altre due colleghe in scena, Anita Bartolucci (la veneziana Tognina) e Alvia Reale (la bolognese Annina) l'una scaltra e astuta, l'altra svampita e credulona, mostra la verità di Goldoni: in scena, più del canto e del ballo, valgono la scollatura e lo stacco coscia.

Il fantasma di Marilyn Monroe per Leonardo Pieraccioni

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Adamo Dagradi



Leonardo Pieraccioni abbandona le calienti bellezze spagnole e sudamericane, co-protagoniste di quasi tutte le sue commedie, per incontrare un mito. Marilyn Monroe, la più bella, la più triste, la più tragica tra le dive hollywoodiane sarà, infatti, protagonista di Io e Marilyn, nuova avventura firmata dal comico toscano nelle vesti di regista, attore e sceneggiatore (a quattro mani con l'amico Giovanni Veronesi), attesa sui nostri schermi per il diciotto dicembre. Ma cosa lo ha spinto ad evocare lo spirito della divina? Le ragioni sembrano essere, più che altro, commerciali: «Con la Monroe nel mio film esporto la commedia toscana all'estero. L'idea me l'ha suggerita Giovanni Veronesi! Con lei questo film possono capirlo anche in Cina. Spero che Rai Trade, prima che in televisione, provi l'uscita nelle sale, almeno in alcuni Paesi come la Spagna», ha confermato Pieraccioni, ospite delle Giornate Professionali del Cinema di Sorrento, dove sono state presentate alcune sequenze della pellicola. È l'inizio di una nuova strategia concentrata, come mai prima d'ora, sull'estero. Quattro i titoli di Pieraccioni già pronti per una distribuzione estera: Il principe e il pirata, Il paradiso all'improvviso, Una moglie bellissima e Ti amo in tutte le lingue del mondo. Il primo assaggio di globalizzazione lo avranno già a partire da dicembre, quando entreranno nella programmazione di Rai International.
La storia di Io e Marilyn prende l'avvio dalle disavventure del pulitore di piscine Gualtiero Marchesi (Pieraccioni), abbandonato dalla moglie (Barbara Tabita), che gli ha preferito un domatore di leoni (Biagio Izzo). Durante una seduta spiritica i suoi migliori amici, una coppia omosessuale (Massimo Ceccherini e Luca Laurenti), vorrebbero evocare lo spirito di Freddie Mercury ma Gualtiero pensa a Marilyn. Il fantasma dell'attrice, da quel giorno, si trasferisce a casa sua. Gli unici a credere al povero Gualtiero sono un conoscente squinternato (Rocco Papaleo) e uno psichiatra (Francesco Guccini).
Scomodare la Monroe ha richiesto il permesso della fondazione Strasberg, che ha vidimato ogni pagina della sceneggiatura, nel tentativo di evitare che la memoria dell'attrice subisse qualche zingarata. Ad interpretarla c'è la sosia professionista Suzie Kennedy. «Il personaggio è stato rispettato e ricostruito con serietà: abbiamo persino rintracciato la sua parrucchiera di novant'anni. I dialoghi sono stati studiati ed autorizzati da Anna Strasberg, che detiene i diritti della sua immagine. E la somiglianza di Suzie è enorme», puntualizza il regista.
Con o senza supervisione la povera Marilyn è stata cannibalizzata dalla posterità con feroce accanimento.
«La bellissima bambina» (così la chiama Capote nello straziante omaggio che ne fa in Musica per camaleonti) non è riuscita a godere della propria fama, ma ha portato fortuna agli altri.


La Costituzione, una carta «viva»

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Si esce dal Teatro Nuovo con la voglia di andarsi a leggere - ammettiamolo, ha ragione Maria Fiorenza Coppari, "primo motore" dell'idea promossa dall'Università di Verona, quando afferma, ad introduzione dello spettacolo, che si tratta di un testo a tante persone non molto conosciuto - o ben assimilare i 139 articoli della Costituzione. Ed è questa la più immediata dimostrazione di come l'obiettivo alla base dello spettacolo L'alba delle libertà - messo in scena per la "prima" nazionale al Teatro Nuovo davanti ad un pubblico costituito anche da molti studenti – sia stato raggiunto, concretizzandosi in meno di un'ora e mezza di parole, canzoni e immagini ad alto tasso di coinvolgimento. È "teatro didattico", per citare ancora le parole iniziali della Coppari, in linea con la funzione ad ampio respiro dell'ateneo: non solo fornire allo studente solida educazione culturale, ma stimolare anche la formazione di un'etica della persona.
Con l'idea di base che la nostra Costituzione, "la migliore del mondo", non è "piovuta dal cielo", ma è stata la sintesi di "spiriti battaglieri" (i padri costituenti, tra i quali il veronese Guido Gonella; da un suo discorso è tratto il titolo dello spettacolo ed una delle canzoni più "forti" scritte ed eseguite da Marco Ongaro, Per la libertà, chitarra e armonica dylaniane, nel suo tipico, urgente passo espressivo già presente in un suo "classico" come Dio è altrove), e di "voci" antecedenti come Mazzini, Cavour, Cattaneo, Garibaldi, Beccaria.
Ongaro, cui ormai va stretta la dimensione di "semplice" cantautore, è stato capace di coinvolgere i suoi collaboratori sul palco, e condensare in un serrato ma chiaro e stimolante percorso misto (di elementi storici e parabole drammaturgiche contemporaneamente ironiche ed efficaci - molto bravi gli attori Daria Anfelli e Mario Monopoli nelle parti del re e del fool Folial - di canzoni e slogan di immediato impatto nella loro linearità duivulgativa) i princìpi fondamentali, universali e così attuali (di un attualità scottante, a dirla tutta) della Costituzione, riuscendo a farla percepire come una carta viva, anzi carta che canta.
Lo spettacolo, per la regia di Paolo Valerio e momenti di interazione con la platea, ha ricevuto giustamente l'adesione del Presidente della Repubblica, ed è destinato ad essere replicato, in virtù della sua funzione piacevolmente formativa, oltre le mura scaligere. Perché ognuno di noi possa attivamente essere testimone,custode e memoria viva di valori assolutamente inalienabili.B.M.

Un Vergassola incontenibile

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Giuseppe Corrà



«La differenza tra me è voi sta in questo: voi, quando avete bisogno di qualcuno che vi ascolti, andate dall'analista e lo pagate caro. Io, invece, vengo qui, vi racconto i fatti miei e mi pagate volentieri».
Così ha esordito, catturando subito l'attenzione degli spettatori, Dario Vergassola presentando, al Teatro Peroni, lo spettacolo Sparla con me scelto per l'apertura della stagione di prosa,organizzata dal Comune di San Martino Buon Albergo (in collaborazione con altre realtà locali, la Provincia e ArteVen). Poi, per un'ora e venti, da consumato attore e con un carnet ricco di cose da dire, non ha più mollato la presa sfornando con apparente nonchalance, una lunga serie di battute, tanto da non lasciare quasi neppure spazio agli spettatori di ridere e applaudire.
Vergassola ha sfoderato la sua nota ironia liberatoria con sé stesso, con la gente dello spettacolo, con la Chiesa, con il mondo della politica e con quanti, proprio come lui, hanno sempre sofferto, e patiscono tuttora, il complesso di inferiorità a causa della propria bassa statura. Messo da subito in chiaro «di essere un maschio che non esercita», l'attore ha parlato del proprio (del nostro?) rapporto con il mondo femminile cominciando con la madre e la suocera per arrivare alle donne dal cuore affranto a cui, pagando, ha sempre offerto sostegno, ricevendo in cambio solo un grande attestato di benemerenza: «Sei tanto caro», ma non mi concedo a te «per non coinvolgerti inutilmente nelle mie complicazioni sentimentali».
Le battute, ha rilevato l'attore, assai convincenti nella sua performance, sono a portata di mano nella vita quotidiana. Basta saperle cogliere per poterci scherzare sopra con una risata che ci libera dall'ossessione dovuta al continuo confronto con modelli irraggiungibili, spesso patetici come quelli incarnati dalle attrici tutte forme e nient'altro, dai vip sempre abbronzati e perennemente in vacanza, dagli sportivi muscolosi ma con poco cervello e dai tronisti del nulla.
Quando, alla fine dell'esibizione, tra gli applausi convinti del pubblico, gli sono stati offerti i fiori, Vergassola non ha mancato di sfoderare l'ultima battuta: «Veramente, non m'ero accorto di essere già morto!».

«Sweet baby Jesus», location italiane per Melanie Griffith

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Annunciato a Torino «Sweet Baby Jesus». Il film diretto da Steve Bendelack, che nel cast vede anche Melanie Griffith e Pierce Brosnan, sarà girato a Torino e in Piemonte, mentre alcune esterne sono previste in Maryland, negli Stati Uniti. La storia, divertente e dissacrante, parte ai giorni nostri quando un giornalista sulla cinquantina si accinge a raccontare la storia di un uomo in procinto di essere giustiziato. I toni della commedia colorano un racconto universale dove temi come la suggestione collettiva, la condivisione comunitaria degli eventi personali, lo scombussolamento per una nascita, si incrociano con la consapevolezza dell'esistenza della pena di morte, reale fil rouge con la società di 2000 anni fa.
Con un lungo flashback si verrà catapultati negli Anni Settanta, dove Mary e Joe sono due hippy in viaggio per Bethlehem (Maryland), per far visita a Darlene, la madre di Mary, in occasione delle festività natalizie. Lo sconcerto creato dall'inaspettata gravidanza di Mary mette in moto una serie di eventi - favoriti da Eleanor, istituzione cittadina e proprietaria della locale pensione - che porteranno gli abitanti di Bethlehem a credere di essere testimoni di una Natività.
L'uscita nelle sale è prevista per novembre 2010.

Il documentario su Valentino in corsa per l'Oscar

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Il film Valentino «The Last Emperor» di Matt Tyrnauer su Valentino Garavani è entrato nella Shortlist dei migliori documentari che corrono verso l'Oscar. La shortlist dei 15 documentari è stata annunciata ieri dall'Academy. Tra questi 15 titoli il 2 febbraio 2010 verranno annunciati i 5 nominati all'Oscar come Miglior Documentario. Valentino è in Italia per promuovere il film che oggi esce nelle sale e ha commentato così la notizia: «È una notizia straordinaria.. Non so bene come reagire... Sono felice! Anche se ho avuto molti premi dalla Moda, per il cinema sono solo un debuttante. Che dire? Un premio Oscar sarebbe un incredibile coronamento per un imperatore!!!».
Il regista e produttore Matt Tyrnauer ha commentato: «Mercoledì sera abbiamo appreso dalla Motion Pictures Academy che '"Valentino The Last Emperor" era stato selezionato per entrare nella short list per i migliori documentari. La notizia è arrivata proprio mentre stava per concludersi a Milano il party per la première italiana del film: è stata davvero una grande emozione poter brindare con i miei amici italiani per questa bellissima notizia a così poche ore dalla visione del film. Quando ho iniziato a girare non avrei mai immaginato che saremmo andati così lontano».

È l'ora dei vampiri. «Twilight» fa proseliti nel mondo

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Adamo Dagradi



Un mondo nel quale i vampiri hanno preso il potere, sostituendo la notte al giorno ma mantenendo la società come la conosciamo. C'è un problema: hanno quasi esaurito le scorte di cibo. I pochi umani sopravvissuti vengono allevati come bestiame o sono alla macchia, organizzati in gruppi "terroristici". Anche i non-morti sono divisi: c'è chi vorrebbe salvare quello che resta dell'umanità e chi propone di globalizzare la cattività dei vivi, costringendoli a riprodursi come animali da fattoria.
Un incubo? No, è la premessa fanta-horror di "Daybreakers", il nuovo film dei fratelli australiani Peter e Michael Spierig (quelli del demenziale "Undead", 2002), il cui trailer è sbarcato su MTV con ben quattro mesi d'anticipo sull'uscita Italiana (19 marzo). La strategia è chiara: in contemporanea con il varo della corazzata "Twilight: New Moon" tutto ciò che ha i denti a punta è moda, meglio quindi portarsi avanti. Cresce così l'attesa, soprattutto tra i fan del brivido, per questo film piccolo (21 milioni di dollari di budget) ma ricco d'inventiva, il cui cast vanta i nomi di Willem Dafoe, Ethan Hawke e Sam Neill.
Ma la vampiro-mania imperversa ormai da anni senza accennare a spegnersi: Edward Cullen e Bella Swan ne saranno anche i portabandiera per le nuove generazioni ma ce n'è veramente per tutti i gusti.
Oltre a "Daybreakers" sono attesi nelle sale, nei prossimi mesi, "Cirque du Freak: The Vampire's Assistant" e il coreano "Thirst". Su Fox dall'11 novembre va in onda la seconda brillante stagione della serie tivù "True Blood". Anche qui si tratta di una saga tratta da un serial letterario: quello di Charlaine Harris dedicato a "Sookie Stackhouse" e ai suoi "Misteri del sud".
Produzione HBO, qualità cinematografica, un clima a cavallo tra commedia grottesca e horror, ettolitri di sangue e erotismo a go-go. Al centro la storia d'amore tra la cameriera Sookie, in grado di leggere la mente e il vampiro Bill, reduce della Guerra di Secessione. Nel mondo di "True Blood" i vampiri hanno fatto outing: sono venuti allo scoperto, bevono sangue sintetico in bottiglia (da scaldare nel microonde e con etichette diverse a seconda del gruppo sanguigno) e sono vittime del razzismo, anche se sanno difendersi bene…
Denti a punta, ma con un cuore d'oro, nel telefilm inglese "Being Human", mentre quello americano "The Vampire Diaries" è una sorta di "Beverly Hills 90210" incontra Dracula. Entrambi sono ancora inediti in Italia.
Il fascino del vampiro, mostro sensuale e bohemien per eccellenza, non ha mai smesso di fare presa sul pubblico, soprattutto quello dei teenager. I tempi in cui si trattava di creature senza rimorso, quelle nate dalle penne di Stoker e Le Fanue e ritratte da Murnau, sono distanti. Sebbene una corrente sotterranea di pura malizia e ripugnante feralità continui a scorrere: pensiamo al romanzo "Io sono leggenda" (1954), a "Dal tramonto all'alba" (1996) di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez o, ancora, al recente "30 giorni di buio", il vampiro è diventato sempre più "umano". Ha iniziato Kathryn Bigelow con "Il buio si avvicina" (1987), seguita da Coppola con "Bram Stoker's Dracula" (1992) e da Neil Jordan con "Intervista col vampiro" (1994), per poi attecchire in tivù ("Buffy") e sul grande schermo ("Blade", "Underworld"). Fumetti e giochi ruolo hanno chiuso il cerchio, trasformando un'antica paura nella razionalizzazione degli impulsi più morbosi e nichilisti dell'adolescenza.


Lo scoppiettante girotondo del «Birraio»

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Betty Zanotelli



«Era una notte veramente scantusa». Il suggestivo linguaggio, creato dall'estro di Andrea Camilleri e poi "esploso" nei libri incentrati sul suo personaggio più osannato, il commissario Montalbano, già compare ne Il birraio di Preston, romanzo che ha avuto parecchia fortuna. Analogamente, lo scenario rimane invariato e quindi tutto si svolge nell'immaginaria cittadina di Vigata. La trasposizione in prosa di un'opera letteraria è operazione sempre rischiosa; in questo caso il compito è facilitato dal fatto che l'autore del libro è lo stesso che firma (assieme al regista dell'allestimento, Giuseppe Dispasquale) anche l'adattamento teatrale. Così, lo spettacolo che ha inaugurato al Nuovo, tra i calorosi applausi di un folto pubblico, la 24a edizione del Grande Teatro, ha come primo elemento la fedeltà al testo originario, con ogni capitolo introdotto dalla voce fuori campo dello stesso Camilleri. Così, a poco a poco, il libro prende forma sul palcoscenico grazie a uno spettacolo gradevole, ben recitato ma con qualche eccesso.
Alla base dell'intreccio c'è il putiferio che si scatena attorno a un futile motivo: l'ostinazione del prefetto a far rappresentare nel teatro di Vigata, contro il parere della popolazione, Il birraio di Preston, oscura opera lirica di tale Luigi Ricci. Ben resto la querelle, da semplice bega di paese, assume contorni inaspettati e drammatici con tanto di incendio del teatro e tre omicidi. Tutto ciò, però, non inficia l'atmosfera che aleggia attorno allo scoppiettante girotondo di personaggi in scena; una giostra umana che vive di ironia e paradossi e che si muove dentro quel meccanismo di "teatro nel teatro" che si manifesta sin dalle prime battute.
La girandola di situazioni - alla principale si aggiungono molteplici tasselli corrispondenti ad altrettante figure (dalla vedova inconsolabile di un marinaio ai mafiosi reali o presunti all'esercito) - trae ulteriore linfa dalla colorita contaminazione linguistica (al siciliano si affiancano brandelli di veneto, lombardo, piemontese, sconfinando nel tedesco) di un affresco corale ben recitato (lodi a tutto lo Stabile di Catania, menzione particolare a Giulio Brogi, Sebastiano Tringali e Mariella Lo Giudice) e soprattutto ben orchestrato grazie a una regia che ha il merito di non interrompere mai una divertita tensione.
Il primo pregio di un allestimento che si traduce in una sorta di scoppiettante gioco teatrale, resta però la scenografia che nei continui mutamenti e nei colori che la vivificano, conserva un forte impatto visivo. L'impressione finale è quella di un'operazione indovinata dal punto di vista della forma, meno da quella dei contenuti: l'accumulo di storie e personaggi talora risulta dispersivo e un po' farraginoso.

Betty Zanotelli

America e Cina, duello frontale per «La battaglia dei tre regni»

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Adamo Dagradi



USA e Cina, l'aquila e la tigre, concilianti al tavolo della diplomazia ma in guerra sul grande schermo. In coincidenza dell'incontro a Pechino tra Barack Obama e il presidente Hu Jintao, per ora fruttuoso sia riguardo all'invito al dialogo con il Dalai Lama che alla politica internazionale nei confronti dell'Iran, la superpotenza orientale si prepara a una pacifica invasione degli schermi americani.
"La battaglia dei tre regni", il kolossal in costume diretto da John Woo, arriverà oltreoceano il prossimo fine settimana, forte di incassi che, in patria, hanno superato quelli di "Titanic". Si tratta di una versione tronca del kolossal (l'originale è diviso in due parti per un totale di 280 minuti di durata), molto simile a quella proiettata in Italia a partire dal 23 ottobre scorso. Da noi, la pellicola, ancora presente in alcune sale, ha racimolato la cifra dignitosa ma non elettrizzante di 983.000 euro. Le previsioni per gli USA, sono più rosee anche se, visto l'antico sciovinismo del pubblico medio statunitense, forse non all'altezza delle aspettative del regista. Certo: con 80 milioni di dollari di budget è una bella scommessa per Woo, tornato a casa dopo sedici anni di compromessi hollywoodiani non sempre felicissimi.
"In Cina, come in Europa, è il regista ad avere il controllo assoluto, l'ultima parola su tutto. In America sono i produttori e le star protagoniste, una cosa a cui non ero abituato e che mi è pesata moltissimo": ha dichiarato commentando i suoi film a stelle e strisce per la testata "Entertainment Weekly". E, infatti, con l'eccezione di "Face/Off", "Senza Tregua", "Broken Arrow", "Mission Impossible II", "Windtalkers" e "Paycheck" lo hanno trasformato da eroe di Quentin Tarantino (in "Una vita al massimo", prima sceneggiatura del papà delle "Iene", veniva proiettata una scena di "A Better Tomorrow") e portavoce di una nuova cinematografia in uno dei tanti artigiani della Hollywood usa e getta. Lui, nel frattempo, pianifica di trovare finalmente una dimensione anglofona con un remake del suo celebre "The Killer". Visto il successo di "Kill Bill 1 & 2" avrebbe fatto meglio a convincere i distributori americani a mantenere il doppio format della "Battaglia dei tre regni", al posto di permetterne un massacro tutto occidentale a colpi di forbice.
La moda dell'epica cinese in costume, spesso tinta di fantasy, è iniziata in occidente col successo di "La tigre e il dragone" (2000) di Ang Lee. Da lì è stato tutto un susseguirsi di elegantissime acrobazie: "Hero" (2002), "La foresta dei pugnali volanti" (2004) e "La città proibita" (2006) hanno consegnato a Zhang Yimou, più noto ai cinefili d'essai per i capolavori intimisti "Lanterne Rosse" e "La storia di Qiu Ju", la palma di maestro indiscusso del genere. Un testamento alla versatilità e alla perizia tecnica dei registi orientali: qualità purtroppo non condivise dai colleghi italiani che, se escludiamo i tonfi di "I cavalieri che fecero l'impresa" e "Barbarossa", non sembrano interessati a favolizzare il nostro passato remoto per farci sognare un po'.

«2012», la fine del mondo fa arricchire i botteghini

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Adamo Dagradi



Com'è possibile che la fine del mondo metta allegria? Macabro ma vero, soprattutto quando a ritrarla è il regista tedesco, naturalizzato americano, Roland Emmerich. Per lui, dopo Independence day e The day after tomorrow, è diventata un hobby assai redditizio. L'attesa per 2012, la sua nuova incursione nel genere catastrofico, era alta e il successo scontato ma, come dimostrano le prime cifre arrivate dai botteghini internazionali, nessuno poteva prevedere un «botto» simile. Costato la cifra oltraggiosa di 200 milioni di dollari il film, al suo primo fine settimana di programmazione mondiale, ne ha già incassati 225. Una prestazione da atleta olimpionico: in Italia, dove è stato seminato in 532 sale, ha guadagnato 5 milioni di euro in cinque giorni. È il miglior debutto di un titolo non appartenente a saghe già rodate (ad esempio Harry Potter) di sempre. Ma a giocare con le cifre si rischia di provare tutto e il suo contrario: ogni anno si verificano «fenomeni» del genere, con record battuti, kolossal su kolossal, a velocità impensabili fino a vent'anni fa.
La corsa di 2012, inoltre, ha davanti a sé un ostacolo insuperabile: l'uscita di Twilight: New Moon. Il secondo capitolo degli amori vampireschi di Stephanie Meyer ha già venduto, in prevendita, più biglietti di ogni altro film della storia recente. Il suo successo, visto l'appeal sui teenager, è però più facile da interpretare di quello scanzonatamente nichilista di 2012. Resta da vedere come vogliamo giustificare il rapporto tra un vampiro di 108 anni e una ragazzina di 17: roba da far impallidire l'Italia degli scandali governativi.
Comunque vada Emmerich può dormire sonni tranquilli: la sua apocalisse va a gonfie vele, e naviga più arzilla fuori dagli Usa (65 milioni contro i 160 del resto del mondo). Forse gli americani, con una guerra sulle spalle e le immagini dell'11 settembre ancora stampate nella memoria, sono stufi di vedere crolli ed esplosioni. Ma per noi italiani, frustrati, precari, immersi nelle piogge novembrine, vedere il pianeta rovesciato come un calzino è quasi un sollievo: è l'inversione della tesi elliotiana secondo la quale il mondo «finirà con un gemito, non con uno schianto». E che schianto! Casca pure il Papa, a faccia in giù, con tutta San Pietro, schiacciando un presidente del Consiglio in preghiera.
È una catarsi collettiva: l'estrema conseguenza delle frustrazioni borghesi che esplodevano in Fight club dove i protagonisti «volevano distruggere tutte le cose belle che non avrebbero mai avuto». Fu così per Armageddon (1998), 553 milioni di dollari; Independence day, 746 milioni; Deep impact, Titanic e tanti altri. Con il valore aggiunto che, prima della fine, la linea grigia tra eroismo e malvagità scompare: crepano i cattivi e i buoni ma i secondi sono uniti come non mai. È la filosofia del catastrofico: un giorno da leoni prima che finisca la volgare sciarada dell'umanità.


La fiaba di Oro blu insegna ai piccini il valore dell'acqua

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Elisa Albertini



Ha debuttato al Filippini, in "prima" nazionale, all'interno della rassegna "Famiglie a teatro" la nuova produzione di Fondazione Aida, Il mistero dell'acqua scomparsa. La rappresentazione, ispirata al libro scritto da Laura Walter e illustrato da Benedetta Pasetto, riadattata e diretta Silvia Barbieri, strizza l'occhio ai più piccoli cercando di coinvolgerli attraverso la narrazione di una fiaba sul tema del risparmio idrico. La messinscena è inserita in un progetto educativo (realizzato da Fondazione Aida in collaborazione con Coca-Cola HBC) in procinto di partire per una tournée che toccherà oltre 30 città per un totale di 60 repliche in tutta Italia.
La fiaba racconta la storia della principessa Oro blu, ovvero l'acqua, la cui salute, con il passare del tempo, diventa sempre più cagionevole. A correre in suo aiuto, il fidato collaboratore Venceslao Vapor che, prese le sembianze di un investigatore privato, osserva le cattive abitudini di tre ragazzini, abituati dai genitori a sprecare l'acqua in modo inconsapevole. Chiusi i rubinetti, il valido aiutante di Oro blu analizza insieme ai tre bambini le loro azioni sconsiderate e li invita a comprendere la gravità dei loro gesti e a capire l'importanza di questa preziosa risorsa.
L'atmosfera cristallina, la purezza delle luci, i giochi delle trasparenze e le musiche onomatopeiche, consentono in maniera semplice e fantasiosa di coniugare la valenza didattica educativa di un tema così importante con quella dell'avventura e del divertimento. Applausi per i tre attori, Marta Zanetti, Fabio Slemer e Marco Zoppello che, attraverso un linguaggio semplice ma allo stesso tempo raffinato, hanno catalizzato l'attenzione dei piccoli spettatori, facendoli riflettere sulle loro abitudini quotidiane e sul tema del risparmio idrico. È proprio vero che giocando si impara.

Il ChINEMA che fa paura

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La Chimica, macchina immaginativa non omologata, propone/dispone/impone quattro domeniche di film terrorifici/inquietanti/visionari:

IL ChINEMA CHE FA PAURA

Immersi ogni giorno negli ordinari orrori padani, non facciamoci prendere dalle depressioni domenicali, non terrorizziamoci in solitudine… film, radio documentari, thè, torte, degustazioni di vini e prelibatezze varie preparate dal celeberrimo staff dei Fornelli Ribelli… dalle ore 17 presso il circolo Pink, via scrimiari 7, Veronetta, Verona.

Domenica 22 novembre 
Ore 17,30 - LA GIUSTA DISTANZA di Carlo Mazzacurati.
Con Giovanni Capovilla, Ahmed Hafiene, Valentina Lodovini, Giuseppe Battiston, Roberto Abbiati, Natalino Balasso.
Durata 106 min. - Italia 2007.

Ore 21,00 - BE KIND REWIND di Michel Gondry con Jack Black, Mos Def, Danny Glover, Mia Farrow, Melonie Diaz, Irv Gooch, Chandler Parker, Arjay Smith, Gio Perez, Basia Rosas, Amir Ali Said, Sigourney Weaver.
Durata 98 min. - USA 2007.

Domenica 29 novembre
Ore 17,30 - IL RESTO DELLA NOTTE di Francesco Munzi con Sandra Ceccarelli, Aurélien Recoing, Stefano Cassetti, Laura Vasiliu, Victor Cosma, Constantin Lupescu, Teresa Acerbis, Susy Laude, Valentina Cervi, Corrado Invernizzi.
Durata 100 min. - Italia 2008.

Ore 21,00 - REC di Jaume Balagueró, Paco Plaza con Manuela Velasco, Ferrán Terraza, Jorge Yamam, Pablo Rosso, Carlos Lasarte, David Vert, Jorge Serrano, Vicente Gil, Martha Carbonell, Carlos Vicente.
Durata 85 min. - Spagna 2007.

Domenica 13 dicembre
Ore 17,30 - LA ZONA di Rodrigo Plà con Maribel Verdù, Daniel Gimenez Cacho, Carlos Bardem, Daniel Tovar.
Durata 92 min. – Messico 2007.

Ore 20,30 inizia - LA NOTTE DEI VAMPIRI (certo non il peggio che ci potesse capitare!)

Ore 20,30 - LASCIAMI ENTRARE di Tomas Alfredson con Kåre Hedebrant, Lina Leandersson, Per Ragnar, Henrik Dahl, Karin Bergquist, Peter Carlberg.
Durata 114 min. - Svezia 2008.

Ore 22,30 - PERFECT CREATURE di Glenn Standring con Dougray Scott, Saffron Burrows, Leo Gregory, Scott Wills, Stuart Wilson, Craig Hall.
Durata 88 min. – Nuova Zelanda/ Gran Bretagna 2006.

Domenica 20 dicembre
Ore 17,30 - DISTRICT 9 di Neill Blomkamp con Sharlto Copley, David James, Jason Cope, Vanessa Haywood, Marian Hooman.
Durata 112 min. - USA 2009.

Ore 21,00 - LOUISE MICHEL di Benoît Delépine, Gustave de Kervern con Yolande Moreau, Bouli Lanners, Robert Dehoux, Sylvie Van Hiel, Jacqueline Knuysen, Pierrette Broodthaers, Mathieu Kassovitz.
Durata 90 min. - Francia 2008.

I «Fenomeni» di Crozza tra satira e sberleffo

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Simone Azzoni



Tutto esaurito all'Astra di San Giovanni Lupatoto per la "prima" della stagione teatrale 2009-10. Va a segno, dunque, la scelta dell'organizzatore Ugo Massella che dedica il cartellone di quest'anno al volontario Ettore e allo scrittore Dino Coltro. Un riconoscimento, questo, che mal sopporta l'invasione di campo di Maurizio Crozza che inizia lo spettacolo Fenomeni sovrapponendosi al pio ricordo sollecitato da Massella per i due amici scomparsi.
Inizia dunque in modo antipatico uno spettacolo che, nella prima mezz'ora, ha i ritmi che inciampano sul leggio in scena cui troppo spesso ricorre Crozza per rammendare i pezzi delle gag iniziali. Sono intermezzi che spezzano il tempo con un intercalare standard («Bello il pubblico di San Giovanni Lupatoto»), pensato su misura delle tappe della tournée. Sono tasselli del "già sentito" puzzle descrittivo, cucito addosso all'immancabile Berlusconi.
In teatro ci sarebbe l'occasione per uscire dal percorso "già cavalcato dai colleghi". Invece no, si sentono ancora una volta le battute sulle escort, sull'altezza del premier, sulla sua presunta divinità ed eternità, sull'uso disonesto di legge e giustizia. Crozza non è Beppe Grillo e nemmeno Daniele Luttazzi. Il suo posto in tivù, rimane ben saldo se il coltello non affonda. Gli scossoni al sistema sbeffeggiato non arrivano. Certo, la par condicio è rispettata con i dovuti distinguo e anche la sinistra dei Marrazzo, Prodi, Veltroni va a disegnare un'Italia moralmente disastrata. Ma niente cinismo, niente massacro. Il pubblico ride e il comico si conferma nella sua posizione mediana: tra satira di costume e prevedibile sberleffo della politica.
Ci si indigna sull'immoralità dei nostri governanti, ci si stupisce (per fortuna) ancora della distanza siderale tra i loro predecessori illustri; si ascoltano le hit parade delle scemenze della Santacchè, ma lo sdegno è altra cosa. Quando la rabbia potrebbe diventare violenza verbale, Crozza ripiega sul populismo invitando il pubblico a un "va a casa" (versione morbida dei "vaffa" del suo conterraneo) rivolto ai pluripagati politici del governo italiano.
La seconda metà dello spettacolo è la galleria dei suoi riconoscibili personaggi, a cui si aggiunge un Giorgio Napolitano alle prese con i quotidiani del mattino. Sul palco, senza soluzione di continuità, appaiono i medaglioni dell'architteto Fuffas e di Zichici e poi i camei cantati con Andrea Zalone, in scena con il musicista Silvano Belfiore, dedicati ad Apicella e a Tenco che ci ricorda che «l'artista assomiglia all'uomo tipico del nostro tempo, soffre anche lui del mito "della personalità"».

Coppola, l'implosione intimista di un genio che invecchia

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Adamo Dagradi



Esplosione e implosione. È ciò che è successo a Francis Ford Coppola: il regista che ci ha regalato «La conversazione», «Il Padrino», «Il Padrino parte II» e «Apocalypse Now», uno dei giganti di Hollywood, capace di pensare in grande e rischiare tutto per realizzare le sue visioni, si è chiuso in un guscio e non ne vuole più uscire.
Non è successo all'improvviso: dopo un «Dracula» (1992) ultraromantico e travolgente, attese quattro anni per sfornare «Jack», modestissimo viatico per il talento di Robin Williams. Poi «L'uomo della pioggia» (1997), diretto più dai produttori che da Coppola, seduto col broncio sul sedile posteriore. Infine un silenzio durato dieci anni.
La rinascita del 2007, con«Un'altra giovinezza», è controversa: un film di grande eleganza formale, budget minuscolo, ermetico fino all'impermeabilità.
Coppola, ora produttore di se stesso in progetti piccoli e personali, sostiene di aver ritrovato l'entusiasmo dell'adolescenza. Ma è una gioia troppo intima, che i nuovi film non vogliono condividere col pubblico. Venerdì arriverà nelle sale «Segreti di famiglia», il cui titolo originale è «Tetro» ed è stato cancellato dai distributori italiani, comprensibilmente terrorizzati.
In questa nuova pellicola i coloro ambrati e i toni esoterici di «Un'altra giovinezza» hanno preso il largo, sostituiti da un bianco e nero limpido ed evocativo, un sonoro avant-garde (i rumori di fondo sono spesso esclusi allo scopo di creare una sospensione onirica) e tematiche più personali. Il regista ha paragonato «Un'altra giovinezza» e «Tetro» a «I ragazzi della 56a strada» e «Rusty il selvaggio» ma, a parte la dicotomia colore - bianco e nero, altre similitudini restano misteriose (in «Tetro» si parla di rapporto tra fratelli, come in «Rusty», ma in termini assai diversi).
Il diciassettenne Bennie (Alden Ehrenreich, definito il nuovo Leonardo DiCaprio) viaggia fino a Buenos Aires alla ricerca del fratello maggiore Tetro (Vincent Gallo), diventato poeta maudit incapace di terminare le opere a causa di traumi d'infanzia. Entrambi sono cresciuti schiacciati dal padre musicista, dispotico e invadente (Klaus Maria Brandauer). Materiale semi-autobiografico, per il regista, che proietta nella figura del capofamiglia sia quella del proprio genitore (il compositore Carmine Coppola) che se stesso.
Il resto sono languori sudamericani, silenzi, sensualità da tangheiros: stilemi così abusati da farci credere che Coppola abbia ritrovato sul serio l'adolescenza. Quel periodo confuso degli amori troppo facili, con Baudelaire in tasca e il sentirsi tanto intellettuali davanti al bianco e nero.

Il sorriso di Salieri in un Mondo di donne al potere

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Cesare Galla



Per capire come andasse il teatro musicale a Vienna sul finire del '700, passato il "tornado" di nome Mozart, non c'è forse occasione migliore del Mondo alla rovescia di Antonio Salieri, che sarà al Filarmonico da venerdì prossimo per cinque rappresentazioni e che l'altra sera ha debuttato trionfalmente a Legnago, la città natale del compositore, in prima esecuzione nei tempi moderni.
Scomparso repentinamente il musicista che aveva rivoluzionato il "dramma giocoso" in tre sole mosse; messo fuori gioco dagli intrighi di teatro e di corte il suo librettista (Lorenzo da Ponte), alla metà dell'ultimo decennio del secolo XVIII la vita operistica della capitale dell'Impero poteva dirsi improntata a una intelligente routine, dominata da un autore di alto livello come Salieri, perfettamente consapevole di quanto le cose fossero cambiate nel giro di pochi anni.
In questa situazione poteva tornar buono anche un vecchio soggetto librettistico di Carlo Goldoni, musicato già quasi mezzo secolo prima da Galuppi e poi anche da Paisiello, e "riciclato" per l'occasione dal poeta bellunese (di Longarone) Caterino Mazzolà: una storia caricaturale e paradossale (almeno a quell'epoca…) nella quale i ruoli tradizionalmente tipici degli uomini diventano cose da donne e viceversa. In pratica, oltre al fatto che le "arti militari" passano all'ex gentil sesso, mentre all'ex sesso forte non resta che trastullarsi con la moda o la cucina, il nocciolo della questione sta ovviamente tutto nel rovesciamento dei comportamenti dal punto di vista amoroso: chi seduce, anche un po' sbrigativamente, sono le donne e agli uomini non rimane che sostenere il gioco esercitando astuzia e malizia.
La storia non piacque più di tanto, a Vienna nel gennaio 1795: forse per qualche sorriso compiaciuto e salace di troppo da parte di Mazzolà (versificatore quasi "automatico" ma di scorrevole efficacia), forse perché il grottesco aveva poco corso sulle scene e nel gusto corrente. Fatto sta che Il mondo alla rovescia scomparve subito, nonostante la partitura di Salieri sia ammirevole per aggiornata eleganza formale, pur con qualche limite di inventiva. La struttura della nuova opera buffa, quella che aveva preso piede dal 1780 in poi, è largamente rispettata specialmente nei finali d'atto, ampi e articolati secondo la lezione iniziata da Da Ponte ed esaltata da Mozart. Piuttosto, Salieri non sfrutta a fondo i numeri d'insieme (duetti, terzetti, quartetti), preferendo ad essi - secondo tradizione dell'opera seria italiana - la successione delle arie solistiche (quella sentimental-militare nel primo atto della Colonnella, con tromba obbligata e coloratura vocale spinta, è un piccolo capolavoro).
D'altra parte, è vero però che il momento clou del Mondo alla rovescia consiste nell'ampia scena di seduzione e di inganni incrociati all'inizio del secondo atto, basata praticamente su un doppio duetto con il personaggio del Conte a fare da "fulcro" (è lui che rimane sempre in scena) e le due "pretendenti", la Colonnella e la Generala, che si alternano nel dialogo. Si assiste qui all'improvviso irrobustimento della drammaturgia, che nasce dall'abile articolazione scenica e si nutre di molti registri espressivi intorno al tema dell'amore rifiutato e bramato, non senza regalare piccole perle strumentali (l'inganno nasce grazie a una Serenata per strumenti a fiato fatta suonare in giardino). E quello della saporosa tavolozza timbrica è un altro dei "caratteri" di quest'opera, in cui Salieri mostra di sapere uscire dallo schematismo di maniera del Classicismo e mostra al meglio il suo caratteristico stile che sintetizza gusto italiano e viennese.
A Legnago, nell'ambito del Salieri Opera Festival che la Fondazione culturale intitolata al musicista tenacemente propugna, il direttore Federico Maria Sardelli - autore anche dell'edizione per l'esecuzione insieme a Bernardo Ticci - ha dato brillante risalto a queste caratteristiche della partitura, offrendone una lettura spigliata, molto contrastata e rigogliosa, dai tempi vivaci, seguito quasi sempre con adeguato smalto dall'orchestra della Fondazione Arena.
In scena una compagnia attenta e tutto sommato equilibrata, con Maria Laura Martorana e Patrizia Cigna in discreta evidenza nei ruoli belcantistici della Marchesa e della Colonnella. Gustoso il buffo Marco Filippo Romano, travestito da Generala , non particolarmente incisivo Maurizio Lo Piccolo come Conte, precisi e musicali Rosa Bove (l'Ajutanta maggiore) ed Emanuele D'Aguanno (Amaranto). Divertito e partecipe il coro istruito da Marco Faelli.
Spettacolo lucido ed essenziale, delineato dal regista Marco Gandini in equilibrio fra i registri del sentimentale e del grottesco; interessanti le scene di Carlo Centolavigna, con il gioco di riflessi e trasparenze di due grandi schermi a pannelli, banali i costumi caricaturali di Silvia Aymonino.
Successo senza ombre, con ripetute chiamate per tutti i protagonisti. Coprodotto dalla Fondazione Arena, lo spettacolo si trasferisce ora a Verona, con rappresentazioni il 20, 22, 24, 26 e 28 novembre.

«Twilight», con la Luna nuova i vampiri riempiranno le sale

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Adamo Dagradi



Arrivano i vampiri. Ancora. I non morti, negli ultimi anni, vanno di moda più dei vivi: e poi ci stupiamo di vedere tanti goth e tanti emo tra i nostri adolescenti.
Dopo il rewind romantico e parabolico di Coppola del 1992 abbiamo avuto i languori di «Intervista col vampiro», la trilogia di «Blade» e quella di «Underworld».
E ancora: «Cronos», «The Hamiltons», «Buffy», «30 giorni di buio» e chi più ne ha più ne metta. Cos'hanno, allora, i vampiri di «Twilight» che manca agli altri? Sono giovani (o meglio sembrano giovani), sono belli e sono innamorati di fanciulle introverse e problematiche. Delle liceali di oggi, insomma: spesso figlie di divorziati, quasi sempre confuse e rabbiose.
Ecco perché, in vista dell'uscita mercoledì di «Twilight: New Moon», secondo capitolo della saga che ha rubato a «Harry Potter» il trono delle attese, i giovanissimi (soprattutto in gonnella), già stanno organizzando feste, veglie e inutili code. In Italia, poi, l'isteria ha una ragione in più per ribollire: l'estate scorsa il set è volato a Volterra. Al Festival del Film di Roma, per festeggiare, sono arrivati pure gli sbandieratori. Italia da cartolina: cosa vediamo nella scena Toscana? Una processione religiosa. Impressionanti i dati della distribuzione: il film sarà in 700 sale.
Avevamo lasciato Bella Swan innamorata del vampiro Edward Cullen. Abbracci rubati tra i paesaggi lugubri e umidi del grande nord americano. Li ritroviamo ancora più innamorati, anche se diretti con stile più prosaico da Chris Weitz, che sostituisce l'occhio felice e maturo della veterana Catherine Hardwicke. C'è un problema: uno dei fratelli della famiglia allargata di Ed (i Cullen sono un po' come gli Addams, ma molto più cool e senza "mano"), cerca involontariamente di mordere Bella, che si è tagliata aprendo il regalo di compleanno.
Edward decide che questa relazione potrebbe mettere in pericolo la ragazza e così i Cullen se ne vanno, lasciandola depressa e neanche tanto al sicuro. Lei scopre che attività adrenaliniche (come correre in motocicletta) le permettono di entrare in contatto telepatico con Ed. Nel frattempo cresce l'amicizia con l'amico d'infanzia Jacob, che vive nella riserva indiana e si scopre essere un lupo mannaro. Buono, per fortuna. Tanto da proteggerla con la sua tribù da alcuni vampiri in cerca di vendetta. A causa di un equivoco telepatico (è un po' come col cellulare quando si ha il segnale basso) Ed si convince che Bella ha perso la vita. Allora va a Volterra a farsi ammazzare dai Volturi. Lei viene a saperlo e, forse, lo salva, ma dovrà pagare un prezzo molto alto.
Torna il cast intero coi nuovi sex symbol Robert Pattinson e Kristen Stewart (da non perdere il dolce «Adventureland» che la vede protagonista in un contesto meno fantasy e più umano). Torna Taylor Lautner nel ruolo di Jacob: volevano licenziarlo perché troppo magro e lui si è palestrato più di De Niro in «Cape Fear».
Si aggiungono l'ottimo Michael Sheen (dopo le umiliazioni di «Underworld» e il successo di «Frost/Nixon» ci vuole un grande professionista per rifare una fantasy) e i giovani Cameron Bright e Charlie Bewley. Un piccolo ruolo anche per Dakota Fanning. Nessuna scommessa sull'esito al botteghino: un tripudio annunciato.

Adamo Dagradi

Vancol: Questa "Seconda pelle" è ricca di ironia

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Gianni Villani



Hans Camille Vancol è il regista e il coreografo del balletto Seconda pelle, nuova produzione della Fondazione Arena, che oggi (alle 17) si congeda dal teatro Filarmonico. In perfetto italiano, l'artista canadese di origini haitiane confessa di avere sempre ritenuto «l'Italia un posto favoloso e ideale dove abitare, anche se il sistema ogni tanto mi uccide».
«Per questo», continua, «mi sono trasferito a Verona, dove vivo dal 1990. Ho danzato al Filarmonico come ballerino ospite ne La follia di Orlando di Giuseppe Carbone e da allora ho cominciato ad amare questa città. A dire il vero, la conoscevo già perché ero stato al Teatro Romano, qualche anno prima, con il Balletto di Ginevra.
A cosa si deve il suo ripescaggio da parte della direttrice Maria Grazia Garofoli?
In qualche modo, ci siamo sempre incrociati. Lei mi vedeva spesso alle sue lezioni, io conoscevo il suo lavoro, così un giorno le ho proposto questa nuova creazione, abbastanza inusuale, di Seconda pelle. La Sovrintendenza, poi, l'ha accettata ed eccomi qui.
A quale coincidenza teatrale si deve questa nuova produzione della Fondazione?
Alla lettura di Les fleures du mal di Baudelaire. Questa stupenda raccolta poetica è stata sempre legata ad una condizione di tabù, che ne ha messo in ombra il realismo. Un paio d'anni fa ho cominciato a rileggerla e, tra le righe, ho scoperto un'enorme carica di ironia che mi ha fatto molto divertire. Mi sono detto che era arrivato il momento giusto per metterla in scena con danzatori maturi, di una certa età. L'ambiente areniano è quello ideale, così questa è diventata una specie di scommessa e di sfida. I ballerini l'hanno accolta bene ed io sono molto soddisfatto della loro prestazione. Di più non posso pretendere.
Quali poesie ha preso in esame per lo spettacolo?
Ci sono alcune poesie, ben diciassette (tra le quali Elevazione, la Madonna, Benedizione, Bellezza, Vigilia del nulla) che ho trasformato, pescandone l'essenza, lo spleen, quella parte che fa più sorridere. C'è un'ironia che deve essere condivisa: ecco perché seconda pelle. Le coreografie si muovono tra video proiezioni, con elaborazione digitale e riprese video che raffigurano certe parti del corpo, il collo, il busto. Queste immagini si legano ad un simbolismo preciso che vuole entrare nella dimensione dell'uomo comune. Qualche spettatore non vedrà il nesso ma, conoscendo il mio pensiero, potrà solo sorridere, almeno spero.

Disney, arriva il primo cartone con la Principessa di colore

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Adamo Dagradi



Sono passati cinque anni da quando la Walt Disney Pictures ha distribuito il suo ultimo lungometraggio cinematografico animato con tecniche tradizionali. Un lustro durante il quale la tecnologia digitale ha fatto passi da gigante, lanciandosi nella nuova avventura del 3D. A seguito dell'acquisizione da parte della Disney degli studi Pixar e al successo globale di capolavori come [FIRMA]Wall·E e Up, sembra che i creatori di Topolino e Paperino abbiano finalmente ritrovato orgoglio e fiducia nel passato: non hanno più nulla da dimostrare a nessuno.
Ecco, quindi, La principessa e il ranocchio, un film di Natale (uscirà il 18 dicembre) di quelli che i bambini, un tempo, attendevano tutto l'anno. Disegni animati, colorati a mano uno per uno, bidimensionali ma «caldi» come solo il grande artigianato analogico riesce ad essere. E una piccola, grande rivoluzione: per la prima volta da che esiste il marchio Disney, la principessa del titolo è una ragazza di colore. La stampa l'ha già battezzato «il primo cartone animato dell'era Obama».
Ambientato, altra novità assoluta, tra le strade del Vieux Carré di New Orleans e le paludi della Lousiana, il film è liberamente tratto dal romanzo di E. D. Baker The frog princess del 2002 a sua volta ispirato dalla celebre fiaba dei fratelli Grimm, che vedeva un principe trasformato in rana da un maleficio e riportato alla sua forma da un bacio. Tanta musica e tante canzoni per una colonna sonora firmata da un maestro della tradizione americana: Randy Newman, undici volte nominato al premio Oscar e vincitore nel 2002 per Monsters & Co. («non voglio la vostra pietà» commentò, ironicamente, davanti alla standing ovation che ne accolse la premiazione). Raffinatissimo compositore, Newman ha esplorato le realtà musicali del grande sud americano anche nella sua carriera di cantautore, in particolare col capolavoro Good old boys del 1974.
Diretta da Ron Clemens e John Musker (La sirenetta, Aladdin) e prodotta da John Lasseter, la pellicola opera alcune ironiche variazioni sulla favola: il principe Naveen viene trasformato in rana dal perfido maestro voodoo Dr. Facilier. Nelle paludi s'imbatte in Tiana, che lui scambia per una principessa, ma che in realtà è una ragazza del popolo, testarda e indipendente. Il famoso bacio ha, però, effetti sorprendenti: al posto di «normalizzare» il principe muta anche Tiana in un rospo. I due dovranno attraversare le paludi, aiutati dall'alligatore trombettista Louis e dalla lucciola cajun Raymond, in cerca della maga Mama Odie.
Come sempre la Disney cita ampiamente se stessa, usando contorni e profili direttamente legati a leggende del passato come Biancaneve e i sette nani e Cenerantola. Le voci italiane saranno di Karima Ammar (Tiana), Pino Insegno (Louis), Luca Laurenti (Raymond), Luca Ward (Dr. Facilier) e Sergio Cammariere, che reinterpreterà in italiano la canzone dei titoli di coda, cantata nell'originale da una figura mitica della scena musicale di New Orleans: il dott. John.


Adamo Dagradi

Rigore e fantasia nel contrabbasso di Chuck Israels

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Luigi Sabelli



In programma c'è il confronto tra due giganti del basso e del contrabbasso jazz, stasera e domani (alle 21.15) al Teatro Camploy, per l'edizione autunnale di "Amarone in jazz", organizzato dal CSM con Eurobassday e il Consorzio dei vini della Valpolicella. Due icone del peso di Chuck Israels e John Patitucci sono emblematiche di due modi quasi opposti di concepire la parola "jazz": il primo è stato protagonista di una delle migliori stagioni del jazz moderno tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, l'altro è emerso negli anni Ottanta ai tempi della fusion.
Chuck Israels (New York, 1936), che suona a Verona per la prima volta, è un nome legato soprattutto al grande pianista Bill Evans con cui suonò soprattutto in trio con Paul Motian e con cui incise dischi come Moon Beams e How my heart sings! del '62 o Bill Evans Trio at Shelly Manne's Hole del 1963. La carriera di Israels non si limita a questo, visto che ha accompagnato dal vivo e in studio Billie Holiday, Stan Getz, Max Roach, George Russell, Herbie Hancock (è il bassista del disco My point of view) e addirittura John Coltrane con cui nel '58 registrò il disco Coltrane time.
La caratteristica di Israels è quella di valorizzare l'aspetto melodico del suo strumento con uno stile che coniuga grande rigore e una fantasia apparentemente inesauribile. Stasera sarà con il pianista Paolo Birro, il chitarrista Axel Hagen e il batterista Alfred Kramer. Proporranno degli arrangiamenti originali di composizioni di Billy Strayhorn, Horace Silver, Fats Waller e dello stesso Israels. La serata sarà aperta dal piano solo del veronese Nicola Guerini che proporrà una carrellata di classici.
Domani sera "Amarone in jazz" ospita un gruppo che comprende alcuni nomi legati al jazz statunitense degli ultimi vent'anni. Sul palco (sempre alle 21.15) il trio di John Patitucci, diventato durante la sua militanza nell'Electric Band di Chick Corea, negli anni Ottanta, uno dei più acclamati bassisti di fusion, ma rivelatosi poi anche un contrabbassista di straordinaria sensibilità jazzistica nel quartetto di Wayne Shorter. Proprio in quest'ultima formazione ha trovato una solida intesa con il batterista Brian Blade, che ha registrato in studio con alcun i dei più grandi jazzisti del mondo ma anche con Bob Dylan e Joni Mitchell. I due, assieme al sassofonista John Ellis, presenteranno il nuovissimo cd Remebrance (Concorde) dedicato al sassofonista Michael Brecker.
Come nella consuetudine della rassegna il pubblico, prima dell'inizio dello spettacolo, potrà degustare nel foyer del teatro un bicchiere di Amarone doc.

Michael Douglas nel remake de «L'alibi era perfetto»

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Adamo Dagradi



C'erano tempi in cui il nome Michael Douglas impresso sul poster di un nuovo film era sinonimo di qualità o, perlomeno, di progetti imperfetti ma comunque interessanti. Dagli anni d'oro di «Wall Street», «All'inseguimento della pietra verde» e «Black Rain», fino a ottime prove di maturità, come «Wonder Boys» e «Don't Say a Word», la sua carriera sembrava destinata ad eguagliare, almeno in longevità, quella del padre Kirk.
Da una decina d'anni a questa parte, purtroppo, la stella si è appannata: un po' per colpa dell'età (65 anni), che ne ha minato il proverbiale fascino guascone, un po' a causa di scelte poco oculate. Venerdì uscirà nelle sale il suo nuovo film da protagonista: «Beyond a Reasonable Doubt», un titolo che nulla aggiunge e nulla toglie alla sua carriera. Si tratta di un thriller, remake dell'ultimo film americano del grande Fritz Lang: «L'alibi era perfetto» (1956), con Dana Andrews e Joan Fontaine. Il regista tedesco aveva confezionato un memorabile noir d'accusa, morale e politica, contro la fabbrica mortale della giustizia americana.
La versione 2009, diretta dal veterano Peter Hyams, aderisce alla trama ma abbandona la rabbia e lo stile, accontentandosi di ripetere trite formule di suspense. Sembra che Hyams, al quale dobbiamo classici della fantascienza come «Capricorn One», «Atmosfera Zero» e «2010 l'anno del contatto», stia subendo la stessa sorte del suo protagonista: solo tre film dall'inizio del millennio, tra cui un pessimo «D'Artagnan».
La pellicola, ambientata in Louisiana, racconta il tentativo di un reporter senza scrupoli (Jesse Metcalfe) di incastrare un procuratore generale e futuro governatore (Douglas) disposto a seminare false prove pur di arrivare a una condanna.
Il piano? Farsi incastrare per un omicidio coreografato apposta per esporre al pubblico gli "interventi" del leguleio. Non tutte le ciambelle, però, escono col buco e il giornalista si ritrova nel braccio della morte. Toccherà alla fidanzata (Amber Tamblyn, l'unica del cast a non lavorare col pilota automatico inserito), assistente personale del procuratore, cavarlo d'impiccio. Il film arriva in Italia dopo una distribuzione limitata negli USA, dove la presenza di Douglas non l'ha salvato al botteghino.
Resta da sperare che Oliver Stone, col suo «Wall Street 2: i soldi non dormono mai», le cui riprese sono attualmente in corso, riscatti la carriera della star che proprio col primo «Wall Street» vinse un Oscar, ascendendo alle vette di Hollywood.


Gangster, New Age, cavernicoli e l'ombra della malavita nel Sud

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Adamo Dagradi



Gangster anni '30, gangster del nuovo millennio, capre top secret e cavernicoli allo sbaraglio temporale: di tutto e di più al cinema, per questo piovoso weekend novembrino. Dei sette film usciti nelle sale, alcuni dei quali riceveranno, purtroppo, una distribuzione assai limitata, il più atteso è certamente «Nemico pubblico». Il ritorno alla regia di Michael Mann, con Johnny Depp nella parte del rapinatore John Dillinger e Batman - Christian Bale in quella della sua nemesi, merita una visione in sala che ne esalti i valori estetici, più che sufficienti per giustificare qualche carenza narrativa. Pellicola digitale in alta definizione e un audio da brividi per un film che, quasi certamente, farà la parte del leone ai prossimi Oscar.
L'amore dell'Italia per il divo George Clooney, adottato dal lago di Como, fa prevedere un'ottima affluenza anche per la commedia «L'uomo che fissava le capre». Con Clooney anche Ewan McGregor («Angeli e Demoni»), Kevin Spacey e Jeff Bridges in una storia a cavallo tra farsa e giornalismo, con spie americane dai supposti poteri paranormali lanciate allo sbaraglio in Medio Oriente. Poco più di un'ora e mezza di gag, apprezzatissime all'ultimo Festival Internazionale del Cinema di Venezia.
Dopo il cult «Ricomincio da capo» (1993) e i successi di «Terapia e pallottole» e «Un boss sotto stress», Harold Ramis, che qualcuno ricorderà nella parte di Egon Spengler in «Gostbusters», torna alla regia con «Anno Zero». Due cavernicoli, interpretati dal poliedrico Jack Black e da Michael Cena («Suxbad»), si ritrovano catapultati nel Vecchio Testamento. E l'omicidio di Abele diventa una faccenda tutta di ridere. Spirito goliardico alla Mel Brooks (ricordate «La pazza storia del mondo»?) e il nuovo golden boy della farsa americana, Judd Apatow, alla produzione.
Ben più cupo il ritratto sociale di «Mar Piccolo». Nei sobborghi di Taranto, dove ogni bene sembra ottenibile solo grazie all'illegalità, vive il giovane Tiziano (Giulio Beranek). Per lui non sembra esserci futuro: a scuola va raramente, fa piccole commissioni per il boss locale (Michele Riondino), finisce presto in riformatorio. C'è chi crede in lui, ma la strada verso la redenzione è costellata d'intralci (e botte). Sergio Castellitto è il protagonista di «Alza la testa», di Alessandro Angelini, nel quale un padre decide che il figlio, nato da una relazione con una clandestina albanese, diventerà un campione di boxe: più lacrime che sangue.
«Berling Calling» di Hannes Stöhr ci lancia nello stordimento dei grandi rave, visti attraverso gli occhi di un DJ drogato. Finirà in manicomio col cervello bruciato dagli acidi. Un prete coraggioso e la rivolta di Solidarnosc sono i protagonisti di «Popieluszko»: un premio a chi trova una sala che lo proietti.

Adamo Dagradi

«L'uomo che fissa le capre» La follia new age del Pentagono

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Adamo Dagradi



Prigionieri di guerra costretti ad ascoltare per ore la sigla di «Barney il dinosauro»; cento capre senza corde vocali entrate di nascosto a Fort Bragg, onde poi essere uccise con la forza del pensiero da soldati "psichici"; il suicidio di massa di una setta a San Diego.
Nonsense? Fantascienza? Affatto: si tratta, come spiega il giornalista Jon Ronson nel libro «The Men Who Stare at Goats», di esperimenti condotti dall'esercito USA nel tentativo di applicare tecniche new age e paranormali alla guerra moderna. Le sue fonti sono discutibili ma, viste le pazzie del ventesimo secolo e i tempi che corrono, è diventato impossibile liquidare simili notizie come fantasie. La realtà batte sempre l'immaginazione per KO.
Da questo saggio è stato tratto un film: «L'uomo che fissa le capre», che uscirà nelle nostre sale venerdì, preceduto dai consensi unanimi raccolti al Festival di Venezia e sulla stampa anglosassone. Si tratta di una commedia, intenta a virare in farsa la potenziale tragedia. Alla regia un attore al suo secondo lungometraggio: Grant Heslov, già nel cast dei film diretti da George Clooney «Good Night and Good Luck» e «In amore niente regole».
Ed è proprio Clooney a produrre e interpretare la pellicola, assieme a un cast di tutto rispetto che include Ewan McGregor, Jeff Bridges e Kevin Spacey.
Vi si raccontano le disavventure del reporter Bob Wilton (McGregor), intenzionato a entrare in Iraq simultaneamente all'invasione americana del 2003. Il giornalista s'imbatte in un folle che gli racconta di aver fatto parte di un progetto top secret varato dal Ministero della Difesa durante gli anni '80: addestrare soldati dotati di superpoteri, in grado di uccidere con lo sguardo. Sembra che il migliore fosse un certo Lynn Cassidy (Clooney). Wilton e Cassidy s'incontrano a Kuwait City, dove l'ex "monaco guerriero" e "cavaliere Jedi" è stato richiamato in servizio per svolgere una missione segretissima. Tra rapimenti e fughe nel deserto il super-agente ricorda, in una serie di flashback, la nascita del progetto «New Earth Army», inventato da un veterano del Vietnam con la passione per l'LSD (Jeff Bridges) e osteggiato da un perfido coscritto (Kevin Spacey).
Una scusa per percorrere, in 93 minuti di gag e ritmo travolgente, vent'anni di follie militari americane, da Reagan a Abu Ghraib. Una satira al vetriolo, concertata con spirito anarchico reminiscente dei fratelli Coen, che riporta alla memoria titoli come «Il dott. Stranamore» o «Three Kings». Dopo molte interpretazioni sottotono Clooney ha incantato pubblico e critica portando sullo schermo un personaggio che è cartone animato e macchietta paranoica ma i cui tempi comici sfiorano il sublime. Un plauso anche a Jeff Bridges, al quale auguriamo di tornare presto protagonista: in modalità «Lebowski», strappa le risate più fragorose.

Memoria e monito di un disastro aereo

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Simone Azzoni



Giulio Cavalli ha riproposto, al Camploy, quel teatro di denuncia che ancora si rende necessario quando la cronaca impone memoria e monito. È il caso di Linate 8 ottobre 2001, spettacolo che da quella tragedia italiana prende le mosse per diventare necessità etica di dire e scandalizzarsi. Da tempo, il teatro del giovane attore mette al centro del palcoscenico l'impegno civile; altre testimonianze sono Do ut des sulla mafia milanese e Bambini a dondolo sul turismo sessuale. Linate 8 ottobre voluto dall'omonima associazione per ricordare le 118 vittime del disastro aereo unisce cronaca a fiaba, personaggi usciti da una parodiata penna alla Stefano Benni (Culodigomma, il professore, Nonnocleto) alle voci, ai dati dei protagonisti di quella sciagurata mattina di nebbia.
Sul palcoscenico prende forma un circo grottesco dove prima danzano maschere espressioniste di un fantomatico paese di Bengodi e poi quelle più autentiche, ma altrettanto di gomma, del Bel Paese degli impuniti. Due storie parallele che vanno in cortocircuito sovrapponendo fantasia a realtà. La prima, invero, cede presto il passo alla seconda e lo spettacolo si prende subito molto sul serio con l'elenco dei nomi delle vittime proiettate dietro all'attore monologante, le voci registrate da una torre di controllo inutile, un radar assente e i verdetti della Cassazione che assolvono tutti.
Cavalli mescola lacrime a rabbia, il riso sarcastico di Bengodi alle domande sull'indulto che scarcerò definitivamente gli amministratori delegati delle aziende coinvolte negli errori dell'8 ottobre. Con l'aiuto di Fabrizio Tummolillo, l'attore difende la propria precisione cronistica da minacce di querele e denunce. Lo spettacolo è necessario ma la forza che vibra dai fatti non trova piena eco nelle soluzioni adottate da Cavalli che segna un altro tassello nella sua personale biografia e scelta estetica, oltre che politica.

Dillinger come non l'abbiamo mai visto. Johnny Depp e Christian Bale in HD

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Adamo Dagradi



Gli anni Trenta come non li abbiamo mai visti al cinema: in alta definizione. Sparite le luci soffuse e i colori pastello da cartolina ingiallita, sparito anche il bianco e nero dei vecchi film di gangster: quella che Michael Mann ci mostra in «Public Enemies» è un'America da documentario, livida o squillante, limpida e profonda. Un effetto straniante che si moltiplica anche attraverso i dettagli impietosi svelati dalla pellicola HD. Pensavate di conoscere i volti di Johnny Depp e Christian Bale? Provate a vederli in 16:9, sul grande schermo, coi pori, le rughe e ogni millimetro di peluria che sembrano uscire dal video.
Questa ed altre decisioni, che agli stessi studios hollywoodiani sulla carta sembravano discutibili, ma che al botteghino hanno già fruttato 200 milioni di dollari (a fronte di un budget di 100), verranno discusse dal regista a Roma, il 3 novembre, durante la conferenza stampa di presentazione del film. La pellicola arriverà nelle sale il 6: nel resto del mondo è uscita a luglio, noi siamo gli ultimi a distribuirla assieme al Giappone.
Maestro di atmosfere contemporanee e metropolitane, Michael Mann ci ha regalato film del calibro di «Heat - La Sfida», «Insider», «Collateral» e «Miami Vice». Questa è la sua seconda incursione nel passato, dopo il viaggio nelle foreste verdeggianti de «L'ultimo dei Mohicani».
Tratto dal saggio di Brian Borrough «Public Enemies: America's Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933-34» (tradotto in italiano con lo stesso titolo del film), «Nemico Pubblico» racconta la caccia a uno dei più celebri criminali americani: John Dillinger. Considerato dal popolo, affamato dalla Grande Depressione, una sorta di Robin Hood, Dillinger rapinò dodici banche e fuggì da un carcere di massima sicurezza, prima di essere ucciso a pistolettate nel 1934: aveva solo trentuno anni.
Johnny Depp lo porta sullo schermo con un distacco da macho d'altri tempi: perennemente sicuro di sé, conscio del proprio mito.
A fare da contraltare all'ex pirata dei Caraibi c'è un altro attore sulla cresta dell'onda: l'onnipresente Christian Bale (dieci film in quattro anni).
Sua è la parte dell'agente dell'F.B.I. Neal Purvis, l'uomo che, dopo aver sacrificato due anni inseguendo Dillinger con la sua squadra speciale, lo uccise in un vicolo fuori dal Teatro Biograph di Chicago. Il premio Oscar Marion Cotillard («La vie en rose») è la donna che fa perdere la testa al bandito. Nel nutritissimo cast anche: Giovanni Ribisi, Billy Cudrup, Channing Tatum e Emilie De Ravin (nota al pubblico per il personaggio di Claire in «LOST»).
Registrando il suono assordante di pistole e mitragliatrici vere in DTS e girando nei luoghi dove si sono svolti realmente i fatti (tra cui un hotel, una prigione e due banche del Wisconsin rimaste inalterate), Mann ha creato un'esperienza immersiva che ha pochi paragoni nella storia del cinema.
«Nemico Pubblico» è un sicuro contendente agli Oscar 2010: speriamo di vedere Depp e Mann finalmente premiati, hanno atteso anche troppo.

Jacko a due facce, duro professionista e folletto dolce

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«Questa è una chiesa, la chiesa del rock'n'roll. E io sono un fan». La disarmante e disarmata dichiarazione di Kenny Ortega è contenuta all'interno dell'attesissimo film dedicato a Michael Jackson «This is it!», Da oggi nelle sale di tutto il mondo. Ortega, già regista di grandi eventi come l'inaugurazione dei giochi olimpici invernali di Salt Lake City nel 2002 (e del tour di Hanna Montana e di High School Musical, prossimamente sul set del nuovo Footloose), è lo straordinario coreografo e deus ex machina dei concerti d'addio di Michael Jackson all'Arena 02 di Londra. Ma il 25 giugno Michael Jackson è morto. Inevitabile che arrivasse il film, risarcimento ai fan dell'appuntamento live mancato. E probabilmente anche dei mancati incassi dell'AEG, responsabile del loro sbigliettamento e organizzazione. «Uno sguardo privilegiato e privato- sottolinea il presidente e amministratore delegato della società Randy Phillips- sul mito di Michael Jackson. Se i concerti sarebbero stati gli spettacoli più incredibili nella storia della musica, il film è un evento memorabile per i suoi fan, che potranno ammirare la creatività, il talento e la fantasia di Jacko». La prima parte della dichiarazione è enfatica, visto che il film è costituito da 111 minuti di ritmata monotonia: prove, canzone, commenti e critiche di MJ o del regista alla performance appena avvenuta, un loop che non si ferma mai. Ma la seconda corrisponde perfettamente: in questa scintillante routine scopriamo l'umiltà e il talento del «re del pop» (dicitura- o epitaffio?- Sul palco della sua ultima conferenza stampa), il suo approccio professionalmente iperperfezionista ed emotivamente infantile a quello che è un kolossal vero e proprio.

Ranieri, «rewind» su 40 anni di vita

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Beppe Montresor



A Verona è di casa ma la vetta insuperata resta il concerto «napoletano» al Teatro Romano di qualche anno fa. Ma al di là di ogni paragone, Ranieri conferma anche al Teatro Filarmonico di essere davvero uno dei pochi showmen in grado di fare tutto. Canta bene, innanzitutto,, con vocalità nitida, squillante, potente, ancora pressoché integra alla bella età di cinquantotto anni. Forse... non sa nuotare - ma in realtà confessa di aver imparato a fare anche quello, seppur da... adulto - ma per il resto l'ex-scugnizzo del rione Santa Lucia è impressionante: recita, balla con assoluta disinvoltura in armoniosa interazione con il corpo di ballo, tutto al femminile come l'orchestra; e, anche questa volta, per esempio nel corso di uno dei suoi classici dei primi anni '70, Erba di casa mia, dà stupefacenti esempi di valenza ginnica da vero «mattatore» alla Gassman, con flessioni, «vogate» e altre gesta.
Nello spettacolo, molta carne al fuoco, forse persino troppa, ed è questa abbondanza che ci faceva preferire un recital più «mirato» come quello di qualche anno fa dedicato in maniera preponderante alla canzone napoletana con gli arrangiamenti di Mauro Pagani. In questo caso non tutto il repertorio scelto è di pari livello, c'è qualche orchestrazione un po' troppo sanremese, ma non mancano picchi notevoli: su tutto una Luna rossa di drammatica intensità, non a caso tratta dai famosi album realizzati con Pagani. Ma si fa apprezzare, tra gli omaggi alla grande canzone d'autore italiana, anche la rilettura di un capolavoro come Io che amo solo te di Sergio Endrigo. E tra giochi di luce, sognanti coreografie, e cambi d'abito, niente pare più appropriata, per Ranieri, dell'esecuzione di L'istrione, dal canzoniere di Charles Aznavour. Il pubblico, infatti, già su questo pezzo, comincia a tributargli la consueta ovazione, una dimostrazione di affetto e di stima tutta meritata.

Bocelli e il Puccini sacro Un connubio difficile

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Cesare Galla



Per molte generazioni i Puccini erano stati, a Lucca, organisti, maestri di cappella e compositori di corte. Poteva essere benissimo questa anche la strada dell'ultimo rampollo della famiglia, Giacomo, se questi non avesse avuto - per nostra fortuna - idee molto diverse. Musicista sì, ma lontano - professionalmente - dalla natia provincia toscana, e sprofondato nell'affascinante mondo dell'opera. Così, appena potè, se ne andò da casa e corse a Milano, la capitale del melodramma. Come lascito, ai rimpianti dei concittadini e probabilmente anche dei familiari, lasciò il suo saggio di diploma all'istituto musicale "Pacini": una Messa a quattro voci.
Quando fu eseguita nella natia Lucca, nel 1880, la composizione ebbe grande successo. Oggi possiamo tranquillamente vederla per quello che è: non certo un capolavoro (come qualcuno ha sostenuto), ma anzi qualcosa che fa pensare che il giovane Puccini abbia affrontato l'impegno con una certa malavoglia. Come un compito di scuola, appunto. E in una materia neanche troppo amata. Troppo sbilanciata formalmente la composizione, con il grande Gloria e il massiccio Credo al centro e il resto (Kyrie, Sanctus, Agnus Dei) ridotto a uno schemino affrettato, quasi monco. E ancora molto scolastica l'invenzione, con qualche atmosfera verdiana discretamente rielaborata che fa capolino qua e là.
Evidente, piuttosto, quel che davvero interessa al compositore: la scrittura per l'orchestra, la ricerca di combinazioni timbriche non banali, l'affermazione di un'autonomia strumentale di sostanza e non di maniera. In questo si intravede il futuro grande operista, piuttosto che nel trattamento delle voci soliste, per il quale invece il disinteresse appare evidente. Ci sono solo due brevi brani affidati alla voce di tenore e uno a quella di baritono, più il brevissimo dialogo fra i due nell'Agnus Dei. Di fatto, questa è una Messa corale.
Per l'inaugurazione della stagione sinfonica, la Fondazione Arena (sostenuta dalla Banca Popolare di Verona) è andata a ripescare - dopo un'assenza ultradecennale dalle locandine veronesi - proprio questa composizione, aumentandone peraltro in maniera esponenziale l'appeal grazie al nome di Andrea Bocelli, solista insieme al baritono Gianfranco Montresor, cui sono toccate davvero poche battute. Il popolare cantante pisano non è sembrato molto a suo agio con la scrittura del giovane Puccini: il colore è accattivante ma il fraseggio era teso e sull'acuto l'emissione e la tenuta non sono sembrate delle migliori, con qualche problema anche nello sfumare le dinamiche.
In formazione giustamente poco più che cameristica, il coro istruito da Marco Faelli si è proposto con esiti diseguali, più convincente nelle voci maschili, ma in genere faticando a trovare la misura nel rapporto con l'orchestra. Dal podio Eugene Kohn ha cercato di mettere in evidenza qualche particolare coloristico, senza sottrarsi alle accentuazioni operistiche che emergono qua è la dalla trama della partitura. Poiché non "fa serata" da sola, la Messa pucciniana è stata preceduta da due pagine sinfoniche, la colorata Ouverture dall'opera Béatrice et Bénédict di Berlioz e le magistrali Variazioni su un tema di Haydn di Brahms, rese purtroppo in maniera del tutto neutra, molto lontana dall'austera eloquenza all'antica tedesca che le caratterizza.
Pubblico folto al teatro Filarmonico e applausi cordiali per tutti i protagonisti della serata, naturalmente molto affettuosi all'indirizzo di Andrea Bocelli, che ha ringraziato con il "Panis Angelicus" di Franck e unduetto bizetiano indieme a Montresor. Il concerto replica stasera alle 20.30 e domani pomeriggio alle 17.

La sorpresa:a «Brotherhood» di Donato il Marc'Aurelio d'oro

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La giuria internazionale composta da personalità del mondo delle arti e della cultura e presieduta da Milos Forman ha assegnato il Marco Aurelio d'oro per il miglior film è andato a «Brotherhood» di Nicolò Donato. Il Marc'Aurelio d'Argento della Giuria alla migliore attrice è andato a Helen Mirren per «The Last Station» mentre il Marc'Aurelio d'Argento della Giuria al migliore attore: è stato assegnato a Sergio Castellitto per «Alza la Testa». Il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'argento è andato a «L'uomo che verrà» di Giorgio Diritti.
Il Festival di Roma funziona e ha successo ma è ancora in cerca di una identità precisa, diviso com'è tra il suo lato popolare, di festa, e quello più tipico dei grandi festival: è quello che è emerso nell'incontro stampa di oggi pomeriggio con il presidente Gian Luigi Rondi, il direttore artistico, Piera Detassis, quello amministrativo, Francesca Via, e il curatore del mercato, Roberto Cicutto. I dati sono positivi in quanto a pubblico ma con una piccola flessione di biglietti emessi (102 mila contro i 115 mila del 2008) ricompensata da una maggiore copertura per sala (92% contro l'89%), dato che si spiega anche con il minor numero di film proposti. Importante anche il contributo delle scuole, la cui adesione quest'anno è salita a 188 scuole (Roma e provincia) contro le 135 dell'anno scorso (10.400 studenti nel 2009 contro 7.664). Insomma, a funzionare di più sembra in questo senso il lato "festa" (e così era chiamata la manifestazione nei primi due anni) rispetto a quello di Festival, testimoniato anche dal successo delle iniziative di L'altro cinema/extra, tra cui i duetti e gli incontri col pubblico (quest'anno Tornatore e Muccino e Meryl Streep). Bene anche Business street che ha voci positive in tutti i settori: maggior numero di proiezioni (177 contro 153), accreditati (723 contro 631), Paesi di provenienza (51 contro 33) e la novità Italian Screening con 20 titoli. «Credo che l'identità di questo festival sia un pò quella di essere fuori dagli schemi - dice Piera Detassis -. Rondi l'ha voluto fare festival e ha fatto bene. Il mondo dei ragazzi, Extra, gli incontri, il festival è sul territorio e secondo me la sua identità è quella di sfuggire alle categorie. Credo che la forza di questo festival sia la sua diversità, può piacere o infastidire, ma non va normalizzato». A chi contesta a Rondi l'esiguità dei film in concorso (solo 14) il presidente ha replicato: «Era una promessa che avevo fatto, di dare solo due film in concorso al giorno, per fare un festival a misura d'uomo». Tra gli altri dati positivi del festival, che ha un budget ridotto rispetto al 2008, 12 milioni 500 mila euro, contro 15 milioni 500 mila, c'è l'incremento dei visitatori (600 mila contro 580 mila), a fronte di un incasso biglietti in leggera flessione (380 mila euro contro 398 mila) e infine un finanziamento in cui la parte pubblica incide solo per il 32% contro il 68% dei partner privati che sono arrivati a 152. Sempre nel segno di una Festa più che un Festival sono anche i prossimi appuntamenti della Fondazione Cinema per Roma: l'incontro, anche con gli studenti, di Kevin Spacey; quello di Michael Mann, il 3 novembre per la serie Viaggio nel cinema americano, e a Natale in Auditorium un festival su Lele Luzzati.

Meryl Streep, il piacere di stare davanti ai fornelli

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Oggi al Festival Internazionale del Film di Roma tre grandi appuntamenti in programma: l'evento «New-Moon», con la proiezione esclusiva di alcune scene del secondo capitolo della saga «Twilight», Meryl Streep che incontrerà il pubblico e riceverà il premio alla carriera, e l'atteso film fuori concorso dei fratelli Coen.
Alle 16 i fan e i «twilightmaniaci» potranno assistere all'anteprima di alcune sequenze del secondo film dei vampiri tratto dai romanzi Stephenie Meyer, incontrare alcuni dei protagonisti come l'attore inglese Jamie Campbell Bower, i volturi Charlie Brewer e Cameron Bright e la sceneggiatrice Melissa Rosenberg. Prevista anche la lettura di alcuni brani del libro. Sempre nel pomeriggio, alle 19.30, nella sezione «L'altro Cinema-Extra» l'incontro del pubblico con Meryl Streep che riceverà il Marc'Aurelio d'oro alla carriera e parlerà degli innumerevoli personaggi da lei interpretati in questi anni. «A 40 anni ho pensato che la mia carriera fosse finita. Oggi sono diventata richiestissima perchè "Il diavolo veste Prada" e "Mamma mia!" hanno incassato molti sold», rivela l'attrice che confida: «Mi sono sposata a 30 anni e ho 4 figli. Penso che mantenersi un'identità privata ti tiene con i piedi per terra in un mondo fatto soltanto di luci artificiali». Il 30 ottobre vedremo Meryl protagonista nel film «Julie & Julia», la storia vera di Julia Child, la cuoca più famosa d'America. L'attrice aggiunge: «Sul set c'era una vera e propria cucina. Il mio pollo al limone è molto migliorato. Il mondo dello spettacolo ti assorbe la vita. Se non poni barriere tra te e il lavoro, difendendo la tua vita privata e dunque la tua famiglia, rischi grosso. Cucinare per le persone care è assolutamente appagante».
Alle 18.30, «Antonio Ligabue: tra fiction e realtà»: a trent'anni di distanza dallo sceneggiato Rai «Ligabue», Flavio Bucci, che interpretò il pittore naif racconta agli spettatori la vita, i luoghi, e le opere dell'artista di Gualtieri, celebrato dallo straordinario testo di Cesare Zavattini pubblicato nel librodi Franco Maria Ricci.
Fuori concorso sarà la volta del nuovo lavoro dei fratelli Joel ed Ethan Coen, «A Serious Man». Il film è ambientato nel 1967 in Minnesota, a St.Louis Park, città natale dei due registi. Con il solito houmor nero e grottesco dei Coen, racconta l'improvvisa «caduta» di un insegnante universitario ebreo abbandonato dalla moglie, beffato dai figli, e con un fratello parassita, che chiede consigli sulla fede a tre improbabili rabbini.
Inoltre, alle 22,30, l'evento speciale «La maglietta rossa», documentario di Mimmo Calopresti sulla finale di Coppa Davis Italia-Cile del 1976 in cui Panatta e Bertolucci sfidarono il regime di Pinochet indossando una maglietta rossa.
Nella sezione «Alice nella città» in gara il francese «Nat e il Segreto di Eleonora», lungometraggio animato di Domenique Monféry e «Last Ride» di Glendy Ivin, storia di un padre e di un figlio in fuga nel deserto australiano.

Laboratori di formazione e corsi di teatro

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Il teatro Impiria organizza un laboratorio di formazione dell'attore docente Roberto Adriani; 3 ore settimanali, il lunedì dalle 20.30 alle 23.30, da novembre a giugno. Costo: 55 euro al mese. Organizza inoltre un corso di teatro base, docente Guido Ruzzenenti. 3 ore settimanali, il giovedì dalle 20.30 alle 23.30 da novembre a giugno. Costo: 55 euro al mese.
Per iscrizioni e informazioni:
338/9027661
www.teatroimpiria.net

Sede dei corsi:
Scuole Medie "Aldo Fedeli"
Via Abruzzo, Borgo Milano
Verona

I «gemelli» della leggerezza

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Simone Azzoni



«Sopravvissuti a pongo e sofficini» esordiscono al Filarmonico per la rassegna «Cantautori Doc» cantando che la loro generazione, una volta tanto, ha superato gli anni '80 e la soglia del 2000, ha vinto, e nonostante Gaber (comunque citato nelle due ore e mezza di teatral-concerto). Probabilmente han vinto le loro buone maniere, quella faccia da bravi ragazzi che tutte le suocere vorrebbero, ha vinto il loro galleggiamento elegante sul mare in cui affondano i remi crudeli dell'ironia. Ma è meglio stare «Attenti a quei due», come recita il titolo della tourneè che impegna un vitalissimo Luca Barbarossa e un sempre più polivalente Neri Marcorè versatile con voce, canto e chitarra.
Attenti che dichiarare il proprio schieramento politico come osservatorio privilegiato è sì operazione di trasparenza nel magma ideologico ma non spunta le armi della satira, anzi. Il loro affiatamento, l'equilibrio con cui si scambiano ruoli in una piacevolissima fluidità nasconde affondi mirati al lassismo di Prodi, al divismo di Berlusconi, al protagonismo di Minghi o di un Ligabue opportunamente caricaturato. Un tratteggio rapido, secco che ferisce in seconda battuta colpendo al cuore della politica malata di stupidità.
«Voi eravate brutti e cattivi», parafrasando Nanni Moretti, sembrano dirci i due gemelli della leggerezza che si ritagliano un'oasi serena tra i cabarettisti urlanti e sudaticci che sbraitano volgarità confondendo video, palco, piazza o tendone. Non serve rimestare tormentoni per distendere i volti degli accorsi al Filarmonico in un piacevole sorriso. Basta usare la bilancia: su un piatto «Via Margutta», «Roma spogliata», un «Amore rubato», sull'altro le esilaranti gags di Alberto Angela, Pierferdinando Casini, Gasparri, Ligabue o Amedeo Minghi.
Barbarossa c'è, Marcorè un po' di più, aiutato dalla tv e dal cinema. Però i pesi si equivalgono e si aiutano, l'un l'altro. Concesse le gags sulla vecchiaia e sulla sindrome da Morandi che non invecchia, i due s'allineano su un dialogo senza fratture e discontinuità ed evitando i rischi dello show amicale. Anzi sulla guasconeria pure ci scherzano rovesciando brillantemente la musica popolare romanesca. Uno scambio e mescolanza che invade senza frammentare i reciproci campi e costruisce una atmosfera gaberiana che toglie peso anche allo sbandierato impegno di Jovanotti con una esilarante canzone finale sul raffreddore.

«Parnassus», Roma s'inchina a Gilliam e all'ultimo Ledger

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Adamo Dagradi



Nel mondo del cinema può succedere che un attore muoia durante le riprese di un film. Malgrado il suo nome, come è ovvio, resti poi legato al mito o alla realtà di quel set "maledetto", non è detto che si tratti di un capolavoro, tantomeno della migliore interpretazione dello scomparso. È accaduto a «The Imaginarium of Doctor Parnassus», quando Heath Ledger è deceduto a un terzo delle riprese. Il regista Terry Gilliam, purtroppo avvezzo alla sventura, ha dimostrato di amare molto la sua creatura al punto da dichiarare che avrebbe voluto "firmarlo" con Ledger, che a suo avviso era "un regista potenzialmente straordinario"
L'ex Monty Python, letteralmente tormentato dalla sfortuna, ha visto troncate le riprese di «Don Quixote», massacrato dai produttori «I fratelli Grimm» e «Tideland» ignorato dal pubblico e sorvolato dalla critica. Non ci sono dubbi sul fatto che apprezzasse la verve di Ledger, al punto di aver pensato do co-firmare con lui la sceneggiatura. Ma è altrettanto chiaro che avrebbe finito il film a ogni costo: la maledizione doveva essere spezzata.
Vedere Ledger appeso per il collo a una corda, come è accaduto ieri a Festival del Film di Roma, dove il film è stato proiettato in anteprima italiana, mette i brividi. Una sensazione di disagio che, per fortuna, passa mano a mano che i minuti scorrono e ci si rende conto che, per l'attore australiano, si trattava di un ruolo come tanti, all'interno di un film corale. La grande uscita di scena, la maschera iconica, è e resterà sempre quella di Joker in «Il cavaliere oscuro».
Qui interpreta il misterioso Tony, salvato e raccolto dalla circo itinerante del Dott. Parnassus (Christopher Plummer) il quale, vendendosi l'anima al diavolo, ha ottenuto uno specchio che permette al pubblico di entrare nella sua immaginazione. Ma il contratto sta per finire e Satana (il sulfureo Tom Waits, uscito direttamente da uno dei suoi sermoni blues-eccentrici) vuole l'anima della figlia di Parnassus, Valentina (Lily Cole), della quale è innamorato l'attore Anton (Andrew Garfield, presenta a Roma anche con il primo capitolo di «Red Riding» e vera rivelazione del film).
Quando Tony entra nella fantasia sfrenata del dottore, che è vecchio mille e più anni, il suo volto cambia: prima diventa Johnny Depp, poi Jude Law e poi Colin Farrell. I tre attori hanno lavorato devolvendo il loro compenso alla figlia di Ledger. «Un film di Heath Ledger e dei suoi amici» si legge alla fine della pellicola e poi, ancora, «In memoria di Heath Ledger». Si era offerto anche Tom Cruise, ma Gilliam non lo ha voluto. Sarebbe stato assai meglio di Farrell.
«The Imaginarium of Doctor Parnassus» è un film tutt'altro che perfetto, a tratti confuso, ambizioso visivamente ma troppo vago nella scrittura. Ci ripropone il familiare universo barocco di Gilliam in un'incarnazione più convincente di quelle di «Paura e delirio a Las Vegas» o dei film girati dopo il 2000.

«Halloween II»,Rob Zombie imbocca la strada sbagliata

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Adamo Dagradi



Povero Michael Myers, diventato un'icona horror grazie al successo di «Halloween» (1978) di John Carpenter, dopo sette sequel e due remake si è trasformato in un triste impiegato del brivido. Sintomo che a Hollywood, ormai, di idee ne girano poche.
Per festeggiare l'incombente festa di Ognissanti è arrivato nelle sale italiane «Halloween II», remake dell'omonimo film di Rick Rosenthal del 1981 e sequel di «Halloween» (2007) che, a sua volta, rispolverava l'originale carpenteriano.
Chi faticasse a districarsi nella complessa genealogia di questo franchise può dormire sonni tranquilli: si tratta dello stesso film ripetuto nove volte di troppo.
La maggiore delusione, però, non arriva dalla psicosi tutta americana del remake, ma dal coinvolgimento di un regista come Rob Zombie, il cui inizio di carriera («La casa dei 1000 corpi», «La casa del diavolo») era apparso assai promettente. Forte di una confezione di ottima qualità, Zombie aveva fallito, due anni fa, nel ridare vita alla saga, sfornando un primo capitolo esangue (si fa per dire, vista la mattanza) e ripetitivo. I fan, comprensibilmente indignati, erano insorti, e la critica lo aveva apertamente deriso. Per questo secondo film sembra aver selezionato ed esacerbato tutti i difetti del primo.
Il pluriomicida Michael, creduto morto, non lo è affatto: ammazza i paramedici che ne stanno portando il "cadavere" in obitorio e si da alla macchia. Incidente che si poteva evitare se qualcuno gli avesse tastato il polso o, almeno, tolto la maschera che ne copre il volto sfigurato…Un anno dopo emerge dai boschi e va in cerca della sorella Laurie (Scout Taylor-Compton) che vive in una casa isolata (forse non la scelta ideale per una ragazza già traumatizzata) assieme all'amica Annie.
Le due, giusto per offrire a Michel un po' di carne fresca, hanno parecchi amici: tutti teenager e tutti di bell'aspetto. Tornano anche Michael McDowell nella parte del dott. Loomis, psichiatra di Myers e Brad Douriff (l'unico attore a spiccare nel cast) in quella dello sceriffo.
Il resto sono urla, parolacce e coltellate, con qualche sequenza onirica del tutto gratuita a far da condimento.
Zombie, vero nome Robert Cummings, che ora si prepara al remake di «Blob» (speriamo con più ironia), del suo stile conserva il gusto per gotico rurale, non inedito ma interessante e l'idea di ingigantire ulteriormente l'assassino, trasformato in un lento e inarrestabile orco fiabesco. Troppo poco per redimere una sceneggiatura monocorde.
Lasciamo che Michael riposi in pace, i suoi cari anni '70 sono passati da un pezzo.

Gere e l'amico «Hachiko»,tesoro a quattro zampe

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Grigio e camicia azzurra, capelli bianchi: così si è presentato Richard Gere all'incontro con la stampa al Festival di Roma. Del film da lui interpretato «Hachiko: a dog's story» in realtà si è parlato poco, pochissimo, forse perchè - come ha spiegato la star di Hollywood - «È una storia molto semplice, volevamo fare un film come quando si racconta una storia intorno ad un falò. Abbiamo tolto molte scene nel montaggio proprio per restare semplici. Ho scelto di farlo perchè quando ho letto il copione ho pianto come un bambino. È una vera e propria storia d'amore, che ovviamente non ha nulla a che vedere con il sesso e l'attrazione visto che stiamo parlando del rapporto e del legame fra un uomo ed un cane. Io amo gli animali e fin da piccolo ho sempre avuto dei cani: il mio primo amico è stato un cocker!». Si tratta infatti della storia, realmente accaduta negli anni '20 a Tokyo, di un cagnolino di razza akita di nome Hachiko e del suo padrone. Poi un susseguirsi di domande, fra cui le solite sul suo rapporto con l'Oriente, con il buddismo e l'incontro con il Dalai Lama, a cui l'attore americano comunque non si sottrae, pur avendone ampiamente parlato e raccontato centinaia di volte in questi anni. E da americano, parlando anche di pace, non si è sottratto neanche alla richiesta del suo giudizio in merito al Nobel per la pace assegnato al Presidente degli Stati Uniti: «Credo sia un premio di incoraggiamento: per ricordargli perchè è stato eletto. Quando ci si siede su certe poltrone c'è sempre il pericolo dello "status quo". Obama è amato ovunque per il potenziale che incarna. Il futuro? Per inclinazione sono un ottimista».

Tarantino, una spallata a Tornatore Ecco «Fame»

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Il film di Quentin Tarantino «Bastardi senza gloria», su un gruppo di antinazisti fa scivolare il kolossal «Baaria» in seconda posizione, con un incasso, nello scorso weekend, di 1.656.463 (complessivamente 4.834.353 euro) contro 1.411.099 euro (complessivamente 7.882.609 euro) del film di Tornatore.
Al terzo posto si piazza una new entry, giunta nelle sale venerdì scorso, «Fame - Saranno famosi» con 754.264 euro.
Seguono:« G-Force: Superspie in missione» (688.089), «Basta che funzioni» (442.871), «Barbarossa», di Martinelli, stroncato da buona parte della critica (401.779), «L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauri» (333.422 euro nel weekend e il totale di 29.401.841 euro), «La doppia ora», (327.017), «Le mie grosse grasse vacanze greche», quasi un sequel del grande successo di qualche anno fa «Il mio grosso grasso matrimonio greco» (268.021 euro); «District 9» (1.719.987).
Fuori dalla top 10 «Motel Woodstock» del regista Premio Oscar Ang Lee (11°) e «Ricky» di Francois Ozon (18°).

I valori aggiunti: Forman e retrospettiva su Zampa

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Adamo Dagradi



«Tutto il cinema per tutti» è uno degli slogan che caratterizzano la quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che prenderà il via giovedì sotto l'attenta e sobrissima direzione artistica di Piera Detassis. Un motto che non si può smentire: il cartellone non sarà travolgente ma è ben nutrito e, girando come fa a 360°, costruttivamente disorientante.
Il segreto, forse, è nella più volte sottolineata dicitura: «film», presente nel nome stesso dell'evento. Non solo cinema, quindi, ma anche tanta televisione e, soprattutto, tanti incontri e convegni.
Dei titoli più attesi e degli ospiti ormai sappiamo tutto: il presenzialista George Clooney assieme all'ex «velina» Elisabetta Canalis; Meryl Streep pronta a ritirare il Marc'Aurelio d'Oro alla Carriera; i fratelli Coen e la loro nuova commedia nera; Richard Gere con un film strappalacrime su un cane fedele; i primi 25 minuti di «Twilight: New Moon», col loro codazzo di adolescenti palpitanti. Sono presenze importanti e opere di sicuro successo ma, visto che l'eco dei party veneziani si è a malapena spento, rischiano di essere accolti un po' distrattamente, come un invitato di lusso che si presenti a dieci minuti dalla fine della festa.
Quello che vale la pena di fare, quando si tratta col festival romano, è leggere tra le righe del densissimo programma. Così facendo è possibile scovare selezioni preziose e poco pubblicizzate. Innanzitutto appare doveroso ricordare che il presidente della giuria internazionale che assegnerà il Premio Marc'Aurelio d'Oro al miglior film, alla migliore attrice, al migliore attore e il Marc'Aurelio d'Argento, è il grande Milos Forman. Classe 1932, vincitore di due premi Oscar per «Qualcuno volò sul nido del cuculo» e «Amadeus», il regista di origini ceche è uno dei grandi nomi del cinema contemporaneo, troppo spesso dimenticato.
C'è poi una retrospettiva, quella dedicata a Luigi Zampa, che darà al pubblico il raro privilegio di poter ammirare sul grande schermo classici di Sordi come: «Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata» e «Il medico della mutua» e titoli di culto come «Processo alla città».
Un'occasione ben più interessante della speculare retrospettiva di cortesia che ha per protagonista Meryl Streep: tutte pellicole facilmente reperibili privatamente, passate da poco al cinema o in tivù.
La sezione «Occhio sul mondo» guarda al nostro pianeta e ai rischi che corre la natura, proponendo documentari imperdibili: «The Cove», «The End of the Line», «Ghost Bird». Alle proiezioni saranno associati ben sette eventi dedicati all'ambiente tra cui quello organizzato dall'Associazione Cape Farewell, fondata da David Buckland e intenta a cercare un inedito equilibrio tra arte e informazione scientifica.
Sono presenti anche prodotti televisivi di altissima qualità e inediti in Italia, come l'entusiasmante trilogia inglese «Red Riding», tratta dai romanzi di David Peace o il film tivù «Skellig», con Tim Roth nel ruolo di un essere alato che fa amicizia con un bambino.
E ancora musiche berbere con «Sound of Morocco» di Giuliana Gamba, l'animazione tratta dal Manga «Astro Boy», il nuovo James Ivory, vergognosamente inedito trattandosi di uno degli autori più grandi del doppguetta, «The City of Your Final Destination», con Anthony Hopkins e Laura Linney.
Gli occhi dei media, puntati sui titoli da red carpet: «Julie & Julia», «The Last Train» (progetto di Paulo Coelho), «Up in the Air» (coppia bollente Clooney - Vera Farmiga), «A Serious Man», «The Imaginarium of Doctor Parnassus» e «Triage», sono distratti, in cerca di glamour, da quella che potrebbe essere la reale identità di un appuntamento che fatica a trovare una propria dimensione. Non una Venezia di serie B ma un simposio, durante il quale si possa festeggiare la settima arte in tutti i modi possibili. Una festa, come recitava il nome con cui l'evento ha esordito, che porti il popolo in sala e i cinefili tra il pubblico.

Adamo Dagradi

Baaria scatena le polemiche degli animalisti

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Il Movimento Vegetariano No alla Caccia si unisce alla protesta ed allo sdegno di tutti coloro che ritengono che nulla, mai, possa giustificare la morte di un essere senziente e tantomeno la realizzazione di un film. Ci riferiamo chiaramente alle polemiche sorte in seguito all’uscita del film di Giuseppe Tornatore “Baaria”. In questi giorni nelle sale italiane. E’ stata una precisa scelta del regista, come da lui stesso ammesso, quella di uccidere un animale indifeso, un bovino, con un punteruolo conficcato in fronte, per riprodurre dal vivo la scena della macellazione, nella quale il povero animale si vede prima accasciarsi e poi gli viene, in maniera spietata ed efferata, tagliata la gola.

«È una scena - ha spiegato Tornatore - che volevo fortemente, non potevo eliminarla, era troppo importante. Abbiamo provato con gli effetti speciali ma non era la stessa cosa. Allora abbiamo cercato un mattatoio attivo e siamo entrati con una troupe, abbiamo travestito i lavoratori del posto con gli abiti del film e abbiamo girato una scena quasi come se fosse un documentario. Vorrei precisare che quella scena, dal vivo, avviene 5, 6 volte al giorno».

Purtroppo lo sappiamo fin troppo bene che quella stessa scena ripresa dalla troupe di Tornatore si ripete incessantemente ogni giorno in tutti i macelli d'Italia e del mondo e sta proprio qui il punto sul quale ci piacerebbe che il signor Tornatore avesse riflettuto e riflettesse e come lui la stragrande maggioranza delle persone: le vite degli animali non sono prive di peso, l’una non sostituisce l’altra. Non e’ la stessa cosa uccidere 1 volta o 10 o 100. Quindi dire che cose del genere accadono tutti i giorni non toglie valore alla morte di quel singolo animale ucciso dalla troupe! Finchè non daremo importanza e dignita’ ad ognuna di queste vite ci saranno sempre macelli, laboratori di vivisezione, pelliccerie etc. Pensare di riprodurre l’uccisione di unessere indifeso come un bovino al solo scopo di riprendere la scena dal vivo dovrebbe essere impensabile! Come e' impensabile uccidere una persona per girare un film! Non ci passerebbe mai nella testa di farlo,esistono gli effetti speciali per questo! Chi fa un mestiere come quello del regista, che ha la possibilita’ di arrivare a tante persone, dovrebbe fare molta attenzione ai messaggi che passa. Con questo film purtroppo e' passato ancora una volta il messaggio: "l’animale non ha una sua dignita’, non ci importa che soffra, che provi dolore" e che quindi meriti e abbia il diritto di essere al mondo come ognuno di noi.

Omaggio a Rota e a Sergio Leone Poi «Triage»

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Mancano pochi giorni al via del Festival Internazionale del Film di Roma. La quarta edizione si aprirà ufficialmente giovedì 15 ottobre, ma sarà preceduta da una serie di eventi legati al mondo dell'arte e della cultura. Subito in programma grandi appuntamenti come l'anteprima di «Triage», ultimo film del premio Oscar Danis Tanovic, un concerto, tre mostre e una grande festa di inaugurazione.
Il 13 ottobre, alle ore 21, l'Auditorium della Conciliazione ospiterà un concerto dedicato a Nino Rota firmato dagli Avion Travel e dall'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. In programma brano tratti dalle colonne sonore di alcuni film che hanno fatto la storia del cinema come «Amarcord», «Il Padrino», «La Dolce Vita».
Il 14 ottobre, invece, saranno inaugurate le tre mostre del Festival, tutte ad ingresso libero. Alle 17, presso il Museo Archeologico dell'Auditorium Parco della Musica, aprirà al pubblico «Luci del cinema su Antonio Ligabue», un'esposizione di circa ottanta opere dell'artista provenienti dai più importanti musei e collezioni private. Alle 17.30, per la prima volta in Italia, sarà presentata la mostra «Cape Farewell: Art and Climate Change».
Alle 18, presso lo Spazio Espositivo del parcheggio superiore dell'Auditorium, il Festival renderà omaggio a Sergio Leone a ottant'anni dalla nascita e a venti dalla scomparsa. Lo farà attraverso una mostra dal titolo «Sergio Leone, uno sguardo inedito» che si avvarrà di uno straordinario allestimento scenico firmato dai premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. L'evento sarà inaugurato dal Premio Oscar Ennio Morricone, presenti Gian Luigi Rondi, la famiglia Leone, Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo. Il 15 ottobre, alle 19.30, «Triage» di Danis Tanovic con Colin Farrell, Paz Vega e Christopher Lee, aprirà ufficialmente il Concorso del Festival.

«Fame» di successo, sequel generazionale

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Adamo Dagradi



Di «Saranno famosi», in Italia, è rimasto il ricordo, caro a molti, della serie televisiva trasmessa su Rai Due dal 1983 al 1990 e poi replicata all'infinito. Si raccontavano le vicissitudini, artistiche e sentimentali, di studenti e insegnati di una scuola d'arte newyorchese. Il format di «Amici», di Maria De Filippi, trova in questo show la sua sorgente.
L'omonimo lungometraggio, il cui titolo originale è «Fame», girato nel 1982 da Alan Parker («Fuga di mezzanotte», «Angel Heart»), è una rarità da cineteca comunale.
Peccato, perché si tratta di un interessante ibrido a cavallo tra musical, ruvidezza metropolitana anni '70 e primi palpiti pop anni '80. Film e serie tivù condividevano la quasi integrità del cast, tra cui personaggi, come il ballerino Leroy Johnson, il pianista Bruno Martelli o il prof. Shorofsky, ormai scolpiti nell'immaginario collettivo.
Un remake hollywoodiano, a seguito dei successi di «High School Musical» (uno, due e tre), «Bandslam» (in arrivo sui nostri schermi) e della serie tivù "Glee", era inevitabile. Il nuovo «Fame» è stato portato sullo schermo dal coreografo e regista di videoclip Kevin Tancharoen, al suo debutto cinematografico. Le premesse sono le stesse: quattro anni di vita e lavoro di un gruppo di talentuosi minorenni. Restano anche alcune scene, riprese fedelmente dal film dell'82, come la danza improvvisata in mensa o il tentato suicidio in metropolitana.
Cambiano i volti, più moderni e attraenti; i generi frequentati, con l'entrata prepotente del rap e del rock; il background, che ci fa apprezzare la New York post-Giuliani da un punto di vista igienico e di pubblica sicurezza, anche se bisogna ammettere che, quella sporca e pericolosa del ventennio '70 e '80, era più evocativa. Laddove Parker, regista spesso duro, sicuramente non aperto al compromesso, aveva trovato terreno fertile per sollevare interrogativi di tipo razziale, sessuale e sociale, oggi si nota un generale appiattimento, confortante ma un po' vigliacco.
Nel cast di giovanissimi, tutti già performer stagionati, spiccano Asher Book (il cantante Marco), sosia fisico e vocale di John Mayer; Naturi Naughton, una pianista classica con la passione del pop e il rapper Collins Pennie. Debbie Allen torna dall'originale «Fame» (pellicola e serie tivù), nella parte della preside. Pochi i volti noti anche tra gli insegnanti. I cinefili riconosceranno Charles S. Dutton («Alien3»), mentre gli appassionati di sitcom apprezzeranno la sempre brava Bebe Neuwirth («Cin Cin»).
107 minuti di intrattenimento per coppie e famiglie, che piacerà soprattutto agli adolescenti (ai quali è dedicato), senza probabilmente dare vita a spin off televisivi. Avrebbe giovato, come sempre quando si parla di un'età così sensibile, di maggiore irrequietezza.

Adamo Dagradi

Supercast di pasticcioni che si inventano rapitori

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Adamo Dagradi



Registi e produttori italiani sono incorreggibili: hanno la brutta abitudine di tornare sul luogo del reato. Prendiamo il nuovo film di Lucio Pellegrini ("Tandem"; "Ora o mai più"; "I liceali"): "Figli delle stelle", le cui riprese sono iniziate due settimane fa tra la Capitale, Torino e la Valle D'Aosta. La pellicola racconta di un gruppo di disperati che s'improvvisano rapitori, con risultati tra il comico, l'amaro e il grottesco. Deja Vu? Qualcuno ricorderà il delizioso "La lingua del Santo", di Carlo Mazzacurati, nel quale Antonio Albanese e Fabrizio Bentivoglio trafugavano una celebre reliquia padovana. Al botteghino era andato così così. Per chi avesse la memoria più corta e un indomito spirito cinefilo, il venti marzo 2009 è uscito nelle sale (poche): "L'ultimo Crodino", nel quale due poveracci, interpretati da Enzo Iacchetti e Ricky Tognazzi, rapivano la salma del banchiere Enrico Cuccia. È stato un disastro, tanto da provocare le pubbliche lamentele di Iacchetti.
Che cosa, dunque, dovrebbe salvare "Figli delle stelle" dalla medesima sorte? Forse il retrogusto meno indigesto (la povertà va di moda solo quando relegata al dopoguerra del neorealismo), forse il cast più nutrito e popolato di volti noti al grande pubblico cinematografico.
La produzione, infatti, conta Fabio Volo come protagonista (lui, a differenza di Iacchetti, è uno dei pochi personaggi televisivi trasformatisi in Re Mida sul grande schermo), Pierfrancesco Favino, Claudia Pandolfi, Giuseppe Battiston e Paolo Sassanelli come comprimari. La banda di "criminali da strapazzo", come li chiamerebbe Woody Allen, sarà composta da un portuale di Marghera, un precario cronico, un ricercatore universitario non più giovane e in bolletta, un avanzo di galera e una giornalista insicura.
In preda a una feroce e attualissima pulsione antipolitica decidono di rapire un ministro e, con il riscatto, risarcire la famiglia di un operaio morto sul lavoro. Gli aspiranti anarchici, imbranati e di buon cuore, finiranno per combinare un pasticcio coi fiocchi.
Il regista descrive così la sua creatura: "strettamente ancorato alla realtà, ma radicato nel solco della più classica commedia italiana. "Figli delle stelle" racconta l'assurda convivenza tra un gruppo di rapitori improbabili e un politico stupito e incredulo e lo fa insieme ai suoi protagonisti con uno sguardo dolceamaro, comico e sentimentale". Speriamo che, trainato dall'affetto che il pubblico è consueto tributare a Fabio Volo, almeno questo sia un rapimento di successo.

Grande Teatro, qualità e novità in scena

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Alessandra Galetto



Verona. Da una parte la certezza della qualità delle proposte, garantita dalla presenza dei nomi più significativi degli attori del teatro italiano attuale, dall'altra il carattere innovativo delle scelte, che sfuggono al «solito» repertorio di autori consacrati dalla tradizione o che comunque li rileggono in chiave moderna. E' cosi che il direttore artistico Gian Paolo Savorelli ha indicato il tratto fondamentale della 24 edizione del «Grande Teatro», la rassegna scaligera di prosa che debutta al Nuovo il 17 novembre e prosegue con otto spettacoli fino a marzo. A fianco di Savorelli, a tratteggiare il carattere di questo cartellone, l'assessore alla Cultura del Comune Mimma Perbellini, il direttore del Teatro Stabile di Verona e direttore del Teatro Nuovo Paolo Valerio, l'assessore alla Cultura della Provincia Marco Ambrosini.
«Dopo il grande successo dell'Estate Teatrale, ci affacciamo alla stagione invernale con una proposta di grande qualità», ha esordito l'assessore Perbellini, «e con la soddisfazione di constatare la risposta entusiastica del pubblico, che anche per il Grande Teatro conferma la sua approvazione alle nostre scelte, come già confermano gli abbonamenti».
«Sono reduce da tre giornate a Roma e torno con la soddisfazione di vedere che nemmeno la capitale ha un teatro con un cartellone così ricco e vario», ha sottolineato Valerio.
«Dicevamo, qualità e novità», ha ripreso Savorelli. «E all'insegna della novità il cartellone si apre il 17 novembre con "Il birraio di Preston", dal romanzo di Camilleri, che vede sul palco per la prima volta Giulio Brogi. Sempre per le novità, ecco due testi nuovi: "Est Ovest" della Comencini con Falk e Virgilio e "La macchina del capo" di Paolini; ma non mancano testi riscritti da fonte letteraria, a partire dal "Don Chisciotte" di Branciaroli, ma anche "Il paese degli idioti" che Tato Russo riscrive da Dostoevskij, e ancora "L'inganno" di Shaffer interpretato dalla coppia Mauri-Sturno. Anche un classico come il Goldoni dell'"Impresario delle Smirne" viene proposto nella rivisitazione dalla regia di De Fusco che si arricchisce di spunti felliniani. E tra i classici, la grande "Filumena Maturano" con Lina Sastri e Luca De Filippo».


Woodstock,i giorni più famosi del rock

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Adamo Dagradi



Scordate le magie volanti di «La tigre e il dragone» e le malinconie erotico-country di «Brokeback Mountain»: il regista premio Oscar Ang Lee ha deciso di lanciarsi nella commedia. «Motel Woodstock», il suo nuovo film, arriverà nelle sale italiane dopodomani, venerdì, preceduto dal consenso quasi unanime della stampa anglosassone.
Pochi sanno che senza lo spirito d'iniziativa di un giovane designer d'interni, tornato nella cittadina di Bethel, New York, per aiutare i genitori a evitare il fallimento del loro Motel, il più grande concerto della storia del rock non si sarebbe mai tenuto. Elliot Tiber oggi ha settantaquattro anni e le sue memorie, raccolte nel libro: «Taking Woodstock: A True Story of a Riot, a Concert, and a Life» (scritto a quattro mani con Tom Monte), sono servite allo sceneggiatore John Schamus come base per raccontarci i retroscena, spesso grotteschi, a volte commuoventi, di un evento che abbiamo sempre visto da davanti al palco.
Tiber, interpretato dal giovane comico Demetri Martin, viene a sapere che la cittadina di Wallkill ha rifiutato le offerte degli organizzatori del Woodstock Music Festival. Corre l'anno 1969 e Elliot, ignorando la benevola disapprovazione dei genitori, ha già assaggiato qualche fetta di contestazione. Ottiene dal municipio il permesso di ospitare il concerto e convince un contadino locale, Max Yasgur (Eugeny Levy), ad affittare il suo terreno. Non hanno la minima idea delle reali dimensioni, fisiche e storiche, di ciò che sta per accadere.
Yasgur, morto d'infarto quattro anni dopo, fu celebrato da «Rolling Stone» con una pagina intera (unico non musicista nella storia della rivista) e cantato da Joni Mitchell e dai «Mountain». Aveva preteso che l'acqua fosse distribuita gratis dai suoi vicini al pubblico, inimicandosi l'intero paese e aveva visto il suo campo distrutto dalla folla.
Ang Lee, forte di un cast variegato e affiatatissimo, nel quale spiccano Imelda Staunton (la madre di Elliot), Emile Hirsch (un reduce del Vietnam) e Liev Schreiber (un ex soldato transessuale a cui viene affidata la security del Motel), ci tiene, però, lontani dalle famose performance. Quelle del film sono storie di gente comune, la cui vita viene cambiata dal concerto: ragazzi che diventano uomini (con la complicità di qualche sostanza illecita) e uomini che tornano ragazzi, dimenticando per un attimo il perbenismo e le paure della Guerra Fredda per dare libero sfogo alle emozioni.
Pur attingendo a piene mani dal celebre documentario di Michael Wadleigh "Woodstock", il regista ha evitato di usare gli effetti digitali per inserire i suoi attori nelle immagini dell'epoca. Sullo sfondo si sentono le note di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Joe Cocker (Yasgur parlò alla folla prima del suo set), ma davanti alla telecamera, con la modestia tipica del grande cineasta taiwanese, tra hippie svestiti e contadini sbalorditi, ritroviamo la prospettiva dello spettatore: forse l'elemento meno valutato dai libri storia.

«Baaria» braccata dai «Bastardi» di Tarantino

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I «Bastardi senza gloria» di Quentin Tarantino danno la caccia a «Baari»a: parafrasando il film è questo in sintesi l'esito del weekend al cinema appena trascorso. «Baaria», il film di Giuseppe Tornatore candidato italiano alla corsa alla nomination per l'Oscar straniero, resta al primo posto, dopo due settimane, programmato da Medusa in 527 sale e con un incasso costante che veleggia sui 2 milioni di euro per un totale a domenica di 5.528.000 euro, secondo i dati Cinetel che monitorano circa l'85% delle sale italiane. «Bastardi senza gloria», con Brad Pitt in testa, uscito da Universal nel weekend in 465 sale ha incassato 2 milioni di euro, con una media per sala da primo posto (4,302 superiore ai 3,974 di Tornatore). Nel gruppo di testa degli incassi resta il film Disney «G-Force: superspie in missione» con oltre 1 milione di euro. «L'era glaciale 3», il film d'animazione distribuito da Fox, si avvia ai 29 milioni di euro d'incasso alla 6 settimana. Stabile l'incasso totale, sugli 8 milioni 380 mila euro, superiore di un 3,21% rispetto all'analogo periodo 2008.
Quentin Tarantino dirigerà il terzo capitolo della serie «Kill Bill», come riporta Variety. Lo ha annunciato lo stesso regista stesso al Morelia Film Festival in Messico, durante la promozione di «Bastardi senza gloria».
La storia riprenderà la trama dei primi due, ma sarà ambientata dieci anni dopo. L'uscita è prevista per il 2014.

La storia di Nogara raccontata in un film

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Stefano Cucco



Un secolo di storia nogarese raccontato in un film. Sono da poco terminate le riprese di un mediometraggio che spiega alle nuove generazioni, che risiedono da quelle parti, gli ultimi cento anni di vita e di storia paesana. La regia è di Giordano Padovani, scrittore e giornalista, che da diversi anni si occupa proprio di storia locale e che ha pubblicato numerosi libri sull'argomento. Il brigante, questo il titolo del film, è stato realizzato in collaborazione con l'Amministrazione comunale, e verrà presentato al Teatro Comunale della cittadina a fine anno. In seguito verrà masterizzato in dvd e distribuito a tutte le famiglie di Nogara.
«È un sogno che diventa realtà», spiega Padovani. «La protagonista è proprio Nogara, che viene filmata in ogni stagione, in ogni sfumatura, nell'esistenza di tutti i giorni come nelle occasioni eccezionali. E intorno ci sono i suoi abitanti, narrati in quattro generazioni, quelli che hanno attraversato il Novecento, un secolo non certo privo di avvenimenti epocali».
Ma perché titolare questa pellicola Il brigante?
«In riferimento», prosegue Padovani, «all'avvenimento con il quale inizia la storia, vale a dire l'uccisione, avvenuta nel 1905, del bandito Giuseppe Cottarelli, soprannominato "Attila", flagello del Basso veronese, che finì ucciso dalla rivoltella di un carabiniere vicino alla frazione di Caselle». Padovani non è un neofita della macchina da presa. La sua passione per il cinema risale agli anni Settanta, quando a Roma era un giovane studente d'arte, tanto che, poi, negli anni Novanta realizzò un documentario, dedicato alla popolazione della frazione di Caselle di Nogara dal titolo Caselle, come eravamo.
La pellicola percorre, come si diceva, la storia di tutto il Novecento intrecciando gli episodi di vita quotidiana agli avvenimenti storici che hanno segnato il secolo scorso a partire dalle emigrazioni locali per continuare con le due guerre mondiali, il regime fascista, la resistenza, il dopoguerra, gli anni del boom economico e l'immigrazione extracomunitaria. Le immagini d'epoca provengono dall'Archivio di Stato dell'Istituto Luce. La prima intervista realizzata dall'autore è stata quella con Giuseppe Ferro, l'ultimo testimone della tragica spedizione in Russia.
I testi del film si basano su interviste e ricostruzioni storiche che hanno coinvolto numerosi cittadini come appassionati di teatro, musicisti, costumisti, comparse e collezionisti di oggetti che appaiono anche nel mediometraggio. Ma non è tutto. La voce narrante del film è quella dell'attore veronese Gianni Franceschini, pronipote di un emigrato in Sudamerica agli inizi del Novecento come tanti altri nogaresi.

A Beverly Hills il cinepanettone di De Sica

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A Los Angeles è ancora estate ma una grossa slitta, trainata da otto renne, campeggia in Rodeo Drive, l'elegante via dello shopping della città del cinema. È il set di «Natale a Beverly Hills», l'ultimo della ventennale serie di cinepanettoni prodotti da Aurelio e Luigi De Laurentis.
Ancora una volta Christian De Sica ne è protagonista, diretto da Neri Parenti e affiancato da Sabrina Ferilli, Michelle Hunziker, Paolo Conticini, Massimo Ghini Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi e Michela Quattrociocche. È l'ultima settimana di riprese del primo episodio. Dalla prossima settimana e fino al 30 ottobre, a lavorare saranno Michelle Hunziker, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi.
Il copione prevede lo sviluppo di due storie parallele: nella prima Cristina (Sabrina Ferilli) incontra per caso Carlo (Christian De Sica), che a suo tempo l'aveva abbandonata, incinta di sette mesi. Ha sposato un galantuomo, Aldoprando, interpretato da Ghini e non ha nessuna voglia di vedere rientrare nella sua vita il vecchio fidanzato il quale, invece, lasciato senza un soldo dalla anziana e ricca compagna (che lo scarica per un uomo più giovane, Rossano Rubicondi), si intrufola nella famigliola.
La seconda storia racconta di Serena (la Hunziker), Marcello (Gassman) e Rocco (Tognazzi), i primi fidanzati in procinto di sposarsi, il terzo un amico di vecchia data di lui, che si insinua nella vita della coppia, cercando di rapire il cuore di lei.
«Prima Miami, poi New York e ora Los Angeles - commenta Luigi De Laurentis, figlio di Aurelio, nonchè fidanzato della Hunziker - l'America ci ha accolto e aiutato anche ora, anche in tempi di crisi. Noi a Natale saremo al cinema come sempre. In tempi di crisi la gente vuole ridere e non pensare ai problemi e noi cerchiamo di regalare due ore spensierate agli italiani». Cosa che accade attraverso il racconto di un'Italia «bugiarda, fedifraga, caciarona e confusionara - spiega Parenti - che è così spesso è davvero».

L'Italia sceglie «Baaria» per gli Oscar

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«Baaria» di Giuseppe Tornatore è da oggi il film ufficialmente candidato dall'Italia per correre nella categoria miglior film straniero agli Oscar. Per il regista siciliano è la quarta volta dopo «Nuovo cinema Paradiso» (che vinse l'Academy Awards), «L'Uomo delle stelle» e «La sconosciuta». E mentre Tornatore dà fondo per l'occasione a una sorta di scaramanzia ben augurante («il film è come l'altra faccia della medaglia di «Nuovo cinema Paradiso») arrivano da politici, e non solo, gli auguri e il sostegno.
Il film - che ha prevalso su «Fortapasc» di Marco Risi, «Il grande sogno» di Michele Placido, «Si può fare» di Giulio Manfredonia e «Vincere» di Marco Bellocchio - per Tornatore potrebbe avvalersi di quella «sicilianità» spesso risultata vincente ad Hollywood.
Rappresentare un Paese nella corsa agli Oscar, «è un terreno sdrucciolevole perchè il mondo dei film internazionali è così vario, tanto che non vorrei essere nei panni dei selezionatori». Ancora emozionato per la notizia appena ricevuta, il regista Giuseppe Tornatore si è così espresso in merito alla nomination italiana ottenuta con Baaria e arrivata dalla commissione istituita dall'Anica con voto quasi unanime, 11 favorevoli e 2 contrari.
E mentre arrivano gli auguri del presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, del ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo («una Sicilia da Oscar» dice la ministra), del senatore pd Giuseppe Lumia e il sostegno del presidente di Medusa, Carlo Rossella, e del vice presidente e dell'amministratore delegato Giampaolo Letta, per Tornatore bisognerà aspettare il 2 febbraio 2010 per sapere davverò se il suo «Baaria» correrà davvero per la statuetta, mentre la premiazione degli 82esimi Academy Awards si svolgerà il 7 marzo 2010.
Baaria è «un film che riguarda la mia vita e che sognavo di fare da tanto tempo», ma il prossimo, garantisce il regista Giuseppe Tornatore, sarà qualcosa di completamente diverso. «Io ho sempre zigzagato e ho il complesso dell'opera prima - ha detto ieri a Milano -. Devo sentirmi inadeguato ed emozionato ogni volta come al primo film e dunque amo i salti nel buio».
Anche Baaria è stato una sfida, ha spiegato, «perchè avevo in mente di farlo dopo i 60 anni, con più esperienza e una prospettiva di memoria più giusta». Però i produttori «si sono innamorati dell'idea, per quanto complessa, e io ho accettato, facendo appello al fatto che nella vita sono stato sempre precoce».
Il soggetto del prossimo lavoro, ha proseguito il regista, sarà confermato e reso noto entro fine dicembre, scegliendo fra «un paio di progetti». Uno di questi è un possibile film incentrato sulla figura di Aung San Suu Kyi, la premio Nobel per la pace birmana.
La pellicola, infine, nelle sale italiane da venerdì scorso, ha fatto registrare un incasso di oltre 2 milioni di euro nel primo weekend di programmazione.

Salieri apre la stagione del «Salieri»

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Gianni Villani



Ricca di proposte, anche per il 2009 -2010, la stagione di danza, musica e prosa del Teatro Salieri di Legnago, illustrata ieri dal direttore Angelo Curtolo alla presenza del presidente della Provincia, Giovanni Miozzi e del sindaco di Legnago, Roberto Rettondini. Il via sabato 14 novembre con la prima rappresentazione in tempi moderni dell'opera Il mondo alla rovescia di Antonio Salieri, diretta da Federico Maria Sardelli, con la regia di Marco Gandini e la partecipazione del Coro e dell'Orchestra areniani. Il comparto musicale continuerà il 14 gennaio con l'Orchestra Filarmonia Veneta Malipiero, per la direzione di Diego Basso, che proporrà musiche da film di Ennio Morricone. Il 6 febbraio è attesa l'Orchestra di Padova e del Veneto - diretta da Maffeo Scarpis e affiancata dalla violinista Natasha Korsakova - in musiche di Armando Trovajoli, tratte da film di grandi registi come De Sica, Monicelli, Scola, Magni, Risi, Pietrangeli, Lattuada.
Concluderà l'Orchestra dell'Arena che il 9 aprile proporrà musiche da film di Nino Rota (Il gattopardo, Il padrino, Guerra e pace) per la direzione di Marcello Rota e con la vocalist Rossella Ruini.
La danza, che a Legnago ha sempre un forte seguito, sarà presente il 3 dicembre con Rhyth.Mix, nato da un'idea di Antonio Gnocchi Ruscone per le scenografie di Gianni Melis e le coreografie di Barbara Cardinetti. Protagoniste dello spettacolo le Atlete della Nazionale italiana di Ginnastica ritmica. Il 21 gennaio toccherà all'Aterballetto presentarsi in Certe notti su canzoni e poesie di Luciano Ligabue e dialoghi tratti dal film Radiofreccia, coreografia di Mauro Bigonzetti. Al migliore coreografo del 2008, l'americano Alonzo King, è affidato l'appuntamento del 19 febbraio con l' "Alonzo King's Lines Ballet" su musiche tradizionali africane e di Corelli/ Poulenc. Il 2 marzo andrà in scena il celebre musical Cats di Andrew Lloyd Webber con la Compagnia della Rancia nelle coreografie e regia (associata con Saverio Marconi) di Daniel Ezralow. La danza si concluderà sabato 7 aprile con Los Vivancos, sette fratelli considerati il nuovo fenomeno del flamenco moderno, che saranno accompagnati da un quintetto di musicisti.
La prosa sarà presente con quattro spettacoli a partire da Italiani si nasce e noi lo nacquimo (domenica 29 novembre), di e con Maurizio Micheli e Tullio Solenghi, regia di Marcello Cotugno. Seguirà il 4 febbraio, Personaggi di Antonio Albanese e il 9 marzo Trilogia della villeggiatura di Goldoni, regia e interpretazione di Toni Servillo, giudicato dalla critica il migliore spettacolo del 2008. In chiusura poi La bisbetica domata di Shakespeare, con Natalino Balasso, Stefania Felicioli e la regia di Paolo Valerio e Piermario Vescovo.

Barbarossa e il Braveheart italiano

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Scene di massa epocali, la battaglia di Legnano ricostruita, lance, armature, cavalli, carri anzi carrocci: il Braveheart italiano, «Barbarossa», è pronto per le sale. Il primo trailer è visibile da ieri sui siti, a cominciare da quello di 01 che distribuirà il film in centinaia di copie, forse 300, dal 9 ottobre. Il kolossal di Renzo Martinelli su Alberto da Giussano e la sua Compagnia della Morte, ricostruzione dell'opposizione dei Comuni nel 12/mo secolo al Sacro Romano Impero dell'imperatore Federico I il Barbarossa, avrà un'anteprima praticamente obbligata dal copione, al Castello Sforzesco di Milano il 2 ottobre.
Il film sarà presentato anche al Festival internazionale del cinema di Roma (15-23 ottobre), nella sezione mercato, in Business street e negli Italian Screenings, da Rai Trade che conta proprio per la spettacolarità della ricostruzione in un buon esito di vendite per l'estero.
Un budget di 30 milioni di dollari, Rai Fiction e Rai Cinema coinvolti oltre alla società dello stesso Martinelli, per un film che sin dall'inizio si è attirato l'attenzione politica e una sorta di imprimatur della Lega Nord, quasi un film spot.
Il senatore Umberto Bossi andò persino in Romania sul set del film, circostanza successivamente smentita dal protagonista Raz Degan e un promo di pochi minuti commosse 50 mila leghisti radunati il 14 giugno a Pontida. Per i leghisti, Alberto da Giussano è icona leggendaria, simbolo mitologico del federalismo, l'uomo il cui sogno sconfiggendo il centralista imperatore era di ridare la libertà alla propria gente. E non c'è occasione recente in cui Bossi non raccomandi ai suoi di correre in sala all'uscita del film. E quando andrà in onda su Raiuno, nella versione televisiva lunga 200 minuti, sarà una delle fiction non in dialetto romanesco, ma in lumbard, più volte raccomandate dal viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli e da altri esponenti leghisti.
Ad interpretare il Braveheart di Giussano è Raz Degan, scelto da Martinelli per prestanza fisica e bruciante coraggio, Kasia Smutniak è la sua donna, mentre Rutger Hauer, cattivo per eccellenza al cinema, è il fustigatore Barbarossa.
Nel cast anche Cecile Cassel, imperatrice Beatrice; F. Murray Abraham, premio Oscar per Amadeus, il traditore Barozzi.

Tedeschi, Brilli, Poli: la prosa per sorridere

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Alessandra Galetto



Un cartellone pensato per coniugare il divertimento alla riflessione, il piacere dell'evasione allo spunto per pensare, con l'attenzione puntata soprattutto sulla società del nostro tempo, ritratta con ironia in una serie di commedie con attori di primo piano della scena italiana. E' questa la novità dell'edizione 2009-10 della rassegna "Divertiamoci a teatro" realizzata, al Nuovo, dal Teatro Stabile di Verona e giunta al 12° anno, presentata ieri dal direttore Paolo Valerio, dall'assessore alla cultura del Comune Mimma Perbellini e della Provincia Marco Ambrosini e da Gian Paolo Savorelli, direttore artistico dell'Estate Teatrale. Con una premessa, ribadita e condivisa da tutti: l'importanza del lavoro di squadra.
«In questi giorni Verona è stata posta nella classifica realizzata dal Sole 24 Ore come quinta città italiana in termini di qualità della vita e benessere», ha esordito l'assessore Perbellini. «Uno dei fattori determinanti per questa posizione riguarda l'offerta culturale. Evidentemente i nostri sforzi hanno dato frutto».
«Ed è stato proprio sulla qualità che abbiamo puntato per il cartellone di Divertiamoci a teatro», ha confermato Valerio, spiegando quindi nel dettaglio gli spettacoli in programma. Il sipario del Nuovo si apre dunque l'11 novembre con il grande Gianrico Tedeschi in Metti in salvo il tesoretto, una commedia brillante con sette attori e musicisti tratta dall'Aulularia di Plauto, che alterna parola e musica trasformando in chiave contemporanea la cosiddetta "commedia della pentola". Dal 25 al 27 novembre Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey sono protagonisti di una commedia amara firmata da Pietro Longoni, Col piede giusto, che mostra il cinismo nella nostra società. Tocca quindi al poliedrico Paolo Poli, che dal 9 all'11 dicembre sarà protagonista di I Sillabari di Goffredo Parise, un insieme di piccoli poemi in prosa, ritratti di un'Italia del dopoguerra che cambia rapidamente.
Il nuovo anno per "Divertiamoci a teatro" si apre il 27 gennaio con Girgenti amore mio, nuovo spettacolo di Gianfranco Jannuzzo, scritto a quattro mani con Angelo Callipo. Segue dal 10 al 12 febbraio uno spettacolo innovativo, in cui le due bravissime attrici Mariangela D'Abbraccio e Elisabetta Pozzi diventano La strana coppia di Neil Simon per la regia di Francesco Tavassi. Una "chicca" in esclusiva per il Veneto il 23 febbraio: Nancy Brilli con la nuova produzione Alphabet: storia di 24 ore di una madre quarantenne raccontata in 21 lettere.
Dal 9 all'11 marzo torna La bisbetica domata con Natalino Balasso e Stefania Felicioli che ha debuttato al Romano quest'estate, mentre conclude la rassegna dal 24 al 26 marzo Cena a sorpresa con Giancarlo Zanetti e Benedetta Buccellato per una commedia in cui l'ironia sulla vita di coppia si spinge fino al grottesco. Affiancano la rassegna di prosa quattro appuntamenti di "Solo danza": Ho appena 50 anni di Mvula Sungani, Lo Schiaccianoci di Ciaikovskij, la nuova produzione di Rbr Dance Company dal titolo 4 e Divino Tango di Pasiones Company.

I Cohen illuminano il «Festival di Roma»

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La quarta edizione del Festival di Roma (15-23 ottobre) parte male. Niente «Nine» che a maggio molti davano per certo come film d'apertura essendo, tra l'altro perfetto per location e «italianità» (vera mission del direttore artistico Gian Luigi Rondi). Ci sarà invece l'ultimo film dei fratelli Cohen, «A serious man»; «Julie & Julia» di Nora Ephron con Meryl Streep e venti minuti di anteprima di «New moon», secondo episodio di «Twilight».
Ma tra le voci della vigilia anche la presenza di due divi, come Colin Farrell e Richard Gere che accompagnano rispettivamente nella vetrina romana due film. Ed esattamente, il mistery-thriller di Danis Tanovic e «Amelia» di Mira Nair.
Infine, tra i rumours dell'ultima ora a Roma approderebbe anche un doppio Martin Scorsese. Ovvero un documentario, «American boy: a profile of Steven Prince» (1978), a firma dello stesso regista che intervista Steven Prince, attore scrittore e affabulatore americano dalla vita strampalata. E poi la recentissima rivisitazione dello stesso docu venti anni dopo fatta dal produttore Tommy Pallotta in «American Prince».
Per quanto riguarda gli italiani, molte certezze. Intanto ci sarà in concorso «Viola di mare» di Donatella Majorca con Valeria Solarino, Isabella Ragonese, Ennio Fantastichini, Maria Grazia Cucinotta e Marco Foschi. Un film Medusa che affronta il tema dell'omosessualità con la Solarino nei panni di una ragazza innamorata di un'altra donna, interpretata dalla Aragonese, e che per amore si trasforma in uomo fasciandosi il seno e tagliandosi i capelli. Siamo nella Sicilia di fine '800.
Sempre in concorso ci sarà poi «Alza la testa» di Alessandro Angelini con Sergio Castellitto, la storia di un padre che alleva il figlio adolescente nel culto della boxe. E ancora per l'Italia in corsa per il Marc'Aurelio d'oro «L'uomo che verrà» di Giorgio Diritti con Alba Rohrwacher e Maya Sansa. Il film racconta, attraverso il punto di vista della piccola Martina, la strage del 29 Settembre 1944 a Marzabotto in cui persero la vita 780 civili, soprattutto donne e bambini fucilati dalle SS.
Probabilmente fuori concorso ci sarà invece «Oggi sposi» nuova commedia di Luca Lucini prodotta da Cattleya e Universal e scritta da Fabio Bonifacci, da un soggetto di Fausto Brizzi e Marco Martani. Il film racconta la sincopata e rocambolesca preparazione al matrimonio di quattro giovani coppie. Cast pieno di attori italiani. Si va da Placido a Pozzetto, da Argentero a Carolina Crescentini, da Lunetta Savino a Isabella Ragonese.
Infine, probabilmente nella sezione «Alice» potrebbero approdare «Mar piccolo» di Alessandro di Robilant e un docu di Edoardo Winspeare.
Tornando ai fratelli Cohen, «A serious man» è ambientato nel 1967. Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg) è un professore di fisica che è stato appena lasciato dalla moglie Judith (Sari Lennick) perchè si è innamorata di uno dei suoi colleghi (Fred Melamed). Per il resto della famiglia non va meglio: il fratello Arthur dorme sul divano, in casa di Larry, il figlio Danny è indisciplinato, mentre la figlia, Sarah, ruba i soldi al padre e li mette da parte per rifarsi il naso.

«Il maccaroni combat» di Tarantino

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Sì, i bastardi citati dal titolo ci sono tutti e danno il meglio di se in due tre scene: nazisti colpiti con mazze da baseball, scalpi asportati, svastiche disegnate con coltellacci sulla loro fronte. Ma in «Bastardi senza gloria», presentato in concorso al Festival di Cannes e ora nelle sale italiane, Quentin Tarantino dà il meglio di sè soprattutto sul fronte dei suoi dialoghi deliranti e ovviamente anche nell'attingere, almeno in questo caso, all'amato western all'italiana (le musiche sono di Ennio Morricone) e alla sua infinita cultura di B-Movie.
La trama ha appunto come protagonisti un gruppo di soldati Usa, veri bastardi, reclutati e comandati da Brad Pitt (tenente Aldo Raine) con un solo spirito: fare azioni di guerriglia piene di sangue e ultra-violenza in territorio nemico. Insomma una sorta di «Arancia meccanica» moltiplicata per mille che non piacerà affatto a Hitler (interpretato da Martin Wuttke) che si ritrova per la prima volta scavalcato in violenza da americani e addirittura ebrei.
Quando c'è Quentin Tarantino non ci si annoia, specie se ha voglia di dare lezione come appunto ha fatto ieri a Roma nel presentare «Bastardi senza gloria» (nelle sale dal prossimo 2 ottobre distribuito da Universal in 400 copie).
Il regista di «Pulp fiction» ha infatti puntualmente replicato alle molte domande dei giornalisti con quella passione e con quel tono perentorio interrotto dalle sue rumorose risate.
Intanto dice il regista, non mi considerate americano: «io sono americano, ma non mi considero affatto un cineasta americano. L'America per me è solo un mercato. Faccio film per il mondo».
E aggiunge subito dopo: «Sono una specie di aspirapolvere. Prendo materiale da ogni cinematografia e tutto questo mi succede anche a livello subliminale».
«Bastardi senza Gloria»? «Lo considero un pò come un "maccaroni combat"' come chiamano i giapponesi i film italiani di guerra».
L'idea di mettere in campo in «Bastardi senza gloria» un gruppo di soldati ebrei superviolenti nella Francia occupata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale: «l'ho avuta e realizzata solo perchè una cosa del genere non l'avevo mai vista prima».
Eli Roth, uno dei bastard del film, gli dà man forte: «io che sono ebreo - esordisce -, sono cresciuto sempre con dei film in cui gli ebrei sono delle vittime. Ora che finalmente si cambia questa percezione delle cose credo sia importante».
Tarantino comunque crede nel potere rivoluzionario del cinema. E così, non a caso, cambia la storia della Seconda Guerra Mondiale facendo morire Hitler in una sala cinematografica messa a fuoco dalle pellicole.
E, nonostante il carattere, il regista ama pure critici e carta stampata. «Ci sono critici che sono miei amici. Anzi se non facessi il regista - sottolinea - farei molto probabilmente il critico. Amo anche leggere le critiche, ma non sopporto le recensioni su Internet. Sono uno che ama la carta».
Ma vere risate in conferenza stampa le produce l'intervento di Eli Roth alla domanda di come abbia imparato l'italiano che sfoggia a un certo punto nel film: «La mia scuola di italiano è stato Bombolo, Alvaro Vitali, film come "Viva la Foca" (film del 1982 di Fernando Cicero con Lory del Santo e Vitali, ndr). Anzi devo dire che nel mio personaggio (interpreta il «bastardo» Donny Donowitz, ndr) mi sono ispirato in tutto e per tutto allo spirito di Bombolo. Ho visto tutti i film di Edwige Fenech e di Barbara Bouchet».

«Millennium» di sangue e dolore

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Arriva sul grande schermo «Millennium», seconda parte con più sangue e dolore di «Uomini che odiano le donne» e con protagonista assoluta Lisbeth Salander (Noomi Rapace). «La ragazza che giocava con il fuoco» - questo il titolo del secondo romanzo di Stieg Larsson (Marsilio) come del film diretto da Daniel Alfredson, nelle sale dal 25 settembre distribuito dalla Bim - è infatti proprio lei: Lisbeth, la minuta, asociale e tatuata ragazza capace di mettere al tappeto chiunque si ponga di fronte alla sua strada.
Ma ieri a Roma, per presentare il film della fortunata trilogia «Millennium» (che nel mondo ha venduto più di 10 milioni di copie), c'era solo l'attore Michael Nyqvist, che veste nella saga i panni del giornalista-avventuriero Michael Blomkvist e che sostiene di imitare nella recitazione il nostro Marcello Mastroianni («se non ve ne siete accorti - dice con una certa ironia - rivedete più di una volta il film»).
Proprio come nel libro, il film parte con due giornalisti della rivista Millennium che vengono brutalmente assassinati alla vigilia di una pubblicazione che fa clamorose rivelazioni sul mercato del sesso in Svezia. Tutto fa pensare che la colpevole sia Lisbeth, una ragazza che mostra da sempre comportamenti violenti. Ma il direttore della rivista Mikael Blomqvist non crede a questa tesi, conoscendo meglio di chiunque altro la ragazza. Si metterà così sulle sue tracce trovandosi a fare i conti, tra l'altro, con uno spaventoso «gigante biondo», forte come un Ercole e incapace di sentire dolore. Ma in questa seconda parte delle trilogia più che altro si risale al doloroso passato della vita di Lisbeth, internata in un istituto psichiatrico a dodici anni e vittima, per diverse circostanze, di un sistema ingiusto e corrotto.
«In questa trilogia (nel 2010 uscirà in sala il terzo e ultimo episodio «La regina dei castelli di carta») abbiamo più che altro voluto incarnare lo spirito di Stieg Larsson, più che raccontare puntualmente le sue storie», spiega Nyqvist.
La trilogia, che doveva essere solo per il primo episodio («Uomini che odiano le donne») un film per il grande schermo, mentre per gli altri due solo una serie tv, ha avuto alla fine un destino diverso perchè, spiega l'attore, «quando abbiamo presentato "Uomini che odiano le donne" alla stampa internazionale, i giornalisti si sono chiesti come mai un lavoro come questo (la trilogia è stata girata in maniera continuata) dovesse avere solo uno spazio tv. E così la produzione ha cambiato idea».
E si parla anche di un remake a firma di Tarantino e con Brad Pitt protagonista. Nyqvist la butta lì tra il serio e il faceto («ci sono delle voci», dice), ma aggiunge anche, prendendo le distanze: «Ve lo immaginate Millennium girato in Louisiana?».

Terrorismo, quei ragazzi in «prima linea»

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«Sono un regista, racconto delle storie. Il cinema è un linguaggio, il cui compito è far crescere la società. Credo e spero di aver fatto un film che aiuti a capire».
Renato De Maria, regista di «La prima linea», film sugli anni del terrorismo in Italia, che al Toronto International Film Festival ha ricevuto un'accoglienza calorosa, ha spiegato che il suo film rivisita gli Anni di Piombo dal punto di vista dei terroristi.
Protagonisti sono gli aderenti al gruppo di Prima linea: Sergio Segio (Riccardo Scamarcio) e la sua donna Susanna Ronconi (Giovanna Mezzogiorno) che decisero di scegliere la violenza per realizzare «il sogno rivoluzionario» di liberare i lavoratori dall'oppressione dei padroni. «Gli ideali di quell'epoca - sostiene De Maria - perseguiti nella forma della lotta armata sono stati un errore politico ed esistenziale».
Il regista racconta che quando decise di fare questo film si aspettava d'incontrare delle difficoltà «ma non polemiche forti e preventive nei confronti di un progetto, di cui nessuno ha letto una parola o visto un'immagine».
«Comprendo - ha aggiunto - la reazione dell'associazione dei parenti delle vittime. Quando ci si avvicina a persone che hanno sofferto bisogna rispettarne il punto di vista. Ma è chiaro che non possiamo non ragionare su ciò che è successo. Io mi limito a mettere in fila i fatti, a fare un piccolo racconto attraverso un'unica giornata che rappresenta un'epoca».
Per tali ragioni il regista afferma di aver scelto di fare l'anteprima mondiale del film a Toronto. «Avevamo paura - sostiene De Maria - che a Venezia si sarebbe creato un clima per cui non si sarebbe parlato del film come oggetto artistico, ma si sarebbero prese posizioni politiche che avrebbero trasceso il film. Abbiamo preferito Toronto, dove pubblico e addetti ai lavori avrebbero potuto gudicarlo per ciò che è: un film. A novembre usciremo nelle sale italiane e il pubblico deciderà se andare a vedere il film e prenderà una posizione».
Il regista ricorda che in Italia si contano soltanto un paio di film sul terrorismo: «Buongiorno notte» di Bellocchio, del 2003, incentrato sul rapimento di Aldo Moro, in cui i protagonisti non sono i terroristi, ma il personaggio di Moro, e «La seconda volta», di Mimmo Calopresti (1995), con Nanni Moretti, dove si racconta la storia di una vittima che viene gambizzata dal terrorismo e deve convivere con il suo handicap.
«Il mio è il primo film sul terrorismo - ribadisce De Maria - raccontato dal punto di vista dei terroristi. Non l'ho fatto però per assecondare la loro scelta. Volevo mettermi dal punto di vista narrativo nella testa di questi ragazzi, allora 24enni che decisero di passare dai cortei alla lotta armata e quindi a uccidere. Una scelta tragica, stupida, feroce. Mi interessava raccontare ciò che è realmente accaduto. Invece quello che è successo in Italia è stato rimosso. Noi abbiamo vissuto degli anni molto tragici, di cui non si riesce mai a parlare in maniera intelligente per capire la nostra storia, chi siamo, da dove veniamo».
Per realizzare il suo quarto film come regista, De Maria ha incontrato sia Sergio Segio che Susanna Ronconi, conosciuti anche da Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno.

Mueller: Ang Lee giurato democratico

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«Il sostegno del ministero dei Beni Culturali è stato in misura costante. E di questi tempi devo considerarlo un privilegio visto che è stato confermato lo stesso contributo dell'anno passato (7 milioni di euro, ndr)»: ha risposto così il presidente della Biennale Paolo Baratta a chi gli chiedeva un commento sulle dichiarazioni del ministro Sandro Bondi che avrebbe approvato le dichiarazioni del collega della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che ha polemizzato con i cineasti parassiti al Lido.
Così, il presidente della Biennale Paolo Baratta è costretto ora a fare i conti con una nuova grana, non l'unica di questa Mostra che, tra l'altro, ha accolto trionfalmente il discusso presidente del Venezuela Hugo Chavez, invitato non dalla Biennale ma dal regista Oliver Stone per il suo documentario, ed ha visto circolare dalle parti del Palazzo del cinema la diciottenne chiacchierata Noemi Letizia.
Intanto si va avanti: il presidente della Biennale Paolo Baratta e il direttore della Mostra Marco Mueller hanno annunciato le date 2010: 1-11 settembre. Una nuova Mostra che, dal 2009, porta in eredità un aumento dei biglietti venduti, + 32% e il varo del nuovo Palazzo del cinema che proprio ad ottobre comincerà la fase costruttiva dello scavo. La speranza è che i ritardi delle proiezioni, in qualche caso anche imbarazzanti come i 20 minuti di stop nella prima in sala grande di The men who stare at goats con George Clooney, vengano eliminati. «Essi sono dovuti», ha spiegato Mueller, «ai problemi tecnici in questa fase cinematografica di passaggio dalla pellicola al digitale».
Mueller ha sgonfiato le polemiche sull'esclusione di Baaria di Giuseppe Tornatore dal verdetto finale. «Ang Lee è stato un presidente di giuria incredibilmente democratico. Dopo aver visto il film mi ha detto che gli era molto piaciuto, ma le decisioni sono state collegiali. Fuori dalla rosa sono rimasti anche due film che il regista di Taiwan ha detto di aver amato come White Material di Claire Denis e Lola di Brillante Mendoza. Ad un certo punto, dalla giuria era arrivata la richiesta di poter aggiungere altri premi, ma abbiamo spiegato che non era possibile».
Non è stato però assegnato il Leone speciale al complesso dell'opera: il candidato praticamente unico era Jacques Rivette, uno dei padri della Nouvelle Vague ma proprio la giurata francese Sandrine Bonnaire si è opposta, secondo quanto ha riferito Mueller, spiegando che «Rivette non avrebbe apprezzato, considerandolo un premio con valenza funeraria».
C'è poi un presunto giallo «interferenze» non meglio precisato: l'altra sera i tre maggiori premi sono andati a film distribuiti dalla Bim e la distributrice di Life During Wartime di Todd Solondz, Vania Traxler della Archibald ha spiegato che sapeva che il suo film fino a poche ore prima della serata avrebbe vinto il Leone d'argento e poi invece ha avuto "solo" l'Osella per la sceneggiatura. Circostanza smentita sia dalla Bonnaire che da Ang Lee e oggi da Mueller.
Il direttore della Mostra piuttosto sottolinea il «consenso plebiscitario della giuria a La doppia ora di Capotondi», evidentemente il film italiano più amato, anche del favorito Baaria messo in cartellone nella posizione di lusso di film d'apertura. Se qualcosa è destinato a restare come segno di Venezia 66 è certamente l'apertura alle opere prime che hanno subito colpito vincendo anche il Leone d'oro e d'argento, «una Mostra», ha concluso Mueller, «volano per i giovani talenti».

Solondz favorito, seguito da Moore e Lourdes

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La cerimonia di chiusura della Mostra del Cinema si svolge stasera nella Sala grande del Palazzo del Cinema. Il gala è affidato, come per l'apertura, a Maria Grazia Cucinotta. Star della serata, oltre ai premiati che la giuria guidata dal regista Ang Lee sta decidendo in queste ore, sarà Sylvester Stallone. A lui andrà uno dei premi collaterali, il premio «Jaeger-Lecoultre glory to the filmaker»; nell'occasione sarà mostrato un trailer del nuovo film con Sly regista oltre che interprete, «The Expendables».
A poche ore dalla fine della 66/a edizione della Mostra, il quartetto dei film italiani sembra avere poche speranze di ricevere un premio, almeno secondo il giudizio dei critici italiani e stranieri. Nonostante ciò, però, voci attendibili parlano di un ritorno di Jasmine Trinca al Lido dove potrebbe ricevere la Coppa Volpi per «Il grande sogno».
Sembra però difficile che «Baaria» del premio Oscar Giuseppe Tornatore possa restare a mani vuote.
Per quanto riguarda le opere più papabili per il Leone d'oro c'è una sorta di omogeneità di giudizio tra Italia ed estero sul film più quotato in assoluto; ovvero quello di Todd Solondz «Life during Wartime», sequel ancora più cattivo e cinico di «Happiness». Per gli italiani dovrebbe vincere, mentre i critici stranieri lo quotano alla pari di «Lourdes»
Si conferma poi nella topo ten «Capitalism: a Love Story» di Michael Moore; il claustrofobico film israeliano «Lebanon», che porta sullo schermo i conflitti in Medio Oriente e «Lourdes» di Jessica Hausner.
Dopo le proiezioni delle ultime ore, entrano prepotenti in classifica anche «Soul Kitchen» di Fatih Akin e «A Single Man», opera prima dello stilista texano Tom Ford.

Tom Ford, lo stilista dell'amore

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È arrivato il giorno dei «Leoni». Questione di ore. Archiviati ieri gli ultimi tre film in Concorso, oggi tutti sono in attesa del verdetto della giuria.
Un altro film, che raccconta dell'amore omosessuale, punta al Leone d'Oro, quattro anni dopo il premio ai cow boy amanti dell'ormai cult «Brokeback Mountain» di Ang Lee. Si tratta del film d'esordio dello stilista Tom Ford : «A Single Man» tratto dal romanzo omonimo di Christopher Isherwood, considerato la pietra miliare del movimento di liberazione gay.
Tom Ford consegna un film che ha il merito di ricordare che l'amore non è sinonimo di sesso, per cui la storia che racconta, dichiaratamente omo, potrebbe avere per protagonisti anche un uomo e una donna. Il film infatti racconta della lenta sedimentazione del dolore da parte di un professore universitario che perde l'uomo con cui condivideva la vita da 16 anni, per colpa di un incidente. La sua disperante fatica per sopravvivere alla perdita lo porta a decidere di suicidarsi, ma l' incontro con un suo affascinante studente sembra ridare senso alla sua vita. Ben interpretato da Colin Firth, nella parte del professore, e da Julianne Moore, in quello della sua unica amica, il film è ben confezionato, sembra il pacchetto di un vestito d'alta moda, fotografia avvolgente, scenografie e costumi di grande ricchezza, musiche in la minore sovrabbondanti, ma infine manca di anima: dentro la bella confezione c'è il nulla. Applausi scroscianti dalla stampa. E al Lido già si mormora che il film possa vincere un premio.
Ben più duro e vero e vivo è «Lola» (Nonna) che esalta il fare cinema di Brillante Mendoza, sporco e poetico. Qui è essenziale e chiaro nel dipingere un mondo di povertà, di miseria totale, in cui gli istinti più bassi e i fiori più profumati convivono in situazioni dove è impossibile vivere. Il regista filippino, che pochi mesi fa aveva vinto a Cannes il premio per la miglior regia per «Kinatay», film che deve ancora uscire in sala, ci porta nelle periferie del suo paese, invase dall'acqua putrida, infestate dalla pioggia battente, dalla fragilità del vivere, e mette a confronto due nonne, una, la buona, deve sistemare il funerale di un nipote assassinato e spinge perché la giustizia faccia il suo corso contro il giovane assassino del nipote. L'altra, la meno buona, è la nonna del ragazzo incarcerato, sa che è colpevole, ma lo vuole a casa, per i suoi traffici: vende abusivamente verdure, imbroglia spudoratamente i clienti, è convinta che tutto abbia un prezzo in quella primitiva foresta di mattoni. Vedendo in difficoltà la nonna buona, lei cerca di comprare il ritiro della denuncia e ci riuscirà, perché i buoni sono sempre «umiliati e offesi» in un mondo di lupi affamati.
Applausi sulla via di un Leone che porterebbe Brillante Mendoza sulla via di un grande slam cinematografico.
Terzo film in concorso «Mr. Nobody» di un Jaco van Dormael che torna a fare cinema dopo 11 anni. E che cinema, folle, fantastico, perché distrugge le morali, colmo all'inverosime di amore. Di tanto impossibile straodinario amore. Siamo nel 2092 e il protagonista è l'ultimo uomo mortale, destinato a morire nel suo letto, mentre intorno tutti gli altri uomini sono diventati immortali. Uno psicologo e un giornalista cercano di carpirgli i ricordi: è l'ultimo testimone di mondo perduto. E lui ricorda confondendosi e confondendo, e riricoda il senso profondo e bello del dover morire, del poter amare. U.B.

«La doppia ora», thriller dell'anima

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Si era ormai preoccupati per la noiosa serietà di questa Mostra blindata, con film che ormai è abitudine partono in ritardo anche di un'ora, con conseguenze pericolose per i film stessi, com'è successo per il bel «El Mosafar» penalizzatissimo dall'ora di ritardo del buon «La doppia ora», per fortuna ha fatto dimenticare tutti i guai, le rabbie e le polemiche «Soul kitchen», attesissimo nuovo film di Fatih Akin.
Una commedia allegra e spensierata, mai banale, girata e recitata da manuale, e capace di far pensare all'oggi come poche altri film sono riusciti a fare. Non a caso si è subito parlato della più «moderna» delle pellicole presentate alla Mostra, dove «moderna» si intende per lo spirito che la anima tutta, quello di una società che vive, che cambia, che non si ferma a costruire barriere d'identità, di cultura, di tradizioni, ma guarda diritta ad un futuro che le appartiene non in nome della multicultura, ma in quello dell' umanità in cammino, in viaggio sempre. In una modernissima Amburgo incontriamo Zinos, greco d'origine, gestisce un ristorante ricavato da una vecchia rimessa in periferia, serve hamburger, pesce fritto e patatine tutto preconfezionato ad una clientela fidelizzata. È fidanzato con la bella e ricca Nadine, che sta partendo per la Cina, prima vera occasione per un futuro da giornalista. Ha un fratello, scassinatore, in libertà vigilata. Zinos non chiede niente di più, ha un cuore grande e aiuta tutti anche un raffinato e nervoso cuoco, che cambierà profondamente i suoi gusti e quelli dei suoi clienti. Si ride, si sorride, si sogna di poter veramente costruire un futuro.
Fatih Akin dipinge con cura un paesaggio umano vero, senza buoni né cattivi, senza finte morali, senza religioni, fatto di persone che vengono da nessuna parte e che si incontrano e scontrano in una città civile che sa accogliere e far vivere. Bravi tutti gli interpreti e un grande applauso per tutti.
Di buon livello, sempre in concorso, «La doppia ora» dell'esordiente Giuseppe Capotondi, quarantenne marchigiano finora apprezzato autore di videoclip musicali. Il regista definisce il film un horror dell'anima, ma più giustamente si può dire un trhiller della mente riuscito solo a metà. Il film ci presenta Sonia e Guido che si incontrano casualmente, almeno sembra, in un speed date (in un locale con 25 euro anime sole si cercano). Lei (una bravissima Ksenia Rappoport) dice di venire da Lubiana e fa la cameriera ai piani in un hotel, lui ex poliziotto è guardiano in una villa fuori città. Si amano, lui la porta alla villa, toglie i controlli video e la porta nel parco, dove vengono assaliti. I banditi svuotano la villa e mentre se ne stanno andando Guido si libera e si sente un colpo di pistola. Rivediamo Sonia, la tomba di Guido, un poliziotto che sospetta di lei. Sonia è agitata, ogni tanto c'è Guido che la chiama. Non sa cosa succede. Capotondi mostra di avere buona mano ma ha bisogno di maturare la durata, purtroppo è ben aiutato dalla recita della protagonista e da quella di Antonia Truppo, nella parte di un'amica di lei, ma il gruppo maschile è imbalsamato e non regge la recita a cominciare dal protagonista Filippo Timi. Peccato.
Di altro livello il gruppo di attori raccolti da Ahmed Maher per il suo «El Mosafer» (Il viaggiatore), anche perché tra questi guida la recita il grande Omar Sharif. Il film racconta gli unici tre giorni da ricordare che un uomo che ha vissuto per il resto una vita normalmente mediocre. Un film magico e bello. U.B.

Quell'esercito new age di Clooney

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George Clooney è un abitudinario della Mostra, e come sempre convoglia su di sé l'interesse di tutti, costringendo il cinema, quello vero, a nascondersi in attesa di tempi migliori visto che ora trionfa solo i gossip. L'attore così non risponde alle domande sulla sua presunta omosessualità e sul rapporto con l'ex velina Elisabetta Canalis. Questa volta Clooney ha accompagnato fuori concorso «The men who stare at goats» (Gli uomini che guardano le capre) di Grant Heslov, attore per lo più tv e socio del bel George nella casa di produzione Smokehouse.
Alla base del film, un libro inchiesta di Jon Ronson sugli esperimenti sul paranormale compiuti dall'esercito americano e poi sfruttati per torturare fantasiosamente i prigionieri di Guantanamo e Abu Ghraib.
La vicenda viene narrata fuori campo da Bob (Ewan McGregor) che ha visto la sua vita cambiare dopo il divorzio dalla moglie, ma soprattutto dopo l'incontro con Lyn (George Clooney) con cui si avventura in Iraq, scoprendo che l'esercito degli Usa ha qualche scheletro in più in un armadio stracolmo.
Il confuso film si chiude con un party all'LSD che coinvolge «fricchettonamente» un intero campo di militari in Iraq, e con Bob che, affinata la tecnica appresa da Lyn, passerà attraverso i muri.
Meglio, sempre fuori concorso, Abel Ferrara che, con il suo «Napoli, Napoli, Napoli», ha conquistato il pubblico. Si tratta di un film che, mescolando interviste alle detenute del carcere di Pozzuoli, a intellettuali e politici, con due storie di fiction che si intrecciano - una raccontando di una ragazza destinata allo sfregio morale e allo stupro, l'altra di amici che si ammazzano tra loro in nome della camorra - riesce a rendere in tutta la sua drammaticità il problema di una città dove è impossibile sfuggire al potere mafioso, con giornalisti che scappano e una signora sindaco che alza le braccia impotenti. Più duro e diretto di «Gomorra», il film di Ferrara è grande cinema civile e spettacolare, una riflessione sull'Italia di oggi, di cui il caso Napoli è solo l'elemento più macroscopico del degrado.
In concorso si è visto l'attesissimo «Lebanon» dell'israeliano Samuel Maoz. Un'altra rimeditazione, dopo l'intenso «Valzer con Bashir» di Ari Folman, di un regista costretto a fare i conti col suo passato di violento soldato, in quell'invasione israeliana del Libano nel 1982 che culmino col massacro di Sabra e Chatila. Maoz ambienta l'intero film all'interno di un carro armato che accompagna un gruppo di paracadutisti nella «bonifica» di una cittadina.
Ben sceneggiato e inquietante, il film manca però di emozione per l'incapacità del regista a rendere claustrofobico il piccolo ambiente interno del carro. Sembra talvolta che giri in spazi enormi, non riesce a comunicare la pressione del ferro sulla carne, resta in superficie. Peccato: poteva essere un grande film. U.B.

La truce bravura del poliziotto Cage

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Una bella giornata in concorso sotto una cappa di grigio afoso. Il giorno si è aperto con gli applausi e le ovazioni ai protagonisti per il « Bad Lieutenant: Porto of call New Orleans» di Werner Herzog interpretato da uno strepitoso Nicolas Cage nei panni del cattivo tenente già indossati da Harvey Keitel nel «Bad Lieutenant» girato da Abel Ferrara nel 1992. Proprio l' approccio con il personaggio traccia la linea di confine tra i due film, ben più della variazione del plot per quel che riguarda locations e delitti che fanno di quello di Herzog non un remake ma un film originale. Nicolas Cage è splendido nel tratteggiare la figura di un ufficiale di polizia drogato, di buon cuore e insieme maledetto, uno scommettitore, un ricattatore, uno che ha una prostituta come fidanzata. Nell'interpretarlo Cage gli da una leggerezza colma d'umorismo, sembra accarezzi il suo personaggio, in un gioco di compenetrazione tra gesto e vocalità che è impossibile pensare doppiato. Ben diverso era il Keitel di Ferrara, scuro e ombroso. Qui siamo a New Orleans poco dopo il passaggio dell'uragano Katrina e scopriamo il protagonista che rovina un paio di mutande da 55 dollari per salvare un detenuto chiuso in una cella allagata e invasa dai serpenti. Per questo viene promosso tenente e decorato. Tra crack, cocaina, droghe varie e una volta erroneamente un tiro di eroina, il solitario eroe percorre il film regalando momenti di emozione, di grande spasso e di delicato amore, condite con un po' di violenza e tanta simpatia. Eva Mendes è la prostituta-fidanzata, Val Kilmer è il focoso partner del protagonista, mentre la bellissima Fairuza Balk sfodera un corpo da mille e una notte a un tenente che le dorme in faccia.
Werner Herzog non rinuncia al suo fare cinema, si concede pause e giochi che accompagnano lo spettatore a viaggiare nel bel cinema.
Ben diverso come stile e idea lo straordinario «Lourdes» della francese Hausner che girato proprio nella città dei Pirenei nel 2008, anniversario delle apparizioni prova a far riflettere sul senso profondo dei miracoli, del cambiamento di stato fisico che provoca gioia e invidie. Protagonista è Christine (la bravissima Sylvie Testud) da anni affetta da sclerosi multipla, prova un viaggio a Lourdes con una comitiva di malati guidata dal prete della sua parrocchia. Resta sorpresa dallo spirito commerciale del luogo e senza particolare impegno partecipa a tutti i riti per tentare di guarire. La notte si sveglia guarita. La sua incredula gioia si scontra con le prime invidie della comitiva, non la ritengono adatta alla guarigione, non pregava, forse non credeva neppure. La guarigione l' avvicina anche ad uno dei portantini (il sempre impeccabile Bruno Todeschini) che spesso le sorrideva, ma il sogno svanisce subito, mentre ballano sulle note di «Felicità» di Albano, lei ha un cedimento, tutti la guardano, lei si rialza, lui se ne va, deluso, lei va verso una carrozzella e si siede. Splendida meditazione sui miracoli e sull'animo umano: il film emoziona e commuove.
Sempre in Concorso si è visto «Lei Wangzi» (Il principe delle lacrime) coproduzione tra Taiwan, Hong Kong e Cina, diretta da Yonfan per ricordare una delle pagine più buie della storia taiwanese: i massacri contro comunisti o sospettati di esserlo negli anni del secondo dopoguerra, detti del «Terrore Bianco». Yonfan si avvale di una storia vera.
È stata anche, nonostante i film, una giornata da incubo per la Mostra dove il pubblico litiga in fila per poter assistere a «Videocracy» di Erik Gandini. Tutto per un piccolo film, che non dice niente di nuovo sull'Italia della televisione, se non confermare quello che aveva previsto Pasolini a metà anni ‘ 70: «Vent'anni di fascismo non hanno cambiato gli italiani, vent'anni di televisione si». U.B.

L'ira di Placido «Non so chi sia Berlusconi»

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Morti viventi al Lido, non solo per Romero e gli zombi che porta in Concorso con il suo seriale «Survival the Dead», o quelli di un paese, l'Iran, che svela con bella classe Shirin Neshat nel suo splendido «Women Without Men», e neppure per quelli che fanno rivivere la ceneri del giovane Rashan prima che si perdano nello Yamuna in «Dehli-6» di Mehra Rakeysh Omprakash, ma soprattutto per quelli che aleggiano nell'autobiografico «Il grande sogno» di Michele Placido. Nel 1968, Michele Placido arriva a Roma, proprio durante le contestazioni studentesche. È un giovane poliziotto, che viene dalla Puglia e ama il teatro. Di fronte alla violenza della polizia, che lo spaventa, lascerà il corpo per diventare attore, senza per questo passare dalla parte di studenti di cui non condivide idee e azioni. Ora in questo «Il grande sogno» racconta questa storia e poco più, senza emozione, in modo asettico, come se fosse stato tutto un gioco di guardie e ladri. Come se la violenza di ieri, non avesse lasciato tracce nella storia di oggi. Tutto viene tenuto sottotono, anche la frantumazione di una famiglia borghese. Ricordi che si perdono nella foschia di non avere una propria storia da raccontare. Riccardo Scamarcio è l'incolore protagonista, Jasmine Trinca si impegna nel ruolo di una giovane studente benestante. Ci sono anche Silvio Orlando che recita Manzoni e Laura Morante che insegna Cechov. Musiche di Nicola Piovani e una canzone finale scritta da Placido e musicata dallo stesso Piovani.
Polemica nell'incontro stampa. Il regista ha perso le staffe con una giornalista straniera che gli chiedeva conto del fatto che il film è prodotto da Medusa, società del gruppo Mediaset. «Berlusconi non so chi è e neanche lo voto. Ma voi mi dovete dire con chi devo fare i miei film: li ho fatti con la Rai («Ovunque sei», ndr.) e mi avete contestato, ora con Medusa e protestate». Dopo la sfuriata arrivano le scuse.
Non scherza con la morte anzi si diverte ancora molto George A. Romero, stranamente in concorso, con il suo solito film sugli zombi «Survival of the Dead» è un simil western horror di cui non si sentiva il bisogno, è la solita storia di uomini che si difendono dai morti viventi per non diventarlo loro stessi, con complicazioni per gli affetti più intimi.
Ancora fuori concorso l'intenso, spettacolare e civile «Delhi - 6» (è il nome di uno dei 9 distretti in cui si divide la megalopoli indiana), un film che ci guida nella straordinaria e inquietante città dove gli uomini fanno il conto con le caste, le religioni e le tradizioni ancestrali che fanno a pugni con la modernità.
Il terzo film in concorso, «Zanan bedoone mardan» (Women Withaut Men), non ha deluso, anzi ha emozionato e incantato nel suo dire del dolore delle donne in un mondo segnato dai poteri della religione e della politica. Shirin Neshat ci porta nell'Iran del 1953, anno fatale per lo sviluppo democratico del paese, bloccato proprio dagli Stati Uniti, come ammesso dall'amministrazione Bush, le politiche colonialiste erano esplose, gli Usa e la Gran Bretagna non potevano sopportare che l'Iran avesse nazionalizzato il suo petrolio, che fosse un laboratori di nuove idee. La regista in questo clima mostra il destino di quattro donne, una uccisa dal fratello, una incapace di perdonarsi di essere prostituta, un'altra moglie divorziata di un generale, e l'ultima stuprata e condannata a vergognarsi della violenza subita. Film di grande poesia, di inaudita e dolce violenza che si avvale di una superba colonna sonora firmata da Ryuichi Sakamoto. U.B.

Solondz, ciak contro il sogno americano

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Una bella giornata di cinema nel cantiere del Lido che tira un respiro di sollievo dopo le contestazioni del primo giorno, vissute in un clima di guerra cittadina. Passata nella notte la festa tutta siciliana per Tornatore, il giorno si è subito colorato di grande cinema con «Life during the Wartime» di Todd Solondz. Film in concorso, questo, mostra la maturazione del linguaggio di uno degli autori più off Hollywood, che qui raggiunge una densità e purezza antoniana. Solondz riprende la sua sarcastica, ironica e finemente intellettuale indagine sulla fine del borghesissimo sogno americano già iniziata con il precedente «Happiness». Qui ritroviamo, dieci anni dopo, gli stessi personaggi che girano intorno ad una «normale» famiglia allargata composta da una vecchia madre esplosiva e da tre sorelle che provano a dare ancora un senso alla loro vita. Per prima incontriamo Joy (Shirley Henderson), la più debole delle sorelle, sposata con un ex detenuto che si droga, ruba e la tradisce, poi scopriamo Trish (Allison Janney), che cerca di ricostruire la sua vita e quella dei tre figli dopo che Bill (Ciáran Hinds), marito, è finito in carcere per pedofilia.
Film corale, divertente e amaro, vitale e vero nel dire di un mondo che precipita nel baratro dell'impossibile felicità. Solondz non fa sconti e in una memorabile scena mostra Bill incontrare un'anziana donna (una magica Charlotte Rampling) che gli racconta la morte che ha nel cuore, lui la porta a letto, poi tenta di rubarle i soldi, lei piangendo glieli regala. Non c'è felicità, tutti sono sconfitti, offesi e umiliati. Applausi.
Insopportabile l'altro film in concorso «The Road» di John Hillcoat tratto dal libro omonimo, premio Pulitzer 2007, di Cormac McCarthy. Hillcoat resta fedele al testo e prova a trasferire sullo schermo una storia di immensa e disperata solitudine, quella che vivono un padre (un opaco Viggo Mortensen) e un figlio nei giorni che seguono una apocalisse nucleare, con i pochi sopravvissuti che si sono trasformati in cannibali. Entrambi vivono nel ricordo di una donna, moglie e madre (Charlize Theron) che ha preferito suicidarsi piuttosto di vedersi e vedere i suoi cari carne da macello. Il film non riesce a uscire dalle pagine del libro, affonda nella noia, e non riesce a emozionare.
Di ben altro rilievo «Ehky ya Scherazade» (Raccontami una storia) di Yousry Nasrallah. Il premiatissimo regista ci porta nel suo Egitto, a Il Cairo, per dire di Hoda, donna indipendente, conduttrice di uno show televisivo tra i più amati nel paese per le mirate denunce che fa contro le malefatte politiche e contro l'idea di un maschilismo islamico che riduce la libertà delle donne. U.B.

«La rivoluzione bolivariana» di Hugo Chavez

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Strana giornata veneziana, da una parte, in Concorso, due film che fanno della poesia del cinema la loro bandiera, pur sapendo che così sfidano da perdenti il gran pubblico, dall'altra, fuori concorso, altri due film, certamente non «politicamente corretti» che però puntano direttamente al mercato. Identificandoli, gli intimi: «36 vues du Pic Sanint Loup» del maestro Jacques Rivette e il cingalese «Ahasin Wetei» (Tra due mondi) di Vimukthi Jayasundara, e gli esplosivi e attesissimi «South of Border» di Oliver Stone e «The informant!» di Steven Soderbergh. Quest'ultimo, qui accompagnato dallo scortatissimo protagonista, Matt Damon (è pazzesco vedere quanta polizia in tenuta antisommossa accompagni i momenti della Mostra), ha portato sullo schermo la storia personale di Mark Whitaker, ora cinquantaduenne presidente di una società di biotecnologia, è definito da molti come un eroe, per aver contribuito, a metà anni '90, a svelare i pericolosi cartelli che imbavagliavano la chimica mondiale e a far condannare molti responsabili di quel gioco finanziario sulla pelle dei cittadini di tutto il mondo. Il film cerca di spiegare l'inspiegabile: cosa può spingere un uomo che ha tutto: una villa da sogno, una scuderia di auto e una di cavalli, una famiglia che lo ama, la possibilità di arricchirsi sempre di più rispettando il sistema, a decidere di perdere tutto.
Contro questo mondo capitalista si scaglia ancor più violentemente un civile Oliver Stone che affronta il tema, scottante per gli Usa, dei cambiamenti politici che hanno cambiato il continente sudamericano, portandolo in pochi anni dalla servitù statunitense e del FMI, alla libertà contestata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Contestata a ragione visto che di un colpo gli Usa con l'arrivo di Chavez hanno perso il petrolio venezuelano, con Evo Morales, primo presidente indigeno, hanno perso la produzione di idrocarburi in Bolivia, con Nestor Carlos Kirchner e poi sua moglie Cristina, prima donna Presidente in Argentina, ha perso la possibilità di ricattare economicamente il paese attraverso i debiti, e l'Argentina libera dal peso vola, per non dire di Lula che ha portato il Brasile tra le prime potenze del mondo sfidando anche gli stessi USA. Stone incontra tutti loro anche con Rafael Correa Presidente dell'Ecuador che chiede agli Stati Uniti, in cambio di una base che questi vogliono mantenere nel suo paese, la possibilità per l'esercito ecuadoriano di avere una base a Miami! Colpisce la semplice onestà di questi Presidenti spesso presentati come dittatori, ma tutti usciti dalle urne, nonostante l'appoggio dato dagli Usa ai loro rivali e nonostante le campagne stampa intentate da tutti i media contro loro.
Stone chiude così il quadro, da la parola a importanti giornalisti delle più famose testate che spiegano che il benessere e la libertà sono l'esatto contrario del sogno capitalista.U.B.

«EX»,coppie scoppiate in chiave di commedia

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Adamo Dagradi



Due «Notti prima degli esami» e un «Cemento armato» avevano fatto sperare, per il regista e sceneggiatore Fausto Brizzi, un futuro all'insegna dell'esplorazione. Far seguire al successo dei suoi film per teenager un thriller dai toni cupi e violenti, riprendendo la coppia Giorgio Faletti - Nicolas Vaporidis (prof. e alunno in «Notte prima degli esami») in veste di boss della mala e bullo di quartiere, è stata una mossa coraggiosa. Quasi suicida, vista l'indole conservatrice del pubblico italiano, che sembra accordare solo agli americani la possibilità di aggirarsi tra i confini dell'azione e del noir. «Cemento armato» era una pellicola imperfetta ma meritevole di un'attenzione che non ha ricevuto.
Ecco, quindi, il ritorno della commedia. Uno spettro che infesta i nostri botteghini e che nessuno sembra in grado di esorcizzare. «EX», il nuovo film di Brizzi, uscirà nelle sale venerdì e, non ci sono dubbi, sarà un successo. Non dimentichiamo che il regista, prima di mettersi in proprio, è stato la firma dietro a tutti i cinepanettoni di maggior successo degli ultimi dieci anni.
L'inesorabile diminuzione delle capacità di concentrazione del pubblico, di recente, è andata di pari passo con un ritorno di fiamma della commedia a episodi. Un format che, dopo l'impennata degli anni '60 e '70, sembrava essere arrivato senza fiato agli '80. Brizzi investe sulla formula, nobilitandola attraverso una struttura ad "arazzo" nella quale le narrazioni si sovrappongono, dando così una continuità al film e trasformandolo in opera corale.
Sei storie, tutte incentrate su coppie scoppiate, con toni che variano dalla farsa al dolceamaro e interpretate da un impressionante cast di star italiane. In cartellone, tra ruoli maggiori e cameo, troviamo: Silvio Orlando (attivissimo tra cinema e teatro e qui al suo ritorno alla commedia), Claudio Bisio, Fabio De Luigi, Flavio Insinna, Claudia Gerini, Alessandro Gassman, Cristiana Capotondi, Gianmarco Tognazzi, Enrico Montesano, Elena Sofia Ricci, Vincenzo Salemme e Nancy Brilli.
«Un'avventura cominciata un anno fa quando ho comunicato ai miei co-sceneggiatori di sempre Marco Martani e Massimiliano Bruno che, nonostante i confortanti risultati del botteghino, non avremmo scritto un "Notte 3" ma cercato una nuova sfida» racconta Brizzi. «Massimiliano aveva avuto una splendida idea, un film che parte dove le commedie sentimentali di solito finiscono, cioè dal bacio degli innamorati, e poi racconta tutto il dopo, quando l'amore tra Cenerentola e il Principe Azzurro si incrina. Non un film a episodi ma con una struttura alla "Love Actually" o "Crash", in cui il tema unifica un universo di storie che si intrecciano tra loro con protagonisti di ogni età. Sei mesi dopo il copione era pronto. Faceva ridere e piangere, proprio come speravo».C'è chi divorzia e lotta per appioppare i figli al coniuge; c'è chi viene lasciato e finisce a vivere col figlio in uno studentato, sentendosi di nuovo giovane; c'è chi combatte col lutto e col difficile ruolo di padre di un'adolescente; c'è anche chi s'innamora del prete che dovrebbe sposarla.
«EX» è stato girato a Roma, Parigi e il Sudafrica. È una co-produzione italo-francese (i cugini d'oltralpe hanno gradito molto «Notte prima degli esami») e riceverà una distribuzione massiccia.
La data di uscita, strategica, farà coincidere la seconda settimana di programmazione con San Valentino. Sarà la nascita dei cinecioccolatini?

Italia, la commedia è ancora vincente al box office

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La commedia italiana, forse anche grazie alla crisi, è sempre vincente al box office e riconquista anche un suo status, ma il cinema nostrano, nonostante questo, cala (-7,19%) a favore di quello Usa (+6,22%).
A testimoniare la rinnovata fiducia nella commedia, due fatti recenti: ieri l'organizzazione dei Globi d'oro, i premi della stampa estera, ha annunciato un premio speciale per questo genere; il presidente dell'ente David di Donatello, Gian Luigi Rondi, annunciando le candidature 2009, ha notato come per la prima volta siano state selezionate per il premio diverse commedie. Anche le cifre parlano a favore di questo genere. Dal primo settembre 2008, secondo i dati Cinetel, nella top ten, guidata dal film d'animazione Usa «Madagascar 2» (25 milioni 84 mila euro di incasso), ci sono ben quattro commedie made in Italy. Oltre al cine-panettone Filmauro «Natale a Rio» di Neri Parenti con Michelle Hunziker, con 24 milioni 676 mila euro (che quest'anno ha dovuto cedere il primo posto al cartoon della DreamWorks), compaiono al terzo posto «Il Cosmo su comò» con Aldo Giovanni e Giacomo (13 milioni di euro); al quinto posto «Italians» di Giovanni Veronesi sempre Filmauro; e, in decima posizione, «Ex» di Fausto Brizzi, ancora una pellicola a episodi sui malvezzi nazionali. Senza contare che diversi film su cui in pochi avevano scommesso si sono comportati dignitosamente, come in quest'ultimo week end «Questione di cuore» di Francesca Archibugi. Nello stesso periodo della stagione scorsa (dal primo settembre 2007 al 26 aprile 2008) le cose andarono anche meglio, grazi dalla presenza di autori di sicuro richiamo nel campo della commedia., come «Natale in crociera», che si collocò al primo posto con oltre 23 milioni di incasso, «Una moglie bellissima» di e con Leonardo Pieraccioni (secondo posto con oltre 20 milioni) e «Grande grosso e Verdone».

«La panne», l'umanità che non trova scampo

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Simone Azzoni



C'è poco divertimento ne La panne. La notte più bella della mia vita, che stasera (alle 21) si congeda dal Nuovo e dalla rassegna "Divertiamoci a teatro". Friedrich Dürrenmatt, del resto, non è autore della morbidezza, né tanto meno della spensieratezza. Nemmeno le precedenti esperienze teatrali di attori spesso alle prese con testi impegnativi sono state sufficienti aa preparare il pubblico alle due ore di uno spettacolo dai toni complessi. Duro il finale, duro il testo, impregnato del noto sarcasmo dell'autore svizzero, aspra e asciutta la regia che lascia parlare l'autore senza interferire con riletture deformanti o espressionistiche. Il regista Armando Pugliese prende per sé soltanto il piacere di esagerare i profili grotteschi dei protagonisti, colorando un'atmosfera già noir con le tinte più abbordabili del surreale.
Ecco allora le pose esageratamente sensuali di una maliziosa Lidia Giordano o quelle kafkiane dei giudici e del "boia-cuoco" (Bruno Armando, Roberto Tesconi e Lombardo Fornara) rispettivamente coinvolti nell'allestimento di un processo-verità ai danni del povero Traps, automobilista sfortunato. In questi panni Gianmarco Tognazzi costruisce un personaggio-vittima che, su un registro alto, sopra le righe, assorbe le frustrazioni della colpa e l'impossibilità di essere innocente in un mondo ingiusto.
Tutte le figure sono carte da gioco, marionette pilotate dal non-senso della vita che Pugliese traduce nell'incombere scenico del tribunale, iperbolico come l'inutilità della legge. È una legge vuota, svuotata di necessità e utilità, che aleggia e corrode i dialoghi inclinando la vicenda dalla finzione verso al realtà. Così sembra aver più senso, in un clima oscuro e mostruoso, la parata di succulenti cibi sciorinati in un prelibato menù. Così hanno più senso le stereotipie dei personaggi che rappresentano sé stessi nel degrado delle istituzioni indossate come maschere vecchie e logore.
La regia si ferma qui, rappresentando Dürrenmatt ma guardando anche a Camus e al suo Straniero. Le luci non disegnano, la scena rimane immota in un unico quadro che consuma i suoi abitatori come quelli che vivono angosciati nelle pellicole di Hitchcock. Il finale è un po' precipitoso, non preparato dal pathos e decisamente dimentico del clima che Sean Penn riescì a creare ne La promessa con Jack Nicholson, pure ispirata a Dürrenmatt. Il resto è testo che risplende di una luce purissima e raggelante qualsiasi divertimento e qualsiasi applauso.

Il «capitalismo» secondo Moore

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Indignati! Si resta indignati davanti alle chiare denunce che sul Lido a grande voce vengono dai due film in Concorso in una soleggiata domenica. «Capitalism: a Love Story» di Michael Moore e «White Material» di Claire Denis, sono film civili che vogliono far discutere sulla nostra civiltà.
Il Premio Oscar e Palma d'Oro Michael Moore sbarca per la prima volta a Venezia per mostrare la profondità della crisi economica e sociale che sta vivendo il suo Paese, quegli Stati Uniti che hanno fatto del Capitalismo la bandiera da esibire con orgoglio. Il film analizza la grave crisi che ha colpito Wall Street e tutto il sistema finanziario mondiale durante il passaggio di consegne tra l'amministrazione Bush e la presa del potere di Obama, trovandone la causa e origine proprio nel perfezionamento dell'ideologia capitalista, quella che fa del denaro l'unico Dio, quella a più riprese condannata anche dalla Chiesa, e Moore lo mette bene in chiaro, quella che spinge un paese a concentrare il benessere su un 1% della popolazione mantenendosi anche con l'appoggio di gran parte del restante 99% illudendolo di poter arrivare un giorno nell'olimpo dell' 1%.
Moore, nel suo documentario inchiesta, mostra come il capitalismo si sia imposto negli Usa dopo il calvario fatto patire dalla grande finanza all'amministrazione Carter, con un deciso salto di qualità dell'amministrazione Reagan, pienamente asservita ai bisogni del capitale, che fa delle privatizzazioni e della rinuncia al benessere di tutti il suo cavallo di battaglia. Moore mostra come il sogno americano della famiglia felice sia stato minato, porta sullo schermo il suo vecchio padre, per decenni operaio in una città colma di industrie, spiega di aver vissuto un'infanzia felice, perché i soldi di un operaio bastavano per essere felici, almeno fino agli anni '70, poi la privatizzazione della salute pubblica, in parte della scuola, l'imbroglio delle banche che invitavano chi possedeva una casa a chiedere un rifinanziamento usandola come ipoteca, operazione che grazie ai cambiamenti dei tassi si rivelo micidiale per le classi a stipendio fisso e per i pensionati.
Apre gli occhi su quello che è successo quando anche la giustizia è stata privatizzata affidando le carceri ai privati, si resta di sasso scoprendo come un'intera generazione di adolescenti di un popoloso centro, pochissimi anni fa, amministrazione Bush, sia finita in carcere per mesi e anni, grazie alla combutta tra due giudici e l'impresa che gestiva il carcere e che aveva bisogno di tenere le celle piene per ricevere i finanziamenti pubblici. Spiega anche perché cadono gli aerei, con piloti che si ritrovano indebitati, con paghe minori di un operaio, costretti a trovarsi un altro lavoro, con la sicurezza ridotta al minimo, per risparmiare, che vuol dire arricchire i soci della compagnia aerea. Mostra il progressivo ingessamento dei sindacati. Infine mostra anche che qualcosa sta cambiando, con impiegati e operai che tornano a far sciopero per i loro diritti, che formano cooperative democratiche per gestire le fabbriche, che occupano le case da cui sono stati scacciati. Ricorda a tutti che nella Costituzione degli Stati Uniti non c'è la parola capitalismo, ma il suo contrario: benessere e felicità per tutti, e ricorda che questo vale per tutti i paesi, che è il lavoro che regala futuro all'umanità, non i piani finanziari di pochi. Applausi lunghi e convinti.
Del mondo di oggi parla anche Claire Denis nel suo «White Material». Il titolo è la definizione di uomo bianco nel Camerun, in cui l'autrice ci porta per mostrare il destino di una donna forte (una sempre straordinaria Isabelle Huppert) che guida, una piantagione di caffè, ultimo retaggio di una storia colonialista, in un tempo in cui il paese vive la guerra tra le truppe regolari e i guerriglieri indipendentisti. Con rigore il film mostra la lenta presa di coscienza di lei. Ma per rompere definitivamente con quel mondo dovrà vedere morti il marito e il figlio e con fierezza uccidere il padre. Intanto intorno esercito e ribelli si massacrano, da una parte le divise, dall'altra bambini che hanno perso tutto e a cui non resta che perdere la vita. A loro e alla protagonista Claire Denis dedica questo film duro e poetico. U.B.

«The Reader» e shoah, accuse di revisionismo

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Adamo Dagradi



Una cascata di polemiche sommerge «The Reader». Il film nominato a cinque premi Oscar, nel quale Kate Winslet interpreta un'aguzzina delle SS incarcerata negli anni '60, è stato accusato di revisionismo.
Vista la calma apparente che ne ha accompagnato l'uscita lo scorso dicembre sugli schermi USA, si potrebbe dire che la proiezione al festival di Berlino e l'entrata in lizza per le statuette hanno fatto un grave disservizio alla pellicola diretta dall'inglese Stephen Daldry.
Se Kate Winslet dovesse vincere l'Oscar come miglior attrice protagonista spegnere l'incendio dell'indignazione sarà difficile. L'Academy, però, è notoriamente allergica a gettarsi nella mischia, soprattutto quando si parla di Olocausto, un tema doverosamente e ripetutamente premiato con l'Oscar, sia nel campo del lungometraggio che in quello del documentario.
È quindi probabile che la Winslet sia stata virtualmente esclusa dalla gara. Il film racconta la storia di sesso e d'amore, tra l'adolescente Michael (David Kross) e Hanna (Kate Winslet), una donna più matura, nella Germania del 1958. Lei, prima di fare l'amore, gli chiede sempre di leggere ad alta voce passi dai classici della letteratura.
Nel '66 i due, dopo che Hanna era sparita all'improvviso, si ritrovano in un'aula giudiziaria: Michael è studente di legge, lei è sotto processo per crimini di guerra.
Quando il ragazzo capisce che l'ex amante è diventata un'aguzzina nazista per nascondere il proprio analfabetismo tace e lascia che sia condannata. La donna si uccide in carcere.
Come già accadde al libro di Bernhard Schlink da cui è tratto il film ("A voce alta", 1995) le preoccupazioni si concentrano sulla possibile ricezione pietistica, da parte del pubblico, del personaggio della Winslet. Secondo Ron Rosenbaum, autore di «Explaining Hitler»: «è il film peggiore mai fatto sull'Olocausto; non dategli l'Oscar!
Il principale movente di questo film è quello di dimostrare che i tedeschi del periodo nazista non sapevano di essere complici dell'Olocausto». Per lo sceneggiatore televisivo Rod Lurie, nato in Israele e trapiantato a Hollywood: "il pubblico, composto in buona parte da giovani che poco sanno sull'Olocausto, prenderebbe come oro colato quello che vede sullo schermo. E sarebbe un peccato perché il film fornisce argomenti a negazionisti del calibro dell'arcivescovo Williamsons". Sotto accusa la scena in cui il protagonista, ormai adulto, va a trovare una vittima della Winslet: "la donna gli fa la predica sui campi di concentramento e rifiuta i soldi che la Winslet le ha destinato nel testamento, ma non la vecchia scatola di metallo in cui sono contenuti.
La sopravvissuta è interpretata dalla bella Lena Olin. È ben vestita, il suo appartamento di New York è grande e splendidamente arredato, la sua collezione d'arte ben in vista. Nella scena precedente abbiamo invece visto la Winslet. Non possiede nulla. È in cattiva salute. Si suicida. Così la SS rappresentata nel film risulta patetica, triste e, tra l'altro, non colpevole del crimine specifico di cui è stata accusata in tribunale.

Pieraccioni s'innamora di Marylin Monroe

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Leonardo Pieraccioni non lo dice, non può rivelare anche il finale. Ma c'è da scommetterci che nel suo prossimo film si innamorerà di Marlyn Monroe in persona. Ieri a Roma per presentare gli inizi riprese di «Io e Marilyn» - questo il titolo del suo nono lungometraggio, che sarà il film di Natale di Medusa (uscita 18 dicembre) - il regista toscano racconta infatti per filo e per segno la trama e si ferma solo davanti a quello che è un prevedibile finale.
Scritto da Giovanni Veronesi, il film racconta appunto le avventure di Gualtiero Marchesi (Pieraccioni), uno che per vivere fa manutenzione di piscine, ma anche un uomo che è stato appena lasciato dalla moglie (Barbara Tabita) che gli ha preferito un domatore di leoni (Biagio Izzo).
Ora, il povero Gualtiero soffre per questo abbandono e si sfoga con i due soli amici che ha, la coppia gay composta da Ceccherini e Luca Laurenti che gestiscono una pasticceria tra mille litigi.
Ma una bella sera la vita del riparatore di piscine cambierà di botto. È quando incontra una donna (Gianna Giacchetti) che fa sedute spiritiche. Ad essere evocata sarà quella che per molti è la stessa dea dell'amore: Marilyn Monroe. Fatto sta che la star (interpretata dalla sosia londinese Suzie Kennedy), appare davvero. O perlomeno la vede solo lo stesso Gualtiero che per questa cosa rischia quasi di impazzire. Marchesi va così da uno psichiatra (Francesco Guccini), ma nessuno alla fine davvero gli crede se non Rocco Papaleo che ha avuto la stessa esperienza con un personaggio sicuramente più ingombrante e difficile: Adolph Hitler.
Tra i problemi del povero Gualtiero Marchesi (il nome, lo stesso dello chef, è stato scelto solo per la sua musicalità), il fatto che la Monroe continua nonostante tutto ad essere presente nella sua vita e ad incitarlo a riprendersi moglie e figlia (Marta Gaslini) fino a quando nel suo cuore non resterà che lei.
«Si è vero - dice Leonardo Pieraccioni con autentica ironia -, faccio sempre lo stesso film e sempre con gli stessi attori, ma devo dire che ancora mi diverto».
Differenze però ci sono: «questa volta si parla anche molto di famiglia allargata». Su Suzie Kennedy, spiega il regista: «vive facendo appunto la sosia. Veste come la Monroe, si pettina come lei e fa spettacoli con la sua immagine». Per mettere nel suo film questa icona hollywoodiana, la produzione non ha mancato di mettersi in contatto con la fondazione dedicata all'attrice che, tra le altre cose, ha controllato la sceneggiatura perchè non ci fossero imprecisioni.
Il perchè del mito Marilyn Monroe? «Perchè la Monroe è un personaggio struggente qualsiasi cosa faccia» dice Pieraccioni.
Comunque in questo film nessuna attualità con le recenti vicende personali di Silvio Berlusconi. Solo alla fine viene strappata a Pieraccioni una battuta sul premier:«Ora è forse più vicino a tutti gli italiani. Anche lui, come tutti noi, è cornuto».

Haneke e Giannoli, ipoteche sulla «Palma»

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Ugo Brusaporco



In Concorso si aspettava, fin dall'inizio, « Das Weisse Band» (Il nastro bianco) di Michael Haneke, e il film non ha deluso confermandosi tra i favoriti alla Palma d'Oro. Per l'austriaco Haneke é la nona presenza a Cannes, dove ha giá vinto il Gran Prix nel 2001 con « La pianiste » e il premio per la regia nel 2005 con « Caché». Abituato a sconvolgere il pubblico, con sanguigna violenza, con questo «Das Weisse Band» sorprende per la crudeltá con cui costringe lo spettatore a immaginare la violenza che lo schermo racconta, adombrandola. Haneke ci porta in un villaggio, nella protestante Germania del nord, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, e i protagonisti insieme ad identificabili adulti : il pastore, il dottore, il barone, l'intendente, e le loro mogli, sono i figli, di tutte le etá, ma quelli su cui punta la vicenda sono gli adolescenti. Le famiglie curano i piccoli, per i teenagers non c'é tempo, devono arrangiarsi, non devono disturbare gli adulti, e se sbagliano sono puniti. Qui sono costretti a girare con un nastro bianco, che gli identifica come colpevoli nella piccola comunitá. Per questo imparano a mentire, anche fra loro. Il quadro é devastante nella sua ossessiva fissitá. Unica soluzione é fuggire. A raccontare la vicenda é una voce fuori campo, quella dell'istitutore, personaggio straniato all'interno di una storia che mostra come muore una civiltá che si chiude in se stessa. Haneke guida splendidamente lo spettacolo, senza un fronzolo, senza un sola immagine fuori posto o in più.
Un grande applauso è andato anche al secondo film in concorso : « À l'origine » di Xavier Giannoli, giá Palma d'Oro nel 1998 con il corto «L'intervista ». Il film é tratto da una storia vera, che é una vera favola del nostro tempo. Il protagonista, Paul (un bravissimo François Cluzet), è appena uscito dal carcere, è un ladruncolo, un truffatore e cerca inutilmente lavoro. Sua moglie, che ha trovato un altro uomo, vuole che rinunci alla paternitá del loro figlio. Paul é disperato, torna a rubare e truffare, ma un giorno in un paesino del nord della Francia, in totale crisi economica dopo il dislocamento di una fabbrica e la chiusura del cantiere sull'autostrada, viene scambiato per uno dei dirigenti dell' autostrada. Lui vorrebbe andarsene, ma i locali fornitori del cantiere gli offrono un mucchio di soldi in nero perché il progetto vada avanti. Vedendo i soldi Paul si cambia nome, diventa Philippe e in poco tempo riapre il cantiere, assume gli operai, coinvolge le banche. A tutti chiede di aspettare per i soldi, lui intanto intasca a piene mani tutto quello che gli danno per corromperlo. Purtroppo incontra una vedova diventata sindaco del paese (Emmanuelle Devos), si innamorano, lei vede in l'uomo che ha salvato il paese e ridato speranza alla gente. A questo punto Paul-Philippe non vuole deluderla e spende tutto quello che ha perchè i lavori vadano avanti. E finiti i soldi va dalla vera ditta che li aveva sospesi e ne convince la dirigenza a pagare tutti i debiti e gli stipendi. Amara riflessione sul nostro tempo, sulla mancanza di serietá umana da parte delle aziende e delle istituzioni, sul problema dei posti di lavoro persi, che non sono posti di lavoro, ma persone quelle che hanno perso il posto e che devono vivere.

Scamarcio: «Verso l'Eden» non è un film buonista

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«Un film che cerca di guardare all'immigrazione in modo solare, per sublimare la tragedia che l'immigrato ha dentro di sè». Così il regista Constantin Costa-Gavras ha definito il suo ultimo lavoro «Verso l'Eden», presentato a Milano dopo la buona accoglienza riservata al 59° Festival di Berlino come pellicola fuori concorso.
Il film, che uscirà nelle sale italiane venerdì prossimo, ha come protagonista l'attore italiano Riccardo Scamarcio, che veste i panni di Elias, un immigrato irregolare, in fuga dalla sua terra per raggiungere Parigi. «Di Elias non conosciamo la provenienza. È un modo per andare oltre questo dettaglio, per concentrarsi sul fatto che si sta parlando di un uomo, prima che di un migrante» ha spiegato l'attore, impegnato in ruolo complesso, quasi da cinema muto, alla «Charlot».
«In tutto il film dirò una decina di battute. Il resto è affidato alla mimica e agli sguardi» racconta Scamarcio, che non si tira indietro nel dire la sua su un tema politico «caldo», come quello delle ronde: «Quando ho letto la sceneggiatura, ho fatto notare a Costa che forse la scena degli uomini armati di fiaccole e pettorine impegnati in una caccia all'immigrato era troppo irrealistica. Poi sono arrivate le ronde, di cui da italiano mi vergogno».
Nel corso della presentazione, Scamarcio ha respinto l'idea che si tratti di un film «buonista»: «È un film subdolamente tragico, perchè parla dell'incapacità del mondo occidentale di entrare in comunicazione con l'altro, anche se lo fa con levità» ha affermato Scamarcio. «Il motivo per cui l'immigrato fa paura è perchè ci costringe a fare i conti con noi stessi».
Costas-Gavras ha raccontato di aver scelto l'attore italiano dopo aver visto le sue interpretazioni in «Mio fratello è figlio unico» e in «Romanzo Criminale». «Quando mi chiamò al cellulare, pensai ad uno scherzo» ricorda Scamarcio.

Venezia parla americano Poker italiano in concorso

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Adamo Dagradi



Tutto si può dire, ma non che gli articolisti americani di Variety non avessero ben ponderato le loro previsioni riguardo al Concorso della 66a Mostra Internazionale del cinema di Venezia: le hanno indovinate tutte.
Poche sorprese, quindi, ieri all'Hotel Excelsior di Roma, quando il direttore artistico Marco Müller e il presidente della Biennale Paolo Baratta hanno ufficialmente presentato il cartellone. L'unica, annunciata ma non nelle proporzioni in cui si è poi effettivamente svolta, era la protesta contro i tagli al fondo unico dello spettacolo. Guidata da Sergio Castellitto e Carlo Verdone, una pacifica orda di vip ha bloccato la partenza dell'evento per più di venti minuti. Tra i presenti: Stefano Accorsi, Claudia Pandolfi, Laura Morante, Valerio Mastandrea, Alessandro Haber, Pierfrancesco Favino ed esponenti delle categorie degli sceneggiatori, dei costumisti (vestiti a lutto) e dei precari della Biennale (gli unici a cui non è stata concessa la parola). Tanti proclami e un dato, da brividi, che riassume tutto: la Francia, l'anno scorso, ha investito 513 milioni di euro in film, l'Italia 11,446.
Tornando alla rassegna l'idea sanamente sciovinista di un poker italiano in concorso, per una volta, sembra aver convinto tutti. Cannes lo fa da sempre coi titoli d'oltralpe, perché quindi esser timidi? Sulla massiccia presenza a stelle e strisce si discuterà una volta visti i film, certamente raddrizza molti torti del passato, quando Venezia sembrava ignorare Hollywood di proposito. E così, a correre per il Leone d'Oro, ci saranno, in ordine di quantità: cinque film americani, quattro italiani, quattro francesi, due tedeschi, due cinesi (uno Cina/Hong Kong e uno Cina/Taiwan) e poi, con una pellicola a testa, Austria, Egitto, Sri Lanka, Israele, Giappone.
Di "Baarìa - La porta del vento", di Giuseppe Tornatore e "Il grande sogno", di Michele Placido, ormai si sa tutto: due grossi film (dopo lo screening si vedrà se sono anche grandi film), ambiziosi e probabili candidati all'Oscar. Il primo racconta la vita di provincia nella Sicilia dagli anni '30 ai '60. Il secondo la contestazione studentesca del 1968.
A tenergli compagnia ci sono "Lo spazio bianco", di Francesca Comencini, con Margherita Buy, su una quarantenne single che partorisce al sesto mese e "La doppia ora", di Giuseppe Capotondi, thriller psicologico con Ksenia Rappaport e Filippo Timi.
Dagli USA arrivano il polemico Michael Moore con il documentario "Capitalism: a Love Story", nel quale indaga sulla crisi economica mondiale partendo da Wall Street. Tom Ford, ex direttore creativo di Gucci, esordisce alla regia con "A Single Man" con Colin Firth e Julianne Moore, nel quale si parla di un vedovo e della sua elaborazione del lutto. Werner Herzog, dopo l'eccellente "L'alba della libertà", si cimenta con il remake de "Il cattivo tenente" di Abel Ferrara: il titolo è "Bad Liutenant: Port of Call New Orleans". Riuscirà Nicholas Cage a non far rimpiangere la potente interpretazione di Harvey Keitel? Il post-apocalittico "The Road" del visionario regista australiano John Hillcoat (prodotto in America) potrebbe essere la vera sorpresa di questo festival: colossale e impegnato. La presenza in concorso di "Survival of the Dead", quinto film sugli zombi di George Romero, è un gesto coraggioso ma un po' superficiale: vorrebbe aprire uno spazio alle opere di genere che, di fatto, non c'è. Infine Todd Solondz presenta il sequel di "Happiness": "Life During Wartime".
Dalla Francia: Patrice Chereau con "Persecution", Claire Denis con White Material, Jacques Rivette con "36 Vues du Pic Saint-Loup", protagonisti Sergio Castellitto e Jane Birkin e Jaco Van Dormael con "Mr. Nobody", una co-produzione Canada-Francia-Belgio.
Targati Germania sono "Soul Kitchen" di Fatih Akin e "Women Without Men" dell'iraniana in esilio Shirin Neshat.
E ancora "Tetsuo - The Bullett Man" (Giappone), "Lebanon" (Israele), "Lourdes" (Austria), "Accident" (Cina), "Between Two Worlds" (Sri Lanka), "Prince of Tears" (Cina) e "The Traveler" (Egitto). Fuori concorso Joe Dante, Antoine Fuqua (con Richard Gere), Jaume Balaguero e Paco Plaza (con "REC2") e George Clooney in "The Men Who Stare at Goats".

Oscar, escluso «Gomorra»

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LOS ANGELES
Il film italiano "Gomorra" di Matteo Garrone è stato escluso agli Oscar dalle nove pellicole ancora in lizza per il miglior film straniero. La Academy ha annunciato ieri sera le nove pellicole che hanno superato la pre-selezione iniziale e il film tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano (candidato ufficiale dell'Italia alla competizione) non è stato incluso. La Academy prevede per il miglior film straniero un meccanismo diverso da quello delle altre categorie. I 67 film inizialmente in gara sono stati ridotti ieri da una commissione a nove titoli. La seconda fase scatterà il 22 gennaio quando sarà annunciata la cinquina finale dei film stranieri ancora in lizza per la famosa statuetta, insieme alle cinquine selezionate in tutte le altre categorie. La lista dei nove film scelti dalla commissione comprende: "Revanche" (Austria), "The Necessities of Life" (Canada), "The Class" (Francia), "The Baader Meinhof Complex" (Germania), "Valzer con Bashir" (Israele), "Departures" (Giappone), "Tear This Heart Out" (Messico), "Everlastings Moments" (Svezia), "3 Monkeys" (Turchia). I nove film sono stati selezionati con un meccanismo complesso: sei pellicole sono state scelte attraverso il voto di alcune centinaia di membri della Academy dislocati a Los Angeles (si tratta solo di una parte dei membri della Academy) mentre altre tre sono state designate da una commissione speciale, il Foreign Language Film Award Executive Committee. Da notare che tra i nove film selezionati figura anche la pellicola d'animazione israeliana "Valzer con Bashir" che ha già conquistato domenica il premio dei Golden Globe riservato al miglior film straniero. Anche ai Golden Globe era in lizza "Gomorra", già premiatissimo in altre competizioni, e la sconfitta subita ad opera del film israeliano aveva indotto alcuni esperti a previsioni pessimiste. Le previsioni pessimiste si sono avverate puntualmente: il film italiano non ha superato neanche la pre-selezione finale tra le 67 pellicole in lizza nella categoria della miglior pellicola in lingua straniera. Dopo l'annuncio delle nomination il 22 gennaio, la cerimonia di consegna degli Oscar si svolgerà il 22 febbraio al Teatro Kodak di Los Angeles.
Autentico sconcerto e dispiacere da parte di Paolo Ferrari, presidente Anica, Riccardo Tozzi, (presidente produttori Anica) e da Gianluigi Rondi, presidente delle Fondazione cinema per Roma, per l'esclusione del film di Matteo Garrone, Gomorra. Raggiunto telefonicamente dall'Ansa, Matteo Garrone, chiaramente amareggiato, dice solo: «di questa cosa non parlo». «Ero convinto che vincesse Gomorra - esordisce invece Ferrari - e proprio in questo senso avevo parlato alle ultime Giornate professionali del cinema di Sorrento. La verità è anche che ci sono degli altri ottimi film in corsa, ma per me resta comunque una grande delusione».
«Mi dispiace tantissimo e sono davvero sorpreso - dice invece il produttore Riccardo Tozzi della Cattleya -. Io che conosco un pò i meccanismi anche per aver avuto in corsa "La bestia nel cuore" di Cristina Comencini tre anni fa, pensavo davvero che ci fossero tutte le condizioni per la candidatura di Gomorra. E questo anche perchè il produttore Domenico Procacci aveva fatto una campagna promozionale molto intelligente negli Usa». Davvero sconcertato, infine, Gian Luigi Rondi: «veramente una brutta notizia. In questi giorni, vedendo i Golden Globe, mi è venuto il dubbio che una cosa del genere potesse succedere».

Con Bessoni l'Italia dell'horror rinasce

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L'horror italiano potrebbe rinascere? La responsabilità di una simile rivoluzione, dopo anni di calma piatta (scossa da qualche cocente delusione), è tutta sulle spalle di Stefano Bessoni.
Romano, classe 1965, illustratore dotato di notevole personalità e fantasia, Bessoni esordirà sul grande schermo venerdì prossimo con "Imago Mortis", il suo primo lungometraggio per il grande schermo. Nel curriculum un lungometraggio rimasto senza distributore, dall'evocativo titolo "Frammenti di scienze inesatte" e quattro anni di collaborazione con Pupi Avati, in veste di sketch artist. Dal 2000 è docente di regia cinematografica presso la NUCT (Nuova Università del Cinema e della Televisione) a Cinecittà.
Dopo il fallimento di "Il nascondiglio", ultimo horror di Avati (il regista bolognese ha firmato, con "La casa dalle finestre che ridono", un capolavoro del brivido italiano), il Bel Paese è rimasto senza speranze. I film di Dario Argento sono, da tempo, al di sotto della soglia minima di qualità che dovrebbe giustificarne la distribuzione. "H2Odio" di Alex Infascelli si è rivelato tanto "stiloso" quanto noioso. "Lidris Cuadrae di tre ( Radice Quadrata di Tre )" di Stefano Bianchini sovrastimava i propri mezzi risultando troppo lungo.
"Imago Mortis", prodotto da Pixstar insieme a Telecinco (Spagna) e dall'Industrial Illusion Distribution Ltd (Irlanda), racconta di una scuola di cinematografia, collocata in una non specificata città europea, dove il giovane Bruno, per pagarsi gli studi, fa anche da guardiano notturno degli archivi. Tra i suoi amici troviamo la solare Arianna, la secchiona Leilou, lo sbruffone Richard e due buffi giapponesi. Tormentato dall'insonnia, che va a stimolare la sua indole visionaria, il giovane comincia a percepire delle presenze inquietanti che infestano gli scantinati. Fantasmi che lo guideranno verso la soluzione di un mistero che affonda le sue radici nel 1600. È nel XVII secolo, infatti, che lo scienziato pazzo Fumagalli, allievo di Athanasius Kircher (realmente esistito: Fulda, Germania 1602 - Roma 1680), è riuscito a imprimere su vetro l'ultima immagine stampata sulla retina di un cadavere, dando vita così ad una macabra disciplina battezzata Thanatografia.
Un cast internazionale: Alberto Amarilla, Alex Angulo, Oona Chaplin, Francesco Carnelutti e Geraldine Chaplin, per un film recitato in inglese e doppiato in italiano, che speriamo trovi fortuna anche negli altri mercati europei. La presenza di molti spagnoli, vista la posizione di leader occupata dalla penisola iberica nell'horror contemporaneo, fa ben sperare. I punti di riferimento di Bessoni, inoltre, sono finalmente moderni (da quanti anni Argento scomoda inutilmente il fantasma di Hitchcock?): Jeunet, Tim Burton (basta vedere le magnifiche illustrazioni dell'italiano per capire quanto è forte l'influenza del regista di "Nightmare Before Christmas"), Gilliam, Del Toro, ma anche i più "rudi" Rob Zombi e Eli Roth.


Adamo Dagradi

Lella Costa punta su Ragazze volitive

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È ancora una volta una storia che viene da molto lontano quella che Lella Costa ha scelto di raccontare: Ragazze, andato in scena al Nuovo nell'ambito della rassegna "L'altro teatro" per la regia di Giorgio Gallione, parte infatti dal mito di Orfeo e Euridice. La narrazione, che è anche reinvenzione, avviene alla luce delle lettura che, nei secoli, diversi poeti hanno dato, seguendo in particolare due voci moderne, due autori del '900, Rilke e Calvino. Proprio da quest'ultima Euridice, la più "nuova" rispetto alla rappresentazione classica, prende avvio Ragazze, per consegnare al pubblico (stregato dall'attrice, cui sono andati più volte applausi a scena aperta) un denso e insieme umoristico quadro del "femminile", una riflessione a tratti apertamente scanzonata, a tratti più pacata e talvolta amara, sulle donne e sul rapporto tra i due sessi, ma anche sul mistero dell'amore.
Se la vicenda di Orfeo e Euridice racconta infatti della forza dell'amore che porta il poeta a scendere all'Ade per recuperare l'amata, morta per la puntura di una vipera, resta, secondo Lella Costa, un terribile perché: perché quando Orfeo ha ottenuto di riavere Euridice, con l'unica condizione del divieto di voltarsi a guardarla durante il tragitto di risalita dagli inferi, si volta e la perde per sempre? Non la ama allora davvero?
E qui arriva Calvino, con la sua Euridice "altra", una Euridice che, sotto lo sguardo di un altro uomo, un dio, Plutone, sceglie di abbandonare la certezza del fuori, per esplorare le lande sconosciute di un altro mondo: metafora straordinaria che Lella Costa coglie nel senso della vocazione femminile, troppo spesso nei secoli negata, a «voler esplorare e partire e mettersi in gioco», oltre e fuori dalle etichette sociali. Così, sul palcoscenico, poesia altissima e attualità sociale si incontrano, grazie anche ad una scenografia giocata su di uno schermo a forma di cerchio, come una lente che consente di mettere meglio a fuoco, ma anche di rovesciare le prospettive. A.G.

Banche e mafia secondo Tykwer

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Ugo Brusaporco



Uno scroscio di risate invade la sala al termine di «The International» di Tom Tykwer, film inaugurale di questa Berlinale numero 59, che si chiude con un mafioso italiano che uccide i rappresentanti di una banca colpevoli di aver fatto assassinare il premier.
Al centro della vicenda c'è un istituto di credito che fomenta conflitti in tutto il mondo e non disdegna omicidi mirati per perseguire le proprie politiche. Scelte, condivise e accettate, da un potere politico che quando cerca di farsi da parte e di costruirsi un proprio impero privato viene subito eliminato. È quello che succede a un politico italiano, Calvini, assassinato durante un comizio a Milano con il diretto coinvolgimento dei carabinieri. Questi favorendo i piani della banca non si accorgono di toccare con Calvini proprio i suoi stretti rapporti con la mafia. I carabinieri, comunque, cercano subito di sviare i sospetti accusando dell'omicidio le Brigate Rosse.
Ad assistere all'omicidio del politico e a cercare il vero esecutore c'è Louis Salinger (Clive Owen), un agente dell'Interpol che all'inizio abbiamo visto assistere impotente all'omicidio di un collega. Insieme stavano indagando sui legami tra la grande banca e il traffico di armi. Con lui,ora, c'è un'agente di New York (Naomi Watts) che lo segue nell'indagine. Cacciati dall'Italia per insabbiare le indagini, i due si ritrovano a seguire il vero assassino del politico per incastrare la banca proprio a New York. Sparatoria al Guggenheim Museum, con morte dell'omicida.
«Faccio politica ma non so per quanto ancora, la faccio come da esterno. A volte i miei colleghi mi guardano come se fossi un pazzo, perchè amo fare le cose serie». Parola di Luca Barbareschi. Nel film del regista tedesco che arriverà nelle sale italiane il 20 marzo distribuito dalla Sony, Barbareschi è Umberto Calvini. «Il mio è comunque un personaggio positivo - ci tiene a dire Barbareschi- Un imprenditore che produce apparecchiature elettriche per missili e che comunque conosce molto bene come funzionano certi meccanismi». Il fatto che sia un imprenditore che si dà alla politica - tiene a dire Barbareschi - «lo so, farà pensare a Berlusconi, ma non c'entra davvero nulla». Curiosa invece «la casualitè - aggiunge - che ha voluto che io abbia girato questo film proprio mentre stavo decidendo se scendere o meno in campo in politica». Per l'attore «i politici di professione sono morti da anni».
Salva però Gianfranco Fini, «uno che ha capito tutto - dice - ed è capace di coraggio, come nel caso delle sue ultime dichiarazioni sul caso Eluana. E questo in un paese in cui sono molti sono solo portaborse». E ne ha anche per il nostro Paese. «L'Italia è morta da Roma in giù in mano, come è, a camorra, n'drangheta e mafia. Il caso Italia è simile a quello di un alcolista. Finchè non si accetta l'idea che ha davvero un grosso un problema non lo si affronterà mai».
«The International», girato a Babelsberg, Berlino, New York, Istanbul e Milano dice infine Barbareschi «non è un film portatore di un messaggio, ma racconta in modo duro qualcosa che c'è, un film di denuncia che ricorda un po' "I tre giorni del condor"».

«Totola», il teatro solo per passione

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Elisa Albertini



Una tappa importante quella di questo anno per il «Premio Totola» che festeggia la sua decima edizione. Un festival di livello nazionale dedicato al teatro contemporaneo, istituito in ricordo dell'attore e regista veronese scomparso nel 1987, che si conferma come la miglior vetrina della drammaturgia italiana. La rassegna, che si terrà al Teatro Camploy, si aprirà sabato 18 aprile, alle 21, per concludersi sabato 23 maggio. Sei le serate dedicate al teatro sperimentale e contemporaneo con la partecipazione di sei compagnie amatoriali provenienti dall'intero territorio nazionale, che porteranno sulla scena opere italiane che puntano maggiormente sull'originalità del testo. Attesissimo anche l'appuntamento fuori programma presentato dalla compagnia Giorgio Totola che propone lo spettacolo «In viaggio verso il sole», una rappresentazione tratta dal testo di Farid Ad-Din Attar e di Jean Claude Carrière, adattato e diretto da Carla Totola, che racconta il percorso spirituale dell'anima, un viaggio simbolicamente espresso dal «volo degli uccelli» verso il mistero del divino.
A decretare i vincitori con i premi per il miglior testo, miglior spettacolo, migliore regia, migliore attore, migliore attrice e migliore allestimento sarà una giuria composta da nomi di rilievo del panorama critico teatrale. La commissione, presieduta dal professore Giuseppe Liotta, docente di Istituzioni di Regia al Dams di Bologna ma anche critico e regista, è formata da Lina Corsini, moglie di Giorgio Totola, insegnante e presidente della compagnia a lui intestata, da Mario Paolucci dell'Associazione Nuovo Sipario di Bolzano e direttore del Teatro di Gries, da Mario Guidorizzi, critico cinematografico e docente di Storia del Cinema all'Università di Verona e da Nicola Pasqualicchio, docente di Storia del Teatro all'Università di Verona, e da Paola Bonfante, del settore Spettacolo del Comune. Il programma: sabato 18 aprile, alle 21, apertura con lo spettacolo «Raptus» di Daniele Falleri, allestito dall'Associazione Culturale Electra di Pistoia. Venerdì 24 aprile «1943 angelo mio … voci e memorie», di Ilaria Peretti, interpretato dalla compagnia La Pocostabile di Verona. Sabato 25 aprile, «La signora Papillon» di Stefano Benni con la compagnia Filarmonico Drammatica di Macerata; venerdì 8 maggio, «La Tempesta» di Emilio Tadini con la compagnia La Ringhiera di Vicenza; sabato 9 maggio, «Il caso Malmesi» di Maria Letizia Zuffa con la compagnia Malocchi & Profumi di Forli; sabato 16 maggio, «Morso di luna nuova» di Erri De Luca con la compagnia Gad Città di Pistoia. La premiazione si svolgerà durante la serata finale di sabato 23 maggio, che vedrà anche la rappresentazione del nuovo spettacolo della Compagnia Teatrale Giorgio Totola.
I biglietti e gli abbonamenti possono essere acquistati sia il giorno dello spettacolo al Camploy, sia in prevendita al Box Office di via Pallone (tel 045 8011154). Prevendita abbonamenti anche tramite circuito Uniticket (sportelli Unicredit Banca abilitati). Il costo del biglietti è di 8 euro, 35 l'abbonamento (30 ridotto).

Come rapire una bara e finire dentro

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Adamo Dagradi



Correva l'anno 2001 quando Giampaolo Pesce e Franco Bruno Rapelli, due abitanti della frazione di Condove, in provincia di Torino, entrambi in precarie condizioni economiche, rapirono la bara dell'ex Presidente Onorario di Mediobanca Enrico Cuccia. Una delle maggiori eminenze oscure della storia italiana.
I malviventi, all'epoca incensurati, improvvisarono tutto, perdendosi in un'escalation di incredibili gaffe. La peggiore? Spedire la lettera di riscatto all'amministratore delegato dell'Acea di Roma, Paolo Cuccia, ritenuto, erroneamente, figlio del defunto banchiere.
L'operazione venne condotta la notte del 17 marzo. Per il primo aprile i due erano stati arrestati e la bara ritrovata. Era nascosta in un fienile.
La loro storia è diventata un film, "L'ultimo Crodino", in uscita nelle sale italiane venerdì 20 marzo. Una commedia dolceamara, più che mai attuale in questi tempi di crisi e disoccupazione, sulla falsariga della tradizione inaugurata da "I soliti ignoti" (1958) di Mario Monicelli. Un filone che ha trovato grande successo anche all'estero, basti ricordare il remake "Benvenuti a Collinwood", omaggio a Monicelli diretto da George Clooney o il dimenticato "Palookaville", tratto da alcuni racconti di Italo Calvino. Alla regia il quasi-esordiente Umberto Spinazzola ("Cous Cous", nel 1996 e la fiction "Giovani carini ma disoccupati"). Protagonisti due attori amatissimi come Ricky Tognazzi (detto "Crodino") e Enzo Iacchetti ("Pes", pesce, in dialetto piemontese). "La vera storia dei due criminali meno pericolosi del secolo" recita il cartellone del film, già sotto accusa per la sfrontata pubblicità contenuta nel titolo e voluta dal Gruppo Campari.
Lo chiamano Product Placement e, finché è in grado di portare qualche moneta nelle tasche vuote del cinema italiano, è inutile lamentarsi: la pubblicità, nei film, c'è sempre e comunque, tanto vale che non si tenti di nasconderla.
Nella commedia si vedranno anche molti altri prodotti dell'azienda, con la partnership di Ethos Profumerie. "Siamo convinti", ha dichiarato Massimo Zonca, direttore generale di Ethos, "che operazioni di product placement cinematografico siano uno strumento strategico molto efficace per aziende come la nostra che stanno investendo molto in brand awareness a livello nazionale. Il legame con il mondo del cinema, peraltro, non ci è nuovo e riteniamo sia in perfetta sintonia con un segmento di mercato che vede nella bellezza e nel glam due elementi portanti della propria attività".
Ma di glamour ce n'è poco nelle valli dell'alto torinese. Più che altro noia, gelo e pochi soldi: le ragioni che spingono i due antieroi popolari, un operaio e un camionista, a tentare il colpo grosso.
Nel cast altri volti noi dello spettacolo: Serena Autieri, Dario Vergassola, Marco Messeri (il commissario) e Giobbe Covatta. Un film fatto tra amici, con passione, che difficilmente si farà notare al botteghino (esce nello stesso weekend di "The International", con Clive Owen), ma che conferma l'esigenza tutta italiana di raccontare storie a cavallo tra impegno e risata.

David, in pole position «Il Divo» e «Gomorra»

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Su novantasette film italiani usciti tra marzo 2008 e marzo 2009, 27 sono in concorso per i 19 David di Donatello scelti da una giuria di oltre 1500 componenti. Sono i numeri della 53° edizione dei premi David Donatello per il cinema italiano, che saranno assegnati venerdì 8 maggio durante la cerimonia all'Auditorium della Conciliazione di Roma, trasmessa alle 19 in diretta su RaiSat Cinema e in differita, alle 23 circa, su RaiUno con la conduzione di Paolo Conticini.
Il presidente dell'Accademia David Donatello Gian Luigi Rondi, Carlo Freccero direttore RaiSat, Giampaolo Leone, vicedirettore generale Rai, Paolo Ferrari presidente Anica e Enzo Decaro membro della giuria dell'Accademia, hanno presentato a viale Mazzini le candidature alle varie categorie. «Il Divo» di Paolo Sorrentino conquista sedici nomination, seguito da «Gomorra» di Matteo Garrone con 11 candidature, «Ex» di Fausto Brizzi con dieci, «Si può fare» di Giulio Manfredonia con 9 e «Tutta la vita davanti» di Paolo Virzì 5.
«Per la prima volta sono stati segnalati ben 24 titoli - ha detto Rondi - a dimostrare il valore artistico del cinema italiano. Inoltre sono state selezionate anche commedie, segno che la giuria comincia a stare più attenta a tutti i generi cinematografici». Tra gli altri film italiani in concorso «Il papà di Giovanna» di Pupi Avati raccoglie quattro nomination al pari di «Diverso da chì» di Umberto Carteni, «Giulia non esce la sera» di Giuseppe Piccioni, e «Caravaggio» di Angelo Longoni. Nello specifico «Il Divo» ha conquistato le candidature a miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura, produttore, attore protagonista con Tony Servillo, attrice non protagonista con Piera degli Esposti, attore non protagonista Carlo Buccirosso, direttore fotografia, musicista, scenografo, costumista, truccatore, acconciatore, montatore, fonico, effetti speciali. I cinque migliori registi sono Pupi Avati, Fausto Brizzi, Matteo Garrone, Giulio Manfredonia e Paolo Sorrentino; tra le migliori attrici protagoniste concorrono Finocchiaro per «Galantuomini», Claudia Gerini per «Diverso da chi?», Valeria Golino per «Giulia non esce la sera», Ilaria Occhini per «Mare nero» e Alba Rohrwacher per «Il Papà di Giovanna». I colleghi che si contendono il David di Donatello per la stessa categoria sono: Luca Argentero per «Diverso da chi?», Claudio Bisio per «Si può fare» Valerio Mastandrea per «Non pensarci», Silvio Orlando per «Il Papà di Giovanna» e il già citato Tony Servillo. Tra le attrici non protagoniste ci sono Maria Nazionale per «Gomorra» e Carla Signoris per «Ex», Sabrina Ferilli e Micaela Ramazzotti per «Tutta la vita davanti»; tra gli attori non protagonisti Giuseppe Battiston per «Non pensarci», Luca Lionello per «Cover Boy - L'ultima rivoluzione», Filippo Nigro per «Diverso da chi?».

Non è Hollywood siamo a Verona

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Adamo Dagradi



Ci hanno messo settantadue anni, le lettere spedite a Giulietta, per essere immortalate in una pellicola hollywoodiana. Mentre Verona si prepara a vedere le sue strade e piazze storiche pacificamente invase da telecamere, microfoni, fari e giovani star, l'attenzione della cittadinanza torna, con riconoscenza, al Club di Giulietta. Un'istituzione senza la quale «Letters to Juliet», il film di Gary Winick le cui riprese avverranno in centro dal 25 giugno al 9 luglio e in provincia fino al 15, non potrebbe esistere. Nel 1937 arrivò la prima missiva indirizzata semplicemente a: Giulietta, Verona. A riceverla fu Ettore Solimani, custode della tomba di Giulietta. Rispose e continuò a rispondere finché il testimone venne passato al poeta e giornalista Gino Beltramini e poi al Club, oggi presieduto «a vita» («perché non lo vuole fare nessuno», scherza) da Giulio Tamassia. 5.000 lettere cartacee all'anno e 4.000 e-mail, un archivio di 200.000 risposte. A rispondere, in decine di lingue diverse, ci pensano una dozzina di volontarie, per otto ore al giorno, sabato e domenica inclusi. Lettere che arrivano dai luoghi più impensabili ma soprattutto dagli USA. La cui storia è stata raccolta nel libro sul quale la sceneggiatura del film, ad opera di Jose Rivera e Tim Sullivan, è basata. Lo hanno scritto due sorelle newyorchesi, Lise e Ceil Friedman e s'intitola proprio «Letters to Juliet». Ceil vive a Verona, si è innamorata del Club, ha contattato la sorella giornalista e ne è nato un bestseller del quale hanno parlato i più grandi quotidiani del mondo, incluso il New York Times che ricorda come, tra le lettere selezionate, si possa trovare la chiave di lettura dell'evoluzione dell'amore nel ventesimo secolo: i primi palpiti interraziali, omosessuali e anche sospiri scritti sotto le bombe in Vietnam.
Materiale che ha attirato subito l'attenzione del mondo del cinema, come ricorda Tamassia: «negli anni si sono fatti vivi diversi produttori». L'hanno spuntata i signori della Summit, la casa di produzione della saga vampiresca «Twilight». Con la partnership dell'italiana Panorama Films di Marco Valerio Pugini, presidente dell'APE (associazione Produttori Esecutivi) e l'aiuto sul territorio del location manager Nicola Fedrigoni, della casa di produzione veronese K+_imaginarystudio, sono nati i presupporti per la nascita di una commedia rosa (irrobustita da qualche tinta malinconica), ambientata e girata quasi integralmente a Verona. È la storia di due fidanzatini che arrivano da New York per una vacanza. Lui la trascura cercando forniture per il suo ristorante e lei (interpretata dalla star di «Mamma Mia!» Amanda Seyfriend) viene a conoscenza del Club di Giulietta. Risponde alla vecchia lettera di una donna inglese e mette in moto una serie di eventi che porteranno la signora in Italia, alla ricerca dell'amore perduto. La viaggiatrice, però, è accompagnata da un nipote che eserciterà un notevole charme sulla turista americana. I personaggi del film vivranno la loro storia tra gli acciottolati del Cortile di Giulietta, delle Piazze Tirabosco, Pescheria, Dante, Erbe e Bra, a Torri del Benaco, a Soave e a Villa Arvedi (Grezzana).

Giuffrè e la «favola bella» nella Napoli di Eduardo

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Simone Azzoni



Forse è vero che «Il Sindaco del rione sanità» è l'anti-gomorra, forse è vero che il napoletano rione Sanità non è la squallida Scampia o l'alienante Secondigliano. E forse è pure vero che quel finale tragico della commedia non fa che richiamare e presagire le faide sanguinose del romanzo di Saviano.
Ma forse è più utile rileggere i confini della Napoli che Eduardo dipinse nel '60, così lontana delle temperie culturali che agitavano l'Italia dei Fontana, Burri. Confini esaltati nella versione di Carlo Giuffrè per la loro capacità evocativa di creare mondi bastanti a se stessi, isolati nella «favola bella» del bene che lotta eroicamente per riaffermare la giustizia ferita o sporcata dalla povertà e dalla miseria umana ed economica. Il bene è Antonio Barracano, un padrino d'altri tempi che la saggezza dell'età-vissuta redime e converte trasformando e re-indirizzando la sete di giustizia al sacrificio estremo di sé. Un Giuffrè sontuoso, magistrale, potente che assorbe la lezione eduardiana nella misura e nella potenza di uno spessore umano di un «don Raffaè» di genovese memoria.
Un piccolo mondo che la regia purissima, trasparente, dell'attore incastra dentro la classica unità spazio temporale di aristotelica memoria. Tutto avviene nell'arco delle ventiquattrore con la tragedia puntualmente fuori scena. Fuori scena il sangue che uccide, gli spari, la morte. In scena invece le tazzine del caffè che tintinnano, le tavole apparecchiate per i maccheroni al sugo, le cravatte da intonare alla giacca, camicie e pantaloni per la vestizione del santo-sindaco che «raddrizza i torti ai deboli».
In scena un presepe del realismo partenopeo, dettagliato nelle sue figurine (c'è addirittura il dormiente della tradizione popolare religiosa), diciassette attori che si muovono davanti ad uno sfondo che cambia al variare della luce solare proprio come un presepe che con ingranaggi luminotecnici dice le stagioni e le ore del giorno. Una scena che nel suo essere sobria accoglie un rito ovattato dai silenzi tanto cari al commediografo napoletano. Un rito che nella lentezza fa ridondare i valori domestici detti e ridetti in una verbosità così lontana dalla modernità.
Il rito della parola barocca che accarezza, asseconda, accompagna i contenuti lungo la china dell'educazione morale. Gli ignoranti sono l'investimento dei ricchi, i diseredati sono vittime di uno squilibrio da rimettere in sesto anche con una parola che si contrappone decisamente a quella che da lì a qualche anno sarebbe diventata la parola delle armi degli anni di piombo.
Lo spettacolo replica tutte le sere alle 20,45 fino a sabato, domenica invece alle 16. Inoltre oggi alle 18 nel foyer del Teatro Nuovo (ingresso da via Cappello) Carlo Giuffrè e gli altri interpreti del «Sindaco del rione Sanità» incontreranno il pubblico. L'ingresso è libero.

«The Reader», olocausto e poesia con Kate Winslet

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Berlino tributa un'ovazione a «The Reader» di Stephen Daldry. Tratto dal bel libro di Bernhard Schlink, il film sviluppa con misurati flash back una storia berlinese lunga più di mezzo secolo, quella vissuta da un attempato avvocato che quindicenne, negli anni '50, aveva vissuto il più straordinario dei suoi amori, quello con Hanna, una donna che aveva il doppio dei suoi anni e che sarebbe entrata per sempre nella sua vita. Con lei aveva conosciuto l' amore, lo aveva festeggiato, prima di perderlo improvvisamente, scoprendo il perchè solo pochi anni dopo, quando, studente di legge, la ritrova in tribunale sul banco degli imputati accusata di essere stata un'aguzzina delle SS ad Auschwitz. Di più, lei era nota per l'amore che aveva per i più giovani dei suoi prigionieri. Hanna non si difende, ammette tutto, meno una strage che le costa l'ergastolo, ma Michael sa che di questa è innocente. Sa il segreto che lei nasconde e che le ridurrebbe a pochi anni il carcere. Ma l'amore vero non tradisce i segreti. Lui le registrerá tutti i libri che le aveva letto e che avevano dato un senso profondo ai loro giorni d'amore. Lei imparerá a scrivergli senza ricevere risposte. Com'è difficile guardare il proprio amore, scoprirlo assassino, non poterlo perdonare neppure pensando che anche lei era come tutti i giovani di quel tempo barbaro, a vent'anni con le croci uncinate. Erano in ottomila a “lavorare” ad Auschwitz. E gli ebrei e gli altri erano prigionieri da far morire e non far scappare. Straordinari l' interpretazione di Kate Winslet che colora sapientemente, con gioia e dolore, la figura di Hanna, dolce amante innamorata e mostro, Ralph Fiennes è bravissimo nella parte di Michael adulto mentre intenso e convincente è David Kross in quielle del giovane Michael, Bruno Ganz reita magistralmente il ruolo di un professore universitario,cui Michael nega la veritá, quella veritá che affida asua figlia ed è la sua grande storia d'amore.
La presenza italiana alla Berlinale 59 sarà pure «culinaria», come l'ha definita il direttore Kosslick provocando qualche polemica, ma se il nostro cinema guarda al cibo lo fa come nutrimento, e non solo del corpo ma anche dello spirito e delle idee. Olmi qui a Berlino non c'è, ma il suo film «Terra Madre» si fa sentire forte e chiaro nella seconda giornata del festival: prende le mosse dalla seconda convention mondiale di Slow Food organizzata a Torino nell'ambito del Salone del Gusto, intitolata per l'appunto «Terra Madre», che si rivelò un vero e proprio evento in cui gli oltre 6000 coltivatori provenienti da più di 130 paesi raccontarono non solo le loro esperienze e i drammi alimentari delle loro popolazioni, ma anche le loro idee e le loro speranze per l'edificazione di un mondo migliore, più equo e equilibrato, proprio a partire dal concetto di coltivazione e di alimentazione. Ermanno Olmi, che si è fatto ispirare da Carlo Petrini, presidente di Slow Food, e per le riprese si è avvalso del gruppo della sua Scuola Ipotesi Cinema, ha testimoniato questo evento non solo nella sua frontalità, ovvero nella corale dell'assise, proponendo alcuni degli interventi più significativi, ma anche entrando nel merito di una discussione che mette in rilievo l'importanza di accorciare drasticamente la filiera produttiva alimentare e tornare a una coltivazione diretta e localistica, scevra da concimi e interventi invasivi sulla terra, per garantire non solo la diversità biologica e nutrizionale, ma anche il superamento delle povertà e la soluzione dei problemi nutrizionali del Terzo Mondo. [FIRMA]
Ugo Brusaporco

Canessa: «Io napoletano, cresciuto a Verona»

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Gianni Villani



Riccardo Canessa ha mosso i primi passi nella regia operistica proprio all'Arena, sotto gli occhi vigili di Carlo Ceschel. Ora è al lavoro con «L'Elisir d'amore» di Donizetti al Filarmonico, che il sovrintendente Renzo Giacchieri gli commissionò già nel 2003.
[FIRMA]Cosa è cambiato di quest'opera in questi sei anni?
È rimasta la tinta del presepio napoletano, che è poi un miscuglio multietnico con magi, odalische, turchi, mescolato a pizzaioli, osti, venditori di caciotte, ma che racchiude, alla stessa stregua, il mistero sublime della Natività e la semplicità pastorale di «godersi la vita» in modo semiserio come è il carattere de «L'elisir d'amore». Rispetto ad allora ho però messo l'accento sui costumi, molto più personalizzati, curati e migliorati e sul disegno luci che è più particolareggiato di un tempo.
Un Elisir d'amore che però deve far leva su protagonisti molto diversi da quel 2003.
La scenografia è rimasta quella di allora e questo mi ha dato modo di lavorare di più sulla caratterizzazione e sulla specificità dei rispettivi ruoli in scena. Ho cercato di cucire sugli interpreti anche tratti più divertenti, più leggeri, in sintonia con la singola personalità di ognuno.
Il teatro lirico è in grave difficoltà per una serie di casualità e di negligenze. Lei come giudica la situazione attuale?
La situazione italiana è gravissima e richiede oggi molto cervello, però paradossalmente sono ottimista. È giunto il momento di raddoppiare l'offerta, la voglia di fare spettacolo, di portare cultura, cercando di ottimizzare i costi e… stringendo tutti la cinghia. Non è certo il tempo di tirarsi indietro, di piangerci addosso. Va conquistato a tutti i costi un nuovo pubblico, promuovendo idee nuove.
La sua carriera è nata 12 anni fa a Verona. Dove è continuata?
Stranamente, io napoletano ho lavorato molto in terre verdiane, a Parma, Busseto, a Castel di Vigoleno con la Fondazione Toscanini. Sono orgoglioso di aver debuttato a Verona come assistente di regia, con Carlo Ceschel che è stato un maestro serissimo. Ho lavorato anche in Spagna, Portogallo, Francia e finalmente nella mia città natale, a Napoli, mettendo in scena il «Barbiere di Siviglia». Nel 2007 ho allestito Tosca all'Arena Flegrea per incarico del Teatro Verdi di Salerno, per il quale ho messo in scena pure la «Sonnambula». Salerno sta funzionando bene e investendo molto, sotto la guida di Daniel Oren che vuole spettacoli di sicuro successo e nomi affidabili, da Zeffirelli a de Ana.
Questa esperienza di «Elisir d'amore» è unica?
No, ne ho messo in scena due anni fa una versione molto moderna al Festival delle Ville Vesuviane, dove Dulcamara era una guida non autorizzata come nel film di Totò, di una Napoli molto colorata.

«Carmen? Una donna difficile da inquadrare»

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Gianni Villani



Al via fra due giorni l'87° Festival Lirico con un volto nuovo nel ruolo di «Carmen», quello della spagnola Nancy Fabiola Herrera. La cantante proviene dalle Canarie è considerata fra le migliori interpreti dei nostri tempi. Con lei, sul palco, il don José di Marco Berti, la Micaela di Irina Lungu, l'Escamillo di Giorgio Surian, la Frasquita di Gladys Rossi e la Mercedes di Anastasia Boldyreva. Saranno poi della compagnia Marco Camastra (Dancairo), Gianluca Floris (Remendado), Antonio De Gobbi (Zuniga), Gianfranco Montresor (Morales). L'opera è diretta da Placido Domingo, regia e scene di Franco Zeffirelli riprese da Marco Gandini e Carlo Centolavigna. La coreografia di El Camborio è ripresa da Lucia Real che è anche prima ballerina con José Porcel.
[FIRMA]Carmen: una femmina maledetta o una donna libera e innamorata?
Una donna difficile da inquadrare, sicuramente non comune. Una donna che ama spesso giocare con le parole e la sua sensualità. Una donna forte, non di facili costumi, che ha un suo preciso codice, diversa da altre, non necessariamente bella: il suo potere e il suo fascino sono interiori. Non facile da cacciare, ma spesso cacciatrice: per questo gli uomini diventano pazzi di lei.
Cambia spesso la sua visione di Carmen?
Dipende da quale direttore hai davanti, da quale compagno hai vicino. Si, ogni volta viene sempre fuori qualcosa di nuovo.
Che tipo di Carmen sarà la sua in Arena?
Mi sono resa conto in questi giorni delle distanze dell'Arena. Dovrò darle una caratterizzazione particolare.
Lei ha già lavorato con Domingo, ma che tipo è dal podio?
Capisce subito i problemi del cantante. Respira con te e ti chiede delle cose anche col solo gesto. Con lui si fa veramente musica.
Lei a cosa dà più importanza: alla voce o al fisico?
La parte vocale è fondamentale, anche se Carmen è un'opera difficile in cui bisogna ballare e recitare molto. Bisogna trovare un punto in cui le due cose convergano.
Un debutto in Arena? Le potrebbe costare caro.
Niente è dato per scontato. Le serate negative fanno parte del gioco. Io parto però sempre con l'idea fissa di dare tutto. Poi si vedrà.
Lei ha sostenuto, in una intervista, che le scenografie della Carmen di Zeffirelli sono datate e troppo tradizionali.
Sono stata fraintesa. La scenografia tradizionale l'adoro e quella di Zeffirelli è strepitosa. Mi ricordo le sue emozionanti Tosche e Turandot al Metropolitan. Ammiro i tentativi di innovazioni, ma solo se hanno un senso preciso.
Pensa che questo debutto areniano avrà un seguito in futuro?
Certo. Già nella prossima stagione canterò nuovamente «Carmen», con qualche recita in più in cartellone.
Cosa si aspetta per la sua carriera?
Quello che va bene per la mia voce, diversificando il repertorio. Quindi molto barocco, con Häendel e poi Mozart, Rossini, molta musica francese a partire dal Werher, la musica russa che mi prende con forza. Ultimamente sono attratta dalla parte di Romeo da